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20/10/2026

“Patrimonio culturale e Nazione” - lectio magistralis di Tomaso Montanari

di Rosanna Angelelli

Le parole per le cose

In occasione degli 80 anni della Costituzione Italiana e in riferimento ai commenti espressi in proposito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Dipartimento di Architettura Roma 3 e l’Associazione Bianchi Bandinelli hanno invitato lo scorso 7 ottobre il prof. Tomaso Montanari a tenere nell’Aula magna della Facoltà una Lectio Magistralis su “Patrimonio Culturale e nazione” con la quale è stato inaugurato anche l’Anno Accademico della Laurea Magistrale in Architettura - Progettazione Urbana. 

L'intervento, scoppiettante di colte citazioni, di tanti riferimenti storici e spunti critici, ha offerto all’affollato pubblico numerosi percorsi di riflessione suggerendo implicitamente anche azioni possibili in un ambito politico. Da questa ricchezza ciascuno potrebbe illuminare anche il proprio vissuto civile.

Il titolo

Partiamo dal titolo della lezione: “Patrimonio culturale e Nazione”. Esso contiene un abbinamento di concetti piuttosto delicato. Con “Nazione”, infatti, ti viene da evocare una identità di stato o un intento politico afferenti a quel nazionalismo che funestò un’ampia parte della storia del Novecento fino a produrre e sostenere regimi dittatoriali di catastrofica longevità tra cui il nazismo e il fascismo e due disastrose guerre mondiali. Oltretutto è nel nostro presente che possiamo constatare come in nome dello Stato definito come nazione si stiano alimentando nel mondo pericolose suggestioni antidemocratiche, cambiamenti istituzionali passatisti e illiberali, violenze, sopraffazioni e guerre a favore di una identità patriottica unilaterale e spesso razzista [1].

Ma Montanari, da attento filologo e storico dell’arte, ha spazzato via ogni ambiguità, riconoscendo che al concetto di “Nazione” le forze politiche Costituenti assegnarono un significato estraneo alle suggestioni politiche nazionalistiche. Se la parola ha avuto una sua specifica importanza, essendo stata inserita nel testo della nostra Costituzione più volte, per la precisione negli artt. 9, 67 e 98, questa frequenza non si giustifica per via di una qualche memoria nostalgica del fascismo, o di un eventuale compromesso ideologico raggiunto tra le differenti forze politiche della Costituente. Dalla consultazione delle trascrizioni del dibattito intercorso a suo tempo tra gli estensori dell’articolo 9 [2], non è presente alcuna traccia di polemiche discussioni né di aggiustamenti finali. E allora, la confortante conclusione di Montanari non può che essere questa: la parola Nazione evidentemente non mise paura ai Costituenti, non li imbarazzò, perché a “Nazione” essi dettero un significato aperto, profondo, e dinamico, di una entità territoriale che rappresenta ogni fenomeno del divenire storico del nostro Paese e delle innumerevoli culture che tuttora lo caratterizzano.

Se si riflette sul comma 2 dell’articolo 9, « [La Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.» ci si rende conto che il suo senso è rigiocato all’interno della visione valoriale dei Principi fondanti della Costituzione di cui per altro l’articolo fa parte. Ė chiara l’interazione/integrazione dei due soggetti presenti nel testo, dotati di funzioni differenti ma tra loro strettamente correlate: la nuova forma istituzionale di Stato e di governo (la Repubblica) ha il compito dinamico di promuovere e incentivare le molteplici azioni di sviluppo culturale e di tutela di quel paesaggio e di quel patrimonio che è la Nazione a possedere concretamente, configurandosi essa in una complessa e articolata territorialità storica. E questa fisionomia non è legittimata solo dai rigidi requisiti di nascita, eredità, sangue, comunità protetta, ma è aperta, diffusa, meticcia, è per l’appunto il complesso di quel “patrimonio storico e artistico” del quale l’Italia si fregia. Insomma, la Nazione citata nella Costituzione è una entità diffusa, non circoscrivibile da limitate politiche regionalistiche, da schematismi culturali passatisti o da discriminazioni civili addirittura in odore di razzismo che oggi caratterizzano invece le inclinazioni politiche della destra al governo.

Il patrimonio nazionale non sembrò ai Costituenti un sotto concetto diviso o astratto. Tra gli elaboratori della Costituzione c’erano intellettuali raffinatissimi (i Calamandrei, i Marchesi, i Croce) i quali ricercavano nel divenire storico il dinamismo, le aperture a favore della nuova patria democratica, quelle che successivamente gli estensori del Manifesto di Ventotene ribadiranno affermando come la tutela del patrimonio si eserciti su una concreta realtà nazionale aperta, non legata tanto al sangue quanto al divenire della vita.

Come si può gestire il futuro attraverso la mutevolezza? Innanzitutto con uno sforzo di miglioramento da parte della Repubblica delle afflizioni sociali, tra cui la disoccupazione, la povertà educativa, le discriminazioni razziali, il sessismo, l’autoritarismo, ecc., insomma tutte quelle disfunzioni alla cui risoluzione è dedicata la prima parte della Costituzione, quella dei Principi fondanti, apertamente proiettati a inaugurare un nuovo benessere per un nuovo Paese. In questo senso Montanari puntualizza il compito altissimo che la Costituzione assegna alla scuola pubblica, cui è stata affidata, in stretta correlazione con la funzione istruttiva, quella educativa di formazione del cittadino, di tutela e di sviluppo della sua vita nell’ambito di un agito patrimonio culturale.

Il valore sociale, educativo, dinamico della nostra Costituzione è reso bene evidente in una affermazione di Don Milani: la Costituzione “ha ridato presenza ai poveri”, riconosciuti come liberi soggetti con pari diritti, tra cui in primis, dopo quello pregiudiziale all’uguaglianza, il diritto al lavoro e all’istruzione. E per la loro affermazione la novella Repubblica democratica ha il dovere di rimuovere pregiudizi sociali e ostacoli culturali. A proposito del legame che Benjamin a suo tempo individuò tra la cultura dei dominanti e quella dei vincitori, Montanari ricorda come, nel caso dell’Italia, il percorso politico unitario fu davvero paradossale: nacque da sconfitte che diventarono vittorie, in un territorio profondamente lacerato e diviso, ma ricco di una splendida cultura artistica, a sua volta costruita da innumerevoli apporti “barbarici” di culture ugualmente significative rispetto ad altre di più lunga permanenza. Non per nulla la Costituzione volle riconoscere questa pluralità, tant’è che qualificò il territorio nazionale come “patrimonio” vivente di ogni abitante senza distinzione di sesso, razza, lingua, credo religioso, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

Un tragico esempio di morte

Nell’intento di mostrare quelle violenze che sfigurano un Paese fino a togliergli territorio, istituzioni e cultura Montanari sceglie di citare l’attuale condizione di Gaza: un esempio di disfunzionalità globale, certamente non legata solo alle perverse e omicide politiche economiche internazionali dell’oggi. La coincidenza che il già citato Benjamin individuava tra gli appetiti di potere dei vincitori e quelli dei dominanti sembra diventare per Gaza del tutto realistica; mentre il filosofo Derrida, citato nella conclusione della lectio come propugnatore di un rinnovamento filosofico basato su memorie e narrazioni bastarde, ibride, poliglotte, sembra essere, sempre per Gaza e per come vengono letti dai potenti gli eventi migratori, del tutto utopistico. Per mostrare quanto il pensiero unico dei vincitori possa via via compromettere il futuro di un popolo, di una cultura, di un territorio, lo studioso utilizza il 1948 come incipit cronologico dell’attuale catastrofe di Gaza. Osserva che a quella data il diritto internazionale, nell’ambito della costruzione largamente artificiale dello stato di Israele che l’Occidente vincitore stava favorendo, non considerò il reato di genocidio culturale contro i palestinesi, preesistenti nel territorio così come gli ebrei, e solo all’apparenza protetti dalla Gran Bretagna. E le successive guerre non salvaguardarono certo i loro beni artistici, il loro patrimonio culturale, mentre i trattati di pace via via assegnarono loro lembi di territorio sempre più frammentati e distanti dalle risorse indispensabili a una dignitosa sopravvivenza.

Il dibattito per le cose

La nuovissima aula magna, un bellissimo esempio di riqualificazione urbana, si era riempita con questo criterio: nella prima sezione i membri della cultura universitaria, del Ministero dei beni culturali, delle Soprintendenze. Nella seconda gli studenti. Alla fine dell’intervento c’è stata una lunga standing ovation di tutta la sala. Si è aperto il dibattito e, nonostante le premurose sollecitazioni dei docenti di facoltà, i giovani non sono quasi per niente intervenuti. Perché? Se ne è sentito un certo imbarazzo.

Una giovane ricercatrice da me casualmente interpellata ha ipotizzato che la lectio fosse stata troppo colta e densa di riferimenti a nomi ignoti da parte di un giovane d’oggi. Ma allora, mi sono chiesta, come gli studenti potranno superare l’afasia politica sul nostro presente, diventando consapevoli della distanza che intercorre tra il significato che oggi ha assunto il termine nazione rispetto a ciò che con esso intende(va) la nostra Costituzione? E sempre riferendoci al presente, quale valore un giovane potrà dare al futuro del patrimonio culturale del nostro territorio? E implicitamente, quale alla significatività dei suoi monumenti, dei musei e infine all’uso che ne fa oggi il turismo di massa? Come si potranno trovare le parole giuste per testimoniare la complessità delle nostre cose?

 

Note

[1]Per una riflessione sull’uso politico maldestro e antidemocratico del concetto di Nazione si veda Rosamaria Maggio, “Cittadinanza e nazionalità non sono sinonimi… malgrado l’ossessione attuale per la parola “Nazione” ” in democraziaoggi, 17.10.2026. La studiosa, tra l’altro osserva che “Quello di nazionalità, che è un concetto più prettamente storico, sociologico e filosofico, indica l’appartenenza a un gruppo con cui si ha in comune una etnia, una lingua, una cultura”.

[2]Dice l’art. 9: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.» «[La Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.» «Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.»

 

Scrive...

Rosanna Angelelli Di formazione classica, già insegnante di materie letterarie nei licei, è stata per anni redattrice di "insegnare".

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