Home - la rivista - editoriali - "C'è splendore. Non avere paura"

politica culturaleeditoriali

28/08/2026

"C'è splendore. Non avere paura"

di M. Gloria Calì

Durante l’anno scolastico che sta per iniziare si riattiveranno molte questioni lasciate in sospeso nelle settimane precedenti la sospensione estiva, e altre si discuteranno in continuità con le dichiarazioni che, nello stesso tempo, si sono moltiplicate "a cura" sia del governo in carica sia di altre forze politiche che aspirano al governo. 

Forse sarebbe più corretto dire che aspirano al “comando”, più che al "governo", perché “governare” vuol dire far muovere una nave sul mare pilotandola con consapevolezza dei rischi e avendo a cuore anzitutto la salvezza dell’equipaggio.
Chi è appassionato di radici e “identità” dovrebbe conoscere l'etimologia di "governo", e non dovrebbe scambiarlo con l’imperio arbitrario, e dovrebbe almeno tentare di mettere in atto esperienza e competenza, non propaganda. 

E la propaganda, o, meglio, la post-verità, è quella che dà forma alle opinioni della gente comune, abbindolata da asserzioni trionfalistiche propalate in forma di comunicazioni, mentre in realtà si sperimenta una riduzione sistematica della qualità della vita associata, da ogni punto di vista: economico, culturale, ambientale. Il problema sarà quando queste opinioni della gente comune dovranno muovere le matite nel segreto dell'urna, come si dice. 

Anche la scuola è coinvolta in questa narrazione propagandistica secondo cui finalmente avremmo chiuso con un'educazione molle e buonista, e un'istruzione vuota. Secondo "loro", finalmente abbiamo un posto dove si insegna ciò che è giusto sapere: l'identità italiana, la diffusione dell'identità italiana nel mondo, la supremazia dell'identità italiana, le radici dell'identità italiana... Questo non è un "sapere", è un "ignorare" la complessità delle relazioni culturali, storiche, scientifiche tra gli ambiti disciplinari, la mondialità che penetra nella vite, reali e virtuali, di alunne e alunni che stanno in classe con noi. Si tratta di un "sapere" che condanna l'apprendimento scolastico all'irrilevanza assoluta, consumando il distacco tra istruzione, società, vita delle persone. 
Secondo "loro", abbiamo finalmente anche un posto in cui si mettono da parte le posture mollicce dell'educazione democratica: voti di condotta che discriminano chi va avanti e chi si ferma, fragilità escluse dallo sguardo pedagogico, liquidate come violazioni da punire; tentativi pervasivi di definire la differenza linguistica connessa con il background personale come una "difficoltà". 
Il tutto, verniciato con i colori rutilanti della tecnologia digitale, su cui, anche qui, si moltiplicano le ambiguità: va usata o va proibita? Intanto, si spendono tanti tanti soldi per una formazione sostanzialmente inutile. 


La realtà che si attua, sotto la post-verità delle narrazioni social sulla scuola, è che si vorrebbe inoculare una dose massiccia di un veleno che dovrebbe uccidere la scuola pubblica, quella stessa che ha contribuito all'unificazione dell'Italia dopo il Fascismo e la Guerra mondiale, che ha formato una "cultura di massa" che ha provato a realizzare la democrazia costituzionale.
Questo veleno consiste nel rendere la scuola pubblica sempre più irrilevante,
 nel distacco sempre più marcato dalla realtà socio-culturale globale, e anche da quella locale. 

Ma noi che stiamo accanto e dentro le scuole, sappiamo che la capacità di resistere a questo tentato scolasticidio sta nelle scelte di consapevolezza e autonomia di chi dirige, e nella coscienza professionale di chi insegna: la ricerca come postura democratica, la relazione come strumento educativo, il dialogo costruttivo con i territori, la cura della dimensione culturale ampia e profonda sono alcune delle dimensioni proprie di chi insegna convinto di avere un ruolo istituzionale e sociale essenziale. 

Dalla Costituzione in giù potremmo citare chi ci aiuta a riconoscere quel veleno e ci indica strade giuste: Calamandrei, De Mauro, Cerini... e molte altre e molti altri; potremmo citare maestri e maestre che ispirano le scelte di chi insegna; potremmo citare moltissima ricerca pedagogica a sostegno di una scuola democratica, che non significa altro se non una scuola che fa crescere le persone insieme, garantendo essenzialmente uno spazio di conoscenza libera e liberante. 

Citeremo, invece, Mariangela Gualtieri, poetessa, che scrive alla figlia: 

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano

come una bestia zoppa e questo mondo

come una palla alla fine.

Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e

di sangue. Lo fa perché è facile farlo.

 

E noi non cerchiamo le cose facili, perchè nell'apparente semplicità si annida la passività e il senso della sudditanza: cerchiamo come costruire il "diritto ad aspirare", come dice bene Arjun Appadurai.
La Repubblica affida alla scuola il compito della scuola è rimuovere gli ostacoli allo sviluppo pieno della persona umana, hanno scritto le madri e i padri costituenti che, oggi, significa far conoscere il cuore pulsante dell’umano e del terrestre, nella sua complessità. 


 

Scrive...

M. Gloria Calì insegnante di lettere nella scuola secondaria di primo grado, si occupa di curricolo, discipline, trasversalità, con particolare attenzione alle questioni della didattica del paesaggio. Direttrice di "insegnare".

sugli stessi argomenti

» tutti