La scomparsa di Edgar Morin ha riacceso l’attenzione su questo straordinario e originale pensatore, spingendoci a valutare il lascito della sua ricerca. L’inarrestabile curiosità intellettuale di Morin si è tradotta in una cospicua produzione letteraria, e l’estrema disponibilità al dialogo e allo scambio culturale ha fatto avvicinare alla sua figura numerosi giovani intellettuali che, nel tempo, si sono riferiti a lui in qualità di maestro e mentore, diffondendo le sue teorie e apportandovi personali contributi.
In Italia questo ruolo è rivestito in primo luogo da Mario Ceruti.
A quello di Ceruti sono aggiunti altri apporti e si sono creati vivaci e influenti circoli culturali operanti in vari contesti, non solo accademici. Il peso della teoria della complessità, di cui Morin fornisce una propria versione, è divenuto oggi assai rilevante, permettendo un’ampia diffusione delle opere dedicate a questo tema. Anche se in Italia la pubblicazione delle opere di Morin è stata tardiva rispetto ad altri Paesi, a partire dalla Francia, oggi anche noi disponiamo di numerosi materiali di studio per avvicinarci a questa teoria. All’interno della ricca produzione letteraria dell’Autore ha trovato largo spazio l’autobiografia, che permette di ricostruirne l’itinerario spirituale. È noto che la base su cui si struttura la sua formazione di geniale autodidatta è proprio la Francia, alla cui ricca tradizione culturale Morin rimarrà sempre legato, anche se la rielaborerà con tratti personali [1].
Nato a Parigi nel 1921, col nome di Solomon Nahoum, egli acquisterà il nome di Edgar Morin solo durante la Resistenza al nazismo nel 1944. La lotta da lui condotta, da militante, nelle file del Partito Comunista Francese, darà la prima spinta alla sua formazione politica, anche se poi egli si staccherà definitivamente dal PCF, denunciandone le posizioni staliniste. Il cosmopolitismo di Morin si spiega in parte con le origini parentali: i suoi genitori, Vidal Nahoum e Luna Beressi erano ebrei sefarditi di lingua spagnola originari di Salonicco. “Nelle origini marrane della sua famiglia e nel sentirsi un post-marrano ha visto le stigmate della dialettica tra civiltà e barbarie dell’Europa, ha scoperto la vocazione per un’identità plurima, l’immunità dagli integralismi, dalle semplificazioni ideologiche e concettuali e dalla violenza che trasudano. Ma anche, tra preveggenza e scienza, vi ha scorto l’ologramma della futura umanità sempre più globalizzata e meticcia”, come osserva Francesco Bellusci [2].
A partire dal centesimo compleanno di Edgar Morin si sono moltiplicati gli omaggi rivolti alla sua figura e alle sue teorie, da parte di amici, allievi e istituzioni (Unesco). In quest’occasione è stato pubblicato “Cento Edgar Morin, cento firme italiane per i 100 anni dell’umanista planetario” (Mimesis 2021).
In questa raccolta, curata da Mario Ceruti, sono contenute le testimonianze di cento intellettuali italiani, provenienti da diversi ambiti disciplinari, influenzati dalla riflessione del centenario pensatore. La produzione di Morin è rivolta in varie direzioni, interpretando le istanze di cambiamento e i fattori di rischio che la svolta globale del pianeta fa intravedere; le tematiche ecologiche, affrontate precocemente, quasi profeticamente da Morin, hanno costituito un forte stimolo per scienziati di varia appartenenza, dall’ambito umanistico a quello scientifico. Le riflessioni avviate in campo epistemologico e sociologico, con importanti ricadute nell’ambito della pedagogia e della politica, alimentando il dibattito sulla complessità, hanno quindi generato numerose ricerche, nelle quali si può veder tradotto e applicato il criterio della transdisciplinarietà, inerente alle teorie della complessità [3]. Lo dimostra la pubblicazione prima ricordata, attraverso gli svariati contributi in essa contenuti, che evidenziano come l’approccio trasversale alle diverse discipline può tradursi anche in innovazioni di tipo linguistico e comunicativo. Tra gli omaggi tributati a Morin, in occasione del suo compleanno centenario, può annoverarsi un incontro in rete, promosso nel 2021 dal Complexity Institute [4]. Particolare interesse, in quel contesto, ha rivestito il commosso intervento introduttivo di Mario Ceruti, che ha ricordato alcuni aspetti dell’epistemologia del Maestro, evidenziando l’ambivalenza semantica e la contiguità rilevabili dalla lingua francese nelle due definizioni di méthode e di a-méthode , apparentemente di segno opposto, ma coesistenti nell’epistemologia di Morin.
Accanto ai sette volumi del “Metodo” [5] l’innovazione metodologica della teoria della complessità si può rilevare chiaramente nell’opera “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”, (2001), un testo nel quale si esprime bene il portato pedagogico della riflessione di Morin.
Nel libro si parte da un presupposto, cioè che i sistemi pedagogici, in tutto o in parte, si ispirano al criterio della certezza e non a quello della complessità. L’influsso del metodo cartesiano, infatti, ha influito profondamente sulla pedagogia e sulla didattica, sulla base dei suoi quattro pilastri:
Secondo Morin l’inseguire la certezza è indice di un’intelligenza cieca, monodimensionale, e non dà conto di quanto, nella realtà, unità e molteplicità sono coesistenti. Alla razionalità del sapere monodimensionale egli contrappone l’intelligenza multidimensionale, indirizzata alla ricerca. Essa si afferma attraverso i sette saperi, attraverso cui può strutturarsi l’apprendimento dotato di senso e significato. Essi sono così definiti:
L’originalità della scrittura di Morin ci pone talvolta di fronte ad espressioni criptiche, a metafore che vanno intese con l’aiuto dell’immaginazione. Aspetti, questi, che si ritrovano in un testo pubblicato nel 1994, ovvero “Terra-Patria”. Le tesi del libro sono oggi rilette da molti alla luce delle conseguenze dello sconvolgimento prodotto dalla pandemia, e dalle manifestazioni del disordine mondiale e planetario. Per questo il termine “policrisi”, introdotto da Morin per indicare i segnali di disumanizzazione e la tendenza al dominio incontrollato della natura, sembra ancora drammaticamente attuale. Del termine “Patria”, nel testo qui ricordato, egli fa un uso diverso da quello ristretto, di stampo nazionalista; Morin lo ricollega piuttosto al pensiero dell’amato Montaigne che affermava: “Ogni uomo è mio compatriota”. Si vuole così riferire il concetto di Patria agli abitanti dell’intero Pianeta, di cui è sempre più urgente prendersi cura. In tutta la riflessione successiva si ritrovano segni di forte preoccupazione per il dominio incontrollato della natura da parte dell’uomo e la crescente hybris, enfatizzata dai progressi della tecnologia. A ciò si aggiunge la denuncia costante delle disuguaglianze in ambito globale. Nel mettere realisticamente in evidenza gli effetti della policrisi, Morin focalizza l’attenzione sul senso di impotenza che investe il cittadino globale, spingendolo a chiudersi, in difesa della propria identità [6]. Nel “transumanismo”, inteso come una rappresentazione puramente quantitativa dell’umano, sulla spinta inarrestabile della tecnica, Morin vede un’ulteriore, definitiva minaccia: la ricerca della divinizzazione da parte dell’uomo, della illusoria immortalità, la perdita del senso del limite da parte degli individui. L’antidoto agli effetti della policrisi risiede nella creatività, nella benevolenza, nella mente aperta.
In conclusione, viene da chiedersi se le politiche scolastiche più recenti, ignorando le attuali e principali urgenze educative, siano indirizzate, o comunque vicine, a questa visione di umanesimo planetario. Le ultime normative sono rappresentate dalle “Nuove Indicazioni nazionali per l’infanzia e il primo ciclo di istruzione 2025”, seguite più di recente dalle “Indicazioni nazionali per i Licei”. I due testi posseggono tratti comuni, evidenti nell’approccio metodologico e didattico che mettono in luce. C’è un netto cambio di direzione rispetto a scelte pedagogiche che trasparivano dalle precedenti Indicazioni: alla transdisciplinarietà o trasversalità dei saperi si contrappone il ritorno agli steccati disciplinari, all’apprendimento significativo si contrappone l’invito implicito al nozionismo. Anche l’attenzione alla dimensione planetaria risulta appannata. C’è il rischio di favorire una didattica che porta ad indebolire gli sforzi di molti educatori, intenzionati a favorire nei giovani la consapevolezza di essere agenti della cittadinanza globale.
Concetti come Patria e identità, a scuola, potranno ancora essere facilmente presentati, interpretati nello spirito di Edgar Morin?
Forse sì, ma solo a patto che le docenti e i docenti promuovano strategie capaci di accettare la sfida della complessità.
[1] In Doppio Zero è possibile trovare un’essenziale ricostruzione del percorso biografico di Morin. Vedi in particolare F.Bellusci, Complessità e libertà, Doppio Zero, 31-05-2026.
[3]La teoria della complessità ha origini piuttosto lontane, che risalgono alla fine dell’800. Alla base di essa c’è il rifiuto del determinismo. Tra gli scienziati più rappresentativi annovera Ilya Pregogine, premio Nobel per la chimica nel 1977, Humberto Maturana e Francisco Varela per la teoria dei sistemi applicata alla neurofisiologia e alla biologia. Tali studi aprono la strada all’intelligenza arificiale.
[4]Il Complexity Institute è un’Associazione di promozione sociale fondata nel 2010 che si impegna, con i propri formatori ed esperti, a diffondere il pensiero complesso e l’etica nei comportamenti, a supporto di organizzazioni e iniziative culturali che vadano in direzione del beneficio comune.
[5]All’articolazione interna del “Metodo” Edgar Morin ha dedicato numerosi saggi, pubblicati negli anni 2000 da Raffaello Cortina.
[6]Una posizione in parte analoga si trova in Zigmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli 2014.