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17/05/2026

Commuoversi di fronte alla grandezza per Romano Luperini e per noi

di Emanuela Annaloro

I . Il critico

Lo ricerca teorica e la tensione ideale

Alla fine del Novecento,  Romano Luperini ha pubblicato un libro di teoria della letteratura destinato a fare scuola. Si intitolava Il dialogo e il conflitto [1] e presentava una proposta di critica ermeneutica. Con quel testo, che riprendeva i nuclei concettuali di Allegoria del moderno [2], Luperini cercava un'alternativa alla scelta dilemmatica tra “ideologia filologica” e “ideologia ermeneutica”, tra una critica per specialisti che parlano in un gergo a loro soltanto comprensibile e una critica praticata da studiosi che assumono una postura sacerdotale. Asfitticamente concreti i primi, vuotamente astratti i secondi, per Luperini erano gli emblemi della perdita di funzione civile della letteratura. L'una e l'altra ideologia del testo, come le avrebbe definite il suo amico Robert Dombrowski [3], difatti non avevano una dimensione democratica, non curavano la memoria selettiva della società e non avanzavano ipotesi di senso: erano esercizi per dotti o sermoni destinati a uomini da arringare. Non era questa però per Luperini la ragion d'essere della critica, essa doveva avere un valore sociale, perciò doveva configurarsi come una costruzione di senso verificabile passo dopo passo, come un lavoro intellettuale che chiedeva mobilità di pensiero e una spinta verso la ricerca di significati forse provvisori ma fondati sulla ragione. 
Era  per raggiungere questa meta, in forza di questo ideale democratico e per dare fondamenta credibili al suo lavoro che Luperini, ripensando la critica marxista, si era dedicato alle questioni di teoria letteraria con la serietà dello studioso che gli era propria e con la densità di pensiero che rendeva ogni sua pagina una conquista vitale. Aveva del resto seguito lo stesso tipo di inclinazione etica nello studio di altre categorie teoriche e storiografiche che aveva indagato a fondo, come quelle di allegoria e di simbolo, di moderno [4], di modernismo [5] e di postmoderno [6]. Con queste chiavi, che di volta in volta forgiava con acume, cercava di comprendere il presente e di assicurare un senso alla letteratura dopo la mercificazione dell'opera d'arte. Per far questo si era dato dei riferimenti puntuali, oltre ai suoi amici-maestri come Sebastiano Timpanaro, si era appoggiato soprattutto agli studi di Walter Benjamin  mettendoli a confronto con i più influenti teorici e studiosi di letteratura da Auerbach a Lukács, da Frye a Bachtin e Debenedetti. Nella ricerca di Luperini c'era infatti una duplice direzione: un moto “verticale”, per perseguire un significato, e un moto “orizzontale”, per condividere quel significato e per tentare in modo comparativo una mappatura del presente. Perciò a ben guardare di tutto il suo vasto lavoro di critico ciò che sorprende e che ancora entusiasma, al netto delle acute pagine che ha lasciato su Verga [7], Pirandello [8], Tozzi [9] o Montale [10], è la straordinaria tensione ideale che sorreggeva le sue ricerche. Il suo confronto con la realtà del testo e della vita, il suo materialismo intriso di utopia non sono mai stati limitati a una contingenza o a un'occasione esteriore e non sono mai stati completamente disperati. Non potevano esserlo perché erano una ricerca.

Commentare e interpretare, l'ideale civile

Del Dialogo e il conflitto, oltre all'analisi lucida sulla condizione della critica occidentale, presente anche in molti testi sugli intellettuali e sulla critica [11], è rimasta la riflessione sulle qualità costitutive del commento e dell'interpretazione del testo. Essa costituisce una preziosa eredità per l'insegnamento della letteratura a scuola. Nell'attività del commento il lettore si occupa del contenuto di fatto dell'opera, si sforza di capire oggettivamente la lettera del testo, usa gli strumenti messi a disposizione dalla filologia, delimita il campo di ricerca, crea le condizioni, tra il passato e il presente, per l'ascolto dell'opera. Ma da questo sforzo si innesca un nuovo processo che consiste nel comprendere il significato dell'opera per noi. E' questo il momento interpretativo in cui il lettore, e per primo quella sorta di lettore-modello che vorrebbe essere il critico, ricerca il contenuto di verità dell'opera, il senso che va aperto alla comprensione della comunità. Luperini non immaginava commento e interpretazione come momenti meccanicamente giustapposti, ma interdipendenti. Probabilmente essi erano per lui collegati intimamente da quell'ideale umano che era alla base di Allegoria del moderno, del Dialogo e il conflitto, del suo lavoro di critico e teorico della letteratura, cioè erano uniti da una libertà di pensiero che si sa auto-fondare e disciplinare con lucidità, che si pone un compito etico e che cerca di costruire un valore condiviso con gli altri. Nel commento pratichiamo lo studio rigoroso del testo, delle sue forme e del suo contesto, nell'interpretazione l'affondo vigoroso dentro al testo e il confronto con la realtà dei lettori. Ognuno di questi momenti presuppone l'esistenza dell'altro, dell'autore e della sua epoca e del lettore e del suo tempo. In questo modo l'interpretazione contribuisce anche alla comprensione sociale del senso del mondo in cui viviamo. Ed è questa la ragione ultima per cui occorre darsi un metodo rigoroso di lettura e interpretazione.
Tutti possono commentare e interpretare la letteratura e tutti possono discutere le interpretazioni di un testo, purché abbiano argomenti fondati, ragioni da porre: purché rispettino il testo e gli altri lettori. Il rispetto a cui puntava Luperini non era quindi un rispetto generico, politicamente corretto, ma il midollo di un metodo di conoscenza basato sul rigore, sull'ascolto attento del testo, sul dialogo serrato, sulla capacità di limitare il proprio intuito e persino la propria brillantezza per dare spazio a un modo di pensare processuale, comprensibile, verificabile: i giudizi devono discendere da fatti osservati con accuratezza e devono puntare in alto, verso un ideale di umanità e di comunità da costruire insieme. 
Si trattava di un ideale che Luperini tentava continuamente di immettere nella ricerca. Nel suoi saggi critici e nel suo noto manuale, La scrittura e l'interpretazione, scritto con Pietro Cataldi, Lidia Marchiani e Franco Marchese [12] applicò questo modello di ermeneutica diffondendolo e mettendolo a disposizione dell'insegnamento della letteratura nelle scuole. Erano anni in cui i manuali erano fondati su progetti culturali complessivi: Segre introdusse un rigoroso lavoro di analisi dei testi, Ceserani il collegamento tra immaginario, temi e letteratura, Luperini, senza dimenticare le lezioni dell'uno e dell'altro, propose agli insegnanti di trasformare le classi in comunità ermeneutiche, in cui si potesse esercitare l'interpretazione dei testi e la ricerca dei significati, quale prefigurazione, suggeriva, di una società realmente democratica.

I volumi critici di Romano Luperini, da quelli giovanili su Verga a quelli della maturità su Montale, fino al suo più bel saggio degli ultimi anni e forse dell'intera sua opera, L'incontro e il caso [13], al di là delle diverse epoche e dei temi trattati perseguono uno stesso ideale anche quando sembrano considerarlo perduto: cercano il senso, lottano contro il non senso della vita. La scrittura critica di Luperini, che negli anni era divenuta sempre più limpida e cristallina, era segnata da una tensione inestinguibile e autentica. Era il suo modo di amare il mondo.

  1. Il maestro

Non essere brillante

Per esprimere più chiaramente il senso di quello che ho appeno affermato vorrei raccontare alcuni episodi. Durante un seminario dedicato ai tesisti, Romano (chiedeva sempre ai suoi laureandi di poter passare al “tu”) disse che potevamo opporci alle sue affermazioni, che potevamo contraddirlo e che potevamo avanzare le nostre posizioni critiche purché le argomentassimo. Non c'era altra autorità da prendere in considerazione se non la capacità di pensare a fondo le cose che si dicevano. Si trattava di un seminario dedicato alla lettura integrale dei Malavoglia rivolto ai ragazzi, circa una decina, che quell'anno si laureavano con lui. Gli incontri si svolgevano nel suo studio a Palazzo San Galgano, la vecchia sede della facoltà di Lettere di Siena, secondo un calendario concordato tra noi studenti e lui. Stavamo seduti in cerchio con l'edizione critica di Ferruccio Cecco sulle gambe, quaderni e penna a portata di mano e il famoso quadretto, appeso dietro alla sua scrivania con la scritta evangelica  Quaerite primum regnum Dei, cetera supervenient, sulla testa. 
Romano leggeva e commentava i capitoli, uno per ciascun incontro, mentre ciascuno poteva intervenire con osservazioni e riflessioni. Questo seminario non era previsto dal piano di studi, non era remunerato, non prevedeva un esame e non c'era un voto. Per Romano era importante che fosse un lavoro disinteressato, libero dalla logica economica. Noi svolgendolo capivano che il valore del nostro lavoro stava altrove. C'era un ascolto profondo e il gruppo lavorava con grande concentrazione. Per concludere il percorso ciascuno sceglieva un capitolo da commentare e interpretare che poi discutevamo con il professore. E così si arrivava al lavoro e alla riflessione sulla scrittura. «Non essere brillante! Da spiegare. Va' dimostrato... Perché lo dici?» Erano queste le chiose sugli articoli, i primi saggi  e le tesi di laurea che Romano segnava a penna sui fogli dei suoi studenti con gesti vigorosi. Aveva l'intento di trasmettere il suo senso etico e di frenare le inclinazioni narcisistiche che potevano sorgere in noi dato che dilagavano intorno a noi.

Darsi una direzione

I confronti con il professore Luperini potevano essere spigolosi come le lettere appuntite della sua scrittura. Romano invitava a ingaggiare un confronto autentico che, per dirla tutta, non sempre sapevamo reggere, soprattutto in pubblico. Ma nella «comunità ermeneutica» che cercava di realizzare, il conflitto e il dialogo delle interpretazioni erano costitutivi, benché difficili. Anche durante le lezioni di dottorato, in presenza di insegnanti ospiti - a volte un po' sorpresi dai nostri scambi - non veniva meno il confronto aperto tra studenti e professori. Bisognava essere responsabili, studiare, essere preparati, leggere i grandi critici (che alla fine per Romano non erano  molti), essere attenti e soprattutto avere una direzione. La parola in pubblico si prendeva sapendo dove condurre la discussione, avendo in mente il punto di caduta. I tempi per gli interventi, per le relazioni e le presentazioni andavano rispettati. Anche questa severità, a cui Romano ci abituava, faceva però parte di una tensione ideale. 

Lavorare con gli altri

Non si sottraeva a nessun confronto e a nessun incontro. Veniva puntualmente a lezione e a ricevimento. Rispondeva nell'arco di una giornata, in genere di notte, alle e-mail. Corresse la mia tesi di laurea rimandandomi tutti i capitoli per posta. I plichi con le correzioni tracciate con i segni acuminati della sua calligrafia arrivavano nel giro di una settimana. La dedizione verso i suoi studenti non era un fatto esteriore. Di ciascuno notava pregi e difetti e cercava di sviluppare le qualità che coglieva senza incensarle. Si capiva dal lampo dei suoi occhi se avevi detto qualcosa di interessante. Con poche parole sapeva anche stroncare gesti e abitudini intellettuali che considerava errori. Ancora studenti ci invitava a pubblicare saggi, articoli, a fare dei lavori. Si faceva consigliare libri per le sue ricerche. Si interessava a quello che leggevamo, si teneva aggiornato e ci aggiornava sul dibattito culturale italiano e mondiale, sedeva tra i giovani con una sorprendente apertura di idee. Voleva davvero costruire o ri-costruire una comunità. 
E ha fatto così in ogni luogo dove è stato e con tutte le persone con cui ha lavorato: a Lecce con l'editore Piero Manni e Anna Grazia D'Oria, a Siena, con i suoi studenti universitari e i suoi colleghi, con gli editori Mario e Giorgio Palumbo, di cui apprezzava l'apertura culturale, e con gli altri amici e i collaboratori della casa Editrice Palumbo, con gli insegnanti dell'Associazione degli Italianisti, che coinvolgeva nell'impegno culturale, e del CIDI con cui ha collaborato, con le redazioni di «Allegoria», di «Moderna», di «Chichibio», per citare solo le ultime riviste in cui si è impegnato, con gli insegnanti di tutta Italia con cui ha lavorato e si è incontrato visitando moltissime scuole e parlando agli studenti. Anche dopo la malattia che lo aveva colpito negli ultimi anni, attraverso il blog «La letteratura e noi» e in ogni atto pubblico che ha potuto intraprendere, ha fatto lo stesso tentativo fino in fondo: cercare di costruire comunità che tendessero verso un ideale umano di cosciente ricerca del senso.

Quella corrente di impegno e partecipazione, di vitale coinvolgimento che aveva vissuto nel '68 gli aveva insegnato questo uso della vita [14]. Non ne conosceva e non ne voleva un altro.  Chi studiava e lavorava con Romano sentiva spirare dai suoi comportamenti ancora un soffio di quella corrente. Pur con tutte le malinconie che la coscienza lucida dei tempi e l'avanzare degli anni gli destavano, quel senso della vita era rimasto integro: per prima cosa cercate il regno di Dio. Datevi una direzione, uno scopo, un destino. Era questo il significato del quadretto che stava sulle nostre teste e questo insegnava Romano con il suo lavoro e con il suo sforzo umano. Il resto veniva dopo

III. Lo scrittore

La forma è contenuto sedimentato

Romano Luperini era capace di discorsi precisi, di complesse e stringenti argomentazioni, di giudizi appassionati e anche di incolmabili silenzi. Non amava chiacchierare, né i convenevoli. Amava la compagnia schietta e condividere alcune cose che avevano un valore comune: la politica, la letteratura, l'arte, il dibattito culturale, il nostro presente. La sua scrittura concentrata, consequenziale, densa, nitida coincideva con la sua forma di parola e con la sua forma di esistenza. Sul blog «La letteratura e noi» [15], per esempio, aveva riflettuto sulla necessità di trovare una misura di scrittura democratica: il nostro discorso deve essere fluido, franco, fresco, limpido. Trasparente, appunto. Bisogna evitare, a mio avviso, almeno nelle sezioni saggistiche, ogni esibizione, che poi sarebbe in chiave con l'atmosfera di narcisismo diffuso che noi combattiamo e in cui purtroppo siamo immersi.
Ecco perché bisognava non essere brillanti anche nel parlare in pubblico. Nelle lezioni e nelle conferenze si esprimeva con perfetta misura, calibrando e soppesando le parole senza ripensamenti, con le opportune pause, del tutto concentrato in se stesso. Di rado guardava l'uditorio, non cercava sponde e complicità. Non aveva pose da istrione. Offriva il suo discorso alla libera partecipazione dei presenti, al loro chiaro giudizio. Si appoggiava a una scaletta con pochi punti, ben disposti e seguiva sempre una traiettoria del discorso, distingueva, disgiungeva, separava per poi arrivare a un punto di sintesi che risultava perfettamente afferrato. Il suo era un lavoro di parole per raggiungere un accordo. Anche qui un ideale.

I legami tra le generazioni

Si concedeva volentieri il silenzio, magari passeggiando in compagnia e amava passeggiare a lungo. Anche queste preferenze dicono qualcosa di come Romano cercasse di incontrare gli altri: in modo profondo e attimale, facendo un po' di strada assieme, come se l'essenza dell'altro non potesse che baluginare in un breve momento. Era del resto questa la sua immagine della vita, espressa in molti suoi scritti, epifanica e discontinua, inafferrabile e perciò di attesa vigile. 
Al termine dell'insegnamento universitario decise di dedicarsi alla scrittura. Nel 2002 pubblicò i Salici sono piante acquatiche a cui seguirono L'età estrema (Sellerio 2008), L'uso della vita. 1968 (Transeuropa 2005), La Rancura (Mondadori 2026) e L'ultima sillaba del verso (Mondadori 2017).   Ancora una volta iniziava una ricerca, ma su una materia magmatica che lo esponeva in pubblico e che perciò richiedeva fatica (molta più di quella che gli occorreva per scrivere le sue pagine critiche) e coraggio. Voleva tuttavia ripercorrere la sua vita e cercarne il senso: chi scrive è alla ricerca del significato della vita propria e altrui e non è certo nella carriera o nelle istituzioni che può trovarlo [16].
Attingendo al suo materiale biografico, Luperini cercava anche nella scrittura dei romanzi dei significati validi per tutti, che rendeva manifesti, e un'intensità che restituisse una direzione di senso. Ma non solo. Anche qui praticava il conflitto necessario alla formazione di una verità interdialogica. Per esempio in La Rancura osservava la frattura generazionale che separava i padri da coloro che erano nati dopo gli anni Settanta e non credevano più possibile il cambiamento, temevano le passioni, rifuggivano le emozioni ed erano cinici e ironici tanto quanto i padri erano patetici e nostalgici. In questo modo, polemico e doloroso, Romano avvertiva che senza legami generazionali non era possibile né continuità, né civiltà. Affrontava dunque un nucleo dolente della storia privata e collettiva ma sempre tenendo viva la tensione ideale. 

Commuoversi davanti alla grandezza

Nei suoi ultimi scritti autoriali e in alcuni interventi volle richiamarsi alla forza delle emozioni, che una concezione quasi stoica della razionalità sembrava avere oscurato in lui. Lo fece comunque con l'asciuttezza e la lucidità che connotavano il suo temperamento, il suo stile e gli autori che studiava. La forza emotiva in ogni caso non gli era mai mancata, anche se la usava in modo centrifugo: tratteneva le sue emozioni mentre destava quelle degli altri. Si pensi alla compostezza trascinante delle sue lezioni universitarie o alla volontà di impegno che destava negli insegnanti che incontrava. Nei romanzi però fece ancora un passo in più: si sporse per tendere il testimone, per consegnare l'eredità di una vita, ed espose una parte di sé che aveva sempre tenuto in secondo piano. Volle destare le sue emozioni.
Il 14 marzo 2014 a Milano, Luperini partecipò a una tavola rotonda sull'insegnamento della letteratura con Ferroni, Baldi, Ceserani e Sclarandis. Concluse il suo intervento ragionando sulla grandezza della letteratura. In quell'occasione mise da parte anche il tema della bellezza estetica dei testi e si soffermò invece su ciò a cui potevamo aspirare i giovani: la maturità cui deve aspirare il giovane è la capacità di ammirazione per la grandezza. E' la capacità di stupire, è la capacità di commuoversi per la grandezza, ed è la capacità di giudicare che deriva dalle precedenti capacità. Se non sviluppiamo queste capacità la nostra vita è già sconfitta in partenza, è già ridotta all'ordine di un tran tran quotidiano che esclude la sorpresa, l'ammirazione, ed esclude il giudizio [17].
Il critico, lo scrittore, il maestro erano in fin dei conti un uomo che senza sosta si sporgeva verso gli altri uomini in forza di un ideale. Affermava che la ragione, la facoltà di giudicare era l'ultimo universale rimasto e che esso era forse l'unica possibilità per cercare di salvare l'umanità, ma la forma di ragione praticata da Luperini era tesa verso il senso e la grandezza della vita. Io chiamo quella grandezza che Luperini cercava nella letteratura non soltanto 'partecipazione politica', 'senso etico' o 'tensione civile', ma forza ideale capace di innervare politica, etica e tensione civile, di contrassegnare ogni gesto personale e di risvegliare una spinta ideale in altri esseri umani.  
 

IV. Per noi

Per un progetto futuro

Il lavoro di Romano non è finito, anzi c'è ancora molto da fare. Prima di tutto la sua lezione va verificata fino in fondo se vogliamo veramente darle un significato, perciò questo ricordo non può concludersi con parole di ammirazione, gratitudine e di commozione. Questi profondi sentimenti siano semmai i presupposti per l'azione e per il confronto. Pongo quindi tre questioni per aprire una discussione sul testimone che Luperini ha passato, nei modi che gli erano possibili, a chi si adopera nella ricerca e nell'insegnamento della letteratura[18]
 

1. Letteratura e comunità. La prima questione che l'impegno culturale di Romano Luperini ci consegna riguarda l'orizzonte civile dentro il quale iscriviamo il nostro lavoro. E' indubbio che non esiste più nella maggior parte delle esperienze sociali che viviamo un “noi” di riferimento, così come è chiaro che non possiamo tornare a forme di aggregazione che presuppongono una coscienza collettiva comune. Ma come si possono tentare nuove forme di incontro, se si possono tentare? Come possiamo lavorare insieme anche se privi di un orizzonte politico ed etico collettivo? E' definitivamente tramontata l'epoca del reciproco coinvolgimento o possiamo coinvolgerci in altro modo? Esiste un modo per cui la nostra soggettività si può collegare a quella di altri? Su quali basi? Romano si scagliava contro chi predicava il disimpegno e una cinica rassegnazione alla crisi del presente e piuttosto ricercava sempre nuove possibilità, perché se quella di Fortini era stata una lotta mentale, contro le ideologie dominanti [19] quella di Luperini era una lotta reale per trovare un senso alla vita. 
Per noi rimane comunque aperto il problema che Romano ha affrontato per tanti anni: come possiamo costruire una comunità umana universale e in che modo vi può contribuire la letteratura?

2. Letteratura e conoscenza. La seconda questione, apparentemente specialistica, riguarda il modo in cui ha sviluppato la categoria di allegoria alla base di molti suoi studi. La distinzione che Luperini introduce tra simbolo e allegoria, riprendendo in parte Goethe, e la separatezza che coglie tra conoscenza intuitiva immediata del simbolo e conoscenza logico-razionale dell'allegoria può essere posta alla base di una gnoseologia della letteratura? L'uso di queste categorie coincide con la costruzione di una teoria della letteratura che divide il campo di studi in due, con notevoli ricadute sulla formazione dei giudizi di valore e sull'insegnamento: esistono dunque due modi di conoscere il mondo radicalmente separati? La letteratura li accoglie e li rispecchia nella loro complessità? In altre parole, in che modo la letteratura contribuisce alla formazione della facoltà di pensiero dei giovani e del loro atteggiamento conoscitivo? Che nesso c'è tra letteratura e conoscenza? La letteratura che insegniamo desta interesse per il mondo e accende la volontà di pensiero dei ragazzi?

3. Letteratura e libertà. L'ultima questione può essere esaminata a partire dal lavoro didattico concreto e riguarda la lettura e il commento dei testi letterari. Siamo certi che gli attuali orientamenti didattici (in ordine di impatto: abitudini di insegnamento, nuovi manuali, indicazioni ministeriali, proposte di critici) utilizzino il commento dei testi per far maturare la capacità di giudizio dei giovani? Non si seguono piuttosto dei modelli a “circuito chiuso” per cui ogni domanda presuppone una risposta giusta già pensata (come fa ad esempio questa stessa domanda)?  Luperini ha proposto e attuato un modello ermeneutico basato sull'analisi degli oggetti letterari e sulla loro interpretazione lasciando libera la ricerca del senso. Il suo modello è “a freccia”. Ma oggi quale spazio effettivo garantiamo alla possibilità dei giovani di costruire un'interpretazione e di cercare la verità in campo aperto? Lo facciamo quando leggiamo i testi in classe? Quando scriviamo i manuali con le loro definizioni e i loro apparati didattici? Quando ci adattiamo alla velocità o alla sciatteria imposta dalle abitudini digitali? Che spazio diamo al mondo interiore dei ragazzi e alle loro domande sulla vita? Quale rapporto abbiamo noi con gli enigmi della vita e con il modo in cui la letteratura li affronta e quale grado di libertà concediamo ai giovani lettori? Insegniamo loro i nostri giudizi o a formarsi dei giudizi autonomi?
Si tratta della questione didattica fondamentale dell'insegnamento della letteratura, e forse dell'intero insegnamento in Italia, che si ricollega alla questione del valore conoscitivo della letteratura, a come dare forma umana al nostro vivere insieme, a come infiammarci d'amore per il mondo. C'è ancora molto da fare.

Note

[1] R. Luperini, Il dialogo e il conflitto. Per un'ermeneutica materialistica, Laterza, Roma-Bari 1999

[2] R. Luperini, Allegoria del moderno. Saggi sull'allegorismo come forma artistica del moderno e come metodo di conoscenza, Editori Riuniti, Roma 1990

[3] R. Dombroski, Le ideologie del testo, Saggi Sulla narrativa italiana moderna e contemporanea, Manni, Lecce 2003

[4] R. Luperini, L'autocoscienza del moderno, Liguori Editore, Napoli 2006

[5] R. Luperini, Dal modernismo a oggi. Storicizzare la contemporaneità, Carocci editore, Roma 2018

[6] R. Luperini, La fine del postmoderno, Guida, Napoli 2005

[7] Su Verga, autore studiato già con la tesi di laurea, e su cui il primo saggio uscì nel 1968 con il volume Tre tesi su Verga per La Nuova Italia, vanno ricordati almeno i saggi Simbolo e costruzione allegorica in Verga, Il Mulino, Bologna 1989; Verga moderno, Laterza, Roma-Bari 2005;  Giovanni Verga. Saggi (1976-2018), Carocci, Roma 2019

 [8] Romano Luperini, Introduzione a Pirandello,  Laterza, Roma-Bari, 1992, poi nella versione aggiornata e ampliata Pirandello, Editori Laterza, Roma-Bari 1999

[9]  Su Tozzi, oltre a vari saggi in raccolte, Luperini ha pubblicato le monografie Federigo Tozzi. Frammentazione espressionistica e ricostruzione romanzesca, Mucchi, Modena, 1993; Federigo Tozzi. Le immagini, le idee, le opere, Laterza, Roma-Bari, 1995 

[10] I saggi più importanti su Montale sono Montale o l'identità negata, Liguori, Napoli 1984 e Storia di Montale per i tipi Laterza del 1986.

 [11] La riflessione sullo stato della critica e la funzione sociale degli intellettuali, che Luperini distingueva dal ruolo pubblico da essi rivestito, hanno sempre accompagnato il suo lavoro come una necessità interna che derivava da una inclinazione autoriflessiva, da una forma di pensiero che aspirava a divenire autocosciente. Tra questi studi ne ricordo solo alcuni apparsi in volumi unitari: Gli esordi del Novecento e l'esperienza della Voce, Laterza Roma-Bari 1976;  Letteratura e cultura dell'età presente pubblicato con Vanna Stacchini nel 1980 per Laterza; Controtempo. Critica e letteratura fra moderno e postmoderno, polemiche e bilanci di fine secolo, Liguori Editore, Napoli 1999; Tramonto e resistenza della critica, Quodlibet, Macerata 2013.

[12]   La prima edizione di  La scrittura e l'interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea è uscita nel 1996 per la casa Editrice Palumbo Editore. Sono seguite numerose edizioni e versioni fino all'attuale Noi e la letteratura.

[13]  R. Luperini, L'incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell'uomo occidentale, Laterza, Roma-Bari 2007

 [14] L'uso della vita. 1968 è il titolo di un suo romanzo uscito per Transeuropa nel 2005.

[15] La scrittura democratica, intervento del 17 aprile 2019.

[16] Dalla prefazione a I salici sono piante acquatiche. 

[17] Trascrizione tratta dal video pubblicato dalla casa Editrice Palumbo Insegnare la letteratura oggi 

[18] Un testo importante per gli insegnanti di lettere è R. Luperini, Insegnare la letteratura oggi edito da Manni nel 2013 nella quinta edizione ampliata

[19] La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini è un libro di Luperini uscito nel 1986 e poi ripubblicato con l'editore Manni nel 2006 in versione aggiornata con il titolo Il futuro di Fortini.

Scrive...

Emanuela Annaloro Dottoressa di ricerca presso l'Università di Siena e insegnante di lettere alle scuole secondarie superiori. Si occupa di critica tematica, didattica della letteratura e didattica speciale.

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