*Questo contributo è stato elaborato da Maria Corallo e da tutto il direttivo del CIDI di Bari in occasione della tavola rotonda inaugurale del Settembre Pedagogico organizzato da associazioni e università pugliesi, incontro tenutosi il 28 Settembre 2026.
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La definizione della Treccani di “ecosistema” recita: “Unità funzionale fondamentale in ecologia: è l’insieme degli organismi viventi e delle sostanze non viventi con le quali i primi stabiliscono uno scambio di materiali e di energia, in un’area delimitata.”
La scuola è, di fatto, un ecosistema: le relazioni che si instaurano, si intrecciano, si modificano al suo interno tra le persone che la realizzano, sono uno scambio di materiali ed energia di portata fondamentale. Ma la delimitazione dell’area, che pure esiste ed è reale (noi insegnanti non diciamo “vado al lavoro”, ma “vado a scuola”, esattamente come le nostre alunne ed i nostri alunni), si modifica ampliandosi e ramificandosi dalle istituzioni e verso le istituzioni, le famiglie, il quartiere e la città.
Costruire la conoscenza è questione complessa, che mette in campo una miriade di questioni, tra cui le percezioni sensoriali, la comunicazione, l’interazione, l’esperienza, l’immaginazione…
La complessità del processo rifugge, per sua stessa natura, dalle semplificazioni e dalla mancanza di riflessione e progettazione: la scuola soffre, da sempre, dell’assenza di ascolto reale delle sue esigenze, sempre alla rincorsa di soluzioni a volte propagandistiche, a volte frammentarie e temporanee, troppo poco pensate e molto spesso frutto di necessità contingenti che “tappano il buco” ma lasciano intatte le crepe dei pilastri.
Quali potrebbero essere dunque le questioni che ci sentiamo di porre a noi per primi e a quanti abbiano a cuore la scuola italiana?
Per la prima, cito, sintetizzando, un’autrice che l’anno scorso, al nostro Settembre pedagogico, ha presentato il volume “L’insegnante emotivo. Formare tra mente e affetti”. L’autrice è Daniela Dato, professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale presso l’Università di Foggia: “Il sistema formativo… è chiamato a gestire e far fronte alla difficile sfida dell’inclusione, spesso senza avere tempo e spazi per accogliere un’idea di fare scuola che vada oltre il vetero modello monodirezionalmente istruttivo. Sfida, questa, che comincia col riconoscimento delle differenze dei singoli bambini, dei bisogni educativi di ciascuno di essi e che continua con l’individuazione dei bisogni e la valorizzazione dei talenti per tutto il percorso formativo, fino alla valorizzazione delle esperienze e alla alfabetizzazione di ritorno dei più adulti e alla riprogettazione di percorsi di tras-formazione per la terza età della vita.”
La prima sfida è allora quella dell’inclusione. Voglio sottolineare che il lavoro giornaliero, costante e faticoso, che la scuola mette in atto da anni su questo tema, non può e non deve tornare indietro. Su tanti temi la società civile sembra regredire e accettare soluzioni e atteggiamenti che ci proiettano all’indietro, invece di saltare in avanti. Semplicemente, il modello monodirezionale non funziona, semplicemente l’inclusione funziona, pur nelle difficoltà che tutti noi incontriamo ogni giorno.
La seconda sfida è quella della cittadinanza: “Si è veramente cittadini quando ci si sente solidali e responsabili. Solidarietà e responsabilità non possono arrivare né da pie esortazioni né da discorsi civici, ma da un sentimento profondo di affiliazione (affiliare, da filius, figlio), sentimento matri-patriottico che dovrebbe essere coltivato in ogni singolo Stato, in Europa, sulla Terra.” [1].
Questo sentimento, a nostro avviso (del CIDI, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti), non può ammettere barriere, esclusioni ma è di per sé inclusivo come sancito dall' articolo 34 della Costituzione che, cito, dichiara; “La scuola è aperta a tutti”. Quindi il diritto all'istruzione come principio universale, stabilisce che la scuola deve essere accessibile a chiunque, senza discriminazioni economiche, sociali o di cittadinanza.
Terza sfida: la complessità del sapere. Accettare questa sfida vuol dire prendere atto che la scuola deve stare nel mondo reale, nelle necessità e nella carne delle persone, partendo dalle discipline per le quali noi docenti ci siamo formati, ma aprendoci alle possibilità che esse offrono. Mi è nuovamente d’aiuto Morin, quando spiega, nel paragrafo “Migrazioni” a proposito di quella che lui definisce “inter-poli-trans-disciplinarietà”, che “certe nozioni circolano e spesso varcano clandestinamente le frontiere senza essere individuate dai doganieri” (e temo che i doganieri siamo purtroppo noi adulti). Morin quindi cita un esempio di “trasferimenti di schemi cognitivi da una disciplina all’altra” riferendosi a Claude Lévi-Strauss e Roman Jakobson circa antropologia e linguistica strutturali. Morin conclude: “... un potente antidoto alla chiusura e all’immobilismo delle discipline viene dalle grandi scosse sismiche della Storia (fra le quali quelle di una guerra mondiale), dai capovolgimenti e dai vortici sociali che casualmente suscitano incontri e scambi, permettendo a una disciplina di realizzare una diaspora di sementi da cui nascerà una nuova disciplina.”[2].
Capiamo benissimo quanto sia difficile affrontare la complessità, essere tentati dalla cancellazione dei “vortici sociali”: tentativi inutili, perchè gli scontri e gli scambi di cui parlava Morin sono la realtà che torna a galla sempre, anche quando qualcuno vorrebbe non ascoltarla.
Giancarlo Cerini ha sempre sostenuto che viviamo in una società ad alta complessità, caratterizzata da rapidi cambiamenti culturali, tecnologici e sociali. La scuola ha il compito di «educare il pensiero a pensare», superando la frammentazione delle nozioni. Non c’è cittadinanza attiva e consapevole se mancano gli strumenti critici e culturali per interpretare questo mondo complesso con autonomia e responsabilità.
Dunque, la scuola non è un semplice luogo di trasmissione di saperi, ma un laboratorio di democrazia e di equità, l'unico spazio in grado di fornire a tutte e tutti gli strumenti culturali necessari per abitare la società complessa contemporanea.
Abbiamo il dovere, per questo di considerarla il centro da cui ripartire per la costruzione del futuro.
[1] Edgar Morin, La testa ben fatta, 2000, pag. 75
[2] ibidem, pp. 114-115.