Viviamo tempi bui in cui avvertiamo la necessità di riprendere la riflessione e l’iniziativa sul futuro dell’educazione, nello specifico della scuola, riportando il confronto sul tempo della complessità. Quanto sta accadendo, e non solo nel nostro paese, è segno di politiche educative regressive, estranee alla cultura della scuola democratica e inclusiva. Cogliamo nella ri – nazionalizzazione dei programmi di studio, nell’identità nazionale e nel primato dell’Occidente e della sua storia segnali preoccupanti che aggravano la crisi dei sistemi educativi e non solo in Europa.
E poiché abbiamo a cuore le bambine e i bambini, le/gli adolescenti riprendiamo il confronto dalle trasformazioni del presente, da scenari che gli studiosi della complessità ci propongono.
Sul finire del secolo scorso la domanda posta dall’allora ministro Berlinguer al mondo della cultura fu occasione di riflessione nella società e nella scuola sui saperi essenziali e le conoscenze fondamentali che la scuola doveva garantire; seguirono provvedimenti legislativi e documenti di indirizzo significativi che segnarono i primi anni 2000.
Un cammino bruscamente interrotto con scelte successive che portarono nel 2003 a una nuova legge, all’abrogazione della legge sull’innalzamento dell’obbligo di istruzione e sul riordino dei cicli, alla stesura dei Piani di studio Personalizzati, nella logica del punto e a capo.
Una breve ricostruzione per ricondurre l’attenzione sulla stagione successiva in cui, ritornato al governo il centrosinistra, fu dato a Mauro Ceruti il compito di presiedere la Commissione incaricata di scrivere le Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo. La pubblicazione del documento “Cultura Scuola Persona” portò a sintesi mportanti scelte educative, coerenti con i nuovi scenari rappresentati dagli studiosi del pensiero complesso.
Una breve ricostruzione utile, in premessa, per capire la complessità dell’oggi a cui riteniamo di dover fare riferimento in questa fase in cui siamo palesemente in crisi di futuro, di nuovo nella logica del punto e a capo.
Cogliamo di quel documento alcuni aspetti che ci consentono di comprendere l’evoluzione di idee e proposte riconducibili agli studiosi del pensiero complesso, in particolare la cultura in risposta alla frammentazione dei saperi, la funzione della scuola, l’educazione alla cittadinanza, a un umanesimo planetario.
Aspetti su cui riprendiamo il confronto avendo a riferimento gli ultimi contributi di Ceruti Per una civiltà della Terra (Aboca 2026) e di Anna Lazzarini Reiventare la cittadinanza (Mimesis 2026) che ci permettono di riprendere “ la sfida di un nuovo umanesimo nel tempo della complessità”, ripartendo proprio dai nuovi scenari e dalla crisi dei sistemi educativi, dall’educazione alla cittadinanza planetaria, scelte che i governanti sembrano ignorare.
Quello che accade da ormai quattro anni è sotto i nostri occhi: la cultura della scuola democratica è sotto attacco, riscritta nei fondamentali, in spregio di gran parte della comunità scientifica. L’intento è quello di sostituire le parole della scuola che abbiamo ereditato dagli studiosi e dai maestri che ci hanno accompagnato e ancora ci accompagnano.
E poiché abbiamo a cuore quel che vivono i bambini e gli adolescenti in famiglia, a scuola, nella società non ci sembra inutile una riflessione che possa costruire nella condivisione un’alternativa che tenga insieme politica, cultura e prassi educative.
Nel già citato ultimo libro di Ceruti Per una civiltà della Terra, scritto con Francesco Bellusci lo studioso del pensiero complesso torna a una lettura del mondo attraversato da crisi molteplici, fornendo ulteriori elementi di analisi per conoscere le sue trasformazioni.
Non ci sembra fuori tempo riprendere il concetto che già Morin aveva denominato “policrisi” per orientare le scelte educative su quel che è utile per la cittadinanza oggi e in prospettiva. Vivere nell’incertezza con nuove consapevolezze è, dal nostro punto di vista, antidoto alla semplificazione e alle scorciatoie, ma per farlo non possiamo abdicare in termini di conoscenza. Conoscere per stare al mondo è una sfida e la sentiamo nostra!
Una prospettiva che esige anzitutto prendersi cura delle parole che, per effetto della semplificazione, sono cancellate o malamente reinterpretate presenti nel lessico pedagogico. Guardiamo con sospetto ai processi di riforma orientati a salvaguardare gli interessi del mondo economico – produttivo o una parte dell’elettorato, in una certa misura accolte proprio gli studenti e le famiglie dei più fragili che si dichiara di voler tutelare.
Quanto sta accadendo nelle vicine Spagna e Francia, in Israele, in Ucraina, in Asia e nelle Americhe è terribilmente vicino e ci riguarda tutti. Ci incoraggia a scrivere dei modelli educativi prevalenti, della crisi dei sistemi educativi che è globale, a chiedere altre politiche educative per chi, come i nostri bambini e i nostri adolescenti, abitano e abiteranno la Terra.
Una richiesta che stride con i processi in atto.
Noi siamo di altro avviso, in affanno, certo, ma al tempo stesso, in ricerca: in affanno perché travolti da narrazioni inquietanti sulla comunità educante, in ricerca perché pensiamo che il futuro dell’educazione meriti che si riprenda il dialogo su temi che hanno attraversato i momenti di espansione della scuola in un mondo che sta cambiando rapidamente e in una prospettiva che garantisca equità e diritti a chi apprende. Una prospettiva che, secondo noi, va cercata in nuove alleanze fra il mondo della cultura, della politica, della società civile, senza escludere la comunità professionale.
Se è ancora lecito dissentire vorremmo farlo non rinunciando al paradigma della complessità con lo sguardo al cambiamento. È necessaria, e lo diciamo da tempo, una riforma dell’insegnamento, ma per farlo abbiamo bisogno di conoscere il presente e ritornare a pensare insieme.
A riguardo, facciamo ancora una volta riferimento alle scelte che nel 2007 portarono alla stesura del documento “Cultura Scuola Persona”, riconfermato nel 2012 come a premessa alle Indicazioni nazionali per il curricolo e ricorrente nelle tesi sostenute in quegli anni da Mauro Ceruti sul pensiero complesso; da ultimo il suo ultimo libro pone la necessità di riprendere il confronto avendo a riferimento “ la sfida di un nuovo umanesimo nel tempo della complessità”, con particolare attenzione alle sue tesi sui “cinque saperi trasversali per la scuola dell’uomo planetario”.
Intelligere la complessità per una nuova paideia è una tesi a cui non possiamo, né intendiamo rinunciare. Sentiamo il peso di scelte diverse, - la multidimensionalità contro la linearità, l’incertezza contro le presunte antiche certezze – e però siamo attratti dalla prospettiva culturale che ci propone l’ibridazione fra i saperi, la transdisciplinarità, che stentiamo a riconoscere nelle proposte ministeriali e nelle prassi didattiche, che continuano a separare i saperi disciplinari. Una sfida che è culturale, politica ed etica, oltre che professionale.
Il tema è complesso, ma ineludibile. Conferma le nostre idee degli ultimi anni che ci hanno portato a costruire percorsi formativi nel segno della complessità (“Ritorno al Mediterraneo come metafora del mondo” e “ Chi educhiamo oggi?”) realizzati nella rete dei CIDI negli ultimi quattro anni, che ci hanno permesso di confrontarci con una parte non minoritaria della comunità scientifica. Non possiamo non collegare la conoscenza del tempo presente a un’idea di futuro; l’oggi dei bambini e degli adolescenti vive solo se in rapporto a quel che possiamo costruire, ovvero il mondo che consegneremo loro. Ne abbiamo bisogno tutti, noi adulti per primi, soprattutto noi insegnanti che abitiamo ogni giorno la scuola fondata sull’art. 3 comma 2 della Costituzione, sull’apprendimento – insegnamento, la scuola di tutti, nessuno escluso dell’art. 34.
Le narrazioni di chi tende a semplificare e a sminuire il ruolo dell’educazione e nello specifico della scuola, luogo naturalmente dedicato a costruire situazioni di apprendimento, non ci convincono. Rifiutiamo le politiche educative identitarie, le tesi negazioniste in materia scientifica, le scelte legislative in cui prevalgono sanzioni e divieti ai danni di chi conosce. Ci appaiono una rinuncia al pensiero condiviso, alla stessa funzione educativa di un lavoro difficile, - il nostro - ma intrigante e insostituibile. Sono in tanti a segnalarci la mancanza di tempi e spazi pubblici dedicati al confronto, segno che la crisi del pensiero ha ormai travolto anche le istituzioni. L’assenza di dialogo finisce per farci accettare la semplificazione e le ingerenze in materia di responsabilità professionale, compresi gli interventi lesivi dell’autonomia culturale e professionale, in ultima analisi della libertà di insegnamento.
Il lontano e il vicino ci inquietano, non sappiamo ricondurli a unità, viviamo nell’incertezza e nondimeno nella idea che su tutto questo possiamo invertire la rotta. Se pensiamo a quello che abbiamo vissuto abbastanza di recente con il distanziamento sociale ancora vicino nel tempo, al disorientamento che traspare ogni volta che tentiamo di discutere e portare a sintesi le scelte educative nel presentare i cosiddetti “temi sensibili” non possiamo non proporre di andare oltre il senso comune. Il “buonsenso” non basta per garantire l’educazione alla cittadinanza planetaria.
La scuola non è, secondo noi, una cittadella arroccata che difende l’esistente; la scuola in realtà è una città assediata da un pensiero debole, da richieste illegittime sul piano educativo e metodologico – didattico, nonché politico e culturale. Eppure, nonostante tutto, noi ci sentiamo dalla parte di chi incontriamo ogni giorno e per questo facciamo i conti con il revisionismo storiografico e con il negazionismo scientifico confutando le loro tesi e portando nella scuola il punto di vista di chi ci invita a connettere. Non è più sostenibile il modello organizzativo che abbiamo ereditato dall’800, i saperi disciplinari non possono vivere nell’ora di …, separati gli uni dagli altri.
E allora faccio di nuovo riferimento a Mauro Ceruti, che di questi aspetti ha scritto molte volte sollecitando una riflessione che può diventare per la scuola una occasione di ricerca per quella nuova paideia che ha di recente richiamato come ineludibile. Anzitutto faccio a riferimento alla sua tesi che guarda a un nuovo modello di educazione e di formazione umana per interpretare il mondo, il nostro presente, in cui tutto è interconnesso. È tempo, sostiene Ceruti, di riprendere un tema che era già presente in Cultura Scuola persona (2007), ovvero il nuovo umanesimo planetario, aggiornando il dibattito in rapporto ai cambiamenti intervenuti negli ultimi trenta anni e riconducendo la riflessione e le scelte politiche ed educative a quelli che indica come “i cinque saperi trasversali per la scuola dell’uomo planetario e l’educazione alla cittadinanza nel mondo globale”.
In accordo con le sue posizioni, inseguiamo, infatti, una alternativa politica e culturale che possiamo percorrere solo ritrovando, tra noi, nuove forme di pensiero e di prassi condivise. I problemi educativi sono complessi e abbiamo sempre più bisogno di comprendere la complessità nel suo significato più profondo: “scegliere e tessere relazioni tra i fili della realtà senza frammentarla”.
Nel nostro lavoro istruzione ed educazione stanno insieme e vivono l’una nell’altra. Si educa istruendo, lo abbiamo sostenuto molte volte. Eppure, influenzati dall’ego, da un diffuso individualismo, continuiamo a dividere, a separare quando c’è, invece, assoluto bisogno di connettere.
In questa temperie, fra i molti temi di cui riteniamo di doverci occupare solleviamo proprio il tema dell’educazione a,la cittadinanza nell’età globale mettendo a confronto le tesi di Ceruti con quelle di Anna Lazzarini nel già citato “Reinventare la cittadinanza nel tempo della complessità “ Nella sua analisi ritroviamo l’educazione alla cittadinanza come una finalità a cui la scuola, “luogo di straordinaria valenza sociale oltre che educativa” non può rinunciare.
Una impostazione che ci costringe a riflettere sull’evoluzione del concetto di cittadinanza ancora ancorata al concetto di Stato – Nazione, il nostro compreso, nonostante le scelte costituzionali riconducano a principi del tutto diversi. Così non è nei fatti e nelle norme che non riconoscono il diritto di cittadinanza. La relazione fra il sé e l’altro è continuamente messa in discussione. Nella sua analisi la Lazzarini, con riferimento alla globalizzazione e all’evoluzione del concetto di cittadinanza, ci invita a diffidare di interventi educativi che fanno dei temi che fanno il buon cittadino tempi e spazi di indottrinamento, riconducibili ai buoni comportamenti. Anna Lazzarini mette in guardia rispetto a due temi: il tradizionale approccio all’educazione civica di stampo repubblicano secondo una visione patriottica e nazionale e il non riconoscere la città educativa, il territorio, quella città - mondo in cui sono presenti tutti i segni della trasformazione e vale sia per le metropoli che per le nostre città di provincia. Un approccio che ci è caro. Nel nostro gruppo di lavoro del CIDI di Cosenza che abbiamo intitolato “Per una nuova età dei diritti” parafrasando Bobbio, abbiamo sostenuto che i diritti non sono privilegi e proposto la parola cittadinanza con l’accento sulla parola città; il laboratorio didattico, con riferimento al curricolo etico – sociale, è stato dedicato alla cura delle parole della Costituzione tutte plurali (democrazia, partecipazione, rappresentanza …).
Una idea non contro l’educazione civica, ma per l’educazione alla cittadinanza!
Valentina Chinnici nella nostra importante iniziativa da cui sono tratte queste riflessioni ha ricondotto l’analisi e la proposta sulle scelte politiche più recenti, argomentando i danni degli ultimi anni su cui non c’è stato confronto con chi la scuola la fa e le sue rappresentanze. Rivendicare pensieri lunghi come antidoto ai processi in atto è uno dei motivi che l’hanno portata a ritenere possibile un’alternativa che guarda al partito della scuola, come amava definirlo Tullio De Mauro, fra i fondatori del CIDI. Quel partito che dovrebbe assumersi l’onere di tenere insieme il mondo della cultura, della politica e della scuola, e avere cura dell’educazione, l’ I care di don Milani e di quanti, maestri, intellettuali, politici … hanno creduto e credono all’utopia dell’educazione per tutti e a un sistema scolastico inclusivo.
La cultura della scuola democratica cresce se chi la fa vivere non cede alla tentazione di una semplificazione amministrativa che altro non è che rinuncia al dialogo e al pensiero.
Mauro Ceruti, Una nuova paideia nel tempo della complessità, lectio doctoralis laurea honoris causa in Scienze pedagogiche e della progettazione educativa, Foggia 2024 www.mauroceruti.it
Mauro Ceruti, Francesco Bellusci Per una civiltà della Terra. La sfida di un nuovo umanesimo nel tempo della complessità, Aboca 2026
Caterina Gammaldi, Crisi di futuro e cultura della scuola, (2024), cidi.it
Anna Lazzarini, Reinventare la cittadinanza nel tempo della complessità, Mimesis 2026