Il decreto legge n° 170 del 2026, il c.d. “decreto scuola” sta affrontando l’iter previsto per la trasformazione in legge entro 60 giorni, dopo le modifiche che i gruppi parlamentari riterranno di proporre.
Si rileva, anzitutto, che l’applicazione di qualsiasi norma ad anno scolastico già avviato può ledere i diritti dei più fragili, proprio di chi si dichiara di voler tutelare.
Alcuni aspetti di questo decreto si presentano, inoltre, particolarmente contraddittori rispetto alle finalità stesse della scuola pubblica, secondo il progetto Costituzionale.
Il primo punto problematico riguarda le procedure di adozione del PEI. In generale, va evidenziato il rischio che la “semplificazione” si ripercuota sul processo di integrazione, per sua natura evolutivo.
Se il PEI non è aggiornato si rischia un blocco delle risorse, a meno che la famiglia del minore o i docenti non dimostrino che si sono presentate condizioni nuove che ne richiedono l’aggiornamento.
Inoltre, il Gruppo di Lavoro Operativo, secondo la nuova normativa, può deliberare anche se manca una componente (ad esempio la famiglia, il consiglio di classe …) una scelta che fa venire meno la collegialità, che, nel caso delle questioni inerenti la disabilità esprime quell’approccio sistemico che è la condizione indispensabile per il processo di crescita della persona.
Infine, decretare il rinnovo automatico annuale del PEI, prevedendo l’aggiornamento esclusivamente a nuovi elementi, nega la necessità di accompagnare l’evoluzione e i progressi fondamentali nel percorso di crescita.
Lungi dal “semplificare”, questi interventi fanno del PEI un atto amministrativo.
In questo secondo passaggio della riflessione ci riferiamo all’insieme di misure adottate in materia di orientamento e dispersione e che riguardano l’istruzione tecnico – professionale in genere, destinate a chi manifesta in difficoltà di apprendimento. Il decreto sembra prevedere la riduzione dei cosiddetti divari territoriali aumentando le risorse economiche in contrasto con le dichiarazioni del ministro che aveva recentemente enfatizzato la riduzione del tasso di abbandono nelle aree a rischio. La scelta di rafforzare gli interventi personalizzati (mentoring), il supporto ai docenti tutor e orientatori ritenuti essenziali per accompagnare gli studenti nel recupero e nei processi di scelta può essere letta con forti dubbi riguardo all’efficacia reale.
Non si può non notare che la personalizzazione e i percorsi per piccoli gruppi sottraggono gli studenti più deboli alle attività nel gruppo classe, se realizzati in orario antimeridiano. Se svolte in orario pomeridiano non possiamo non segnalare le difficoltà strutturali di studentesse e studenti pendolari che vivono nelle aree interne e che spesso non possono frequentare tali attività per mancanza di collegamenti con la sede scolastica.
Non smetteremo, inoltre, di segnalare la delega a “insegnanti specialisti” che non hanno nessun rapporto con il team docenti a cui sono affidati, nelle classi di appartenenza, ragazzi e ragazze in difficoltà. È un altro tassello di un processo di deresponsabilizzazione degli organi collegiali a cui ex lege è affidato il compito di gestire le situazioni di apprendimento – insegnamento.
Con riferimento all’istruzione tecnico – professionale, inoltre, la “liceizzazione” proposta, ammesso che abbia un senso reale, è puramente nominale. Si tratta, dati i tagli alle competenze di base, di un addestramento precoce in una fase già critica che è quella del primo biennio della scuola superiore. Ancora una volta l’attacco è all’innalzamento dell’obbligo di istruzione a 16 anni.
Ultima questione critica è il tetto al 30% di alunni stranieri nelle classi, di cui si è parlato spesso a sproposito prima della pubblicazione del decreto.
Già quest’anno in presenza di nuovi arrivi di minori non accompagnati o di nuclei familiari scampati nel viaggio verso il nostro paese per motivi diversi, che di norma venivano accolti a scuola in nome del principio costituzionale “la scuola è aperta a tutti” si possono segnalare ai servizi sociali nei casi in cui i genitori non agevolino il processo di integrazione o presentino difficoltà linguistiche. Non è una “misura di buon senso” come è stata presentata dagli organi di stampa, soprattutto nelle regioni/città/quartieri in cui la concentrazione di gruppi che provengono da altri paesi è numericamente elevata e dove, spesso, chi arriva trova la solidarietà di altre persone provenienti dall’estero che hanno già trovato un lavoro e mandano i propri figli a scuola.
Per rispettare la norma i dirigenti scolastici solerti dovranno segnalare eventuali situazioni ai servizi sociali e gli uffici scolastici dovranno procedere a trasferimenti obbligati verso scuole vicine con evidenti disagi che ricadono su famiglie o minori già in difficoltà causate dal trasferimento in Italia e dall’assicurarsi le condizioni minime di vita dignitosa. La norma si applica anche a chi non è nato in Italia, non ha frequentato almeno due anni la scuola dell’infanzia (che non è obbligatoria per legge), a chi ha un percorso scolastico accidentato. I genitori che non si iscrivono ai corsi di italiano sono passibili di sanzione economica.
Ci appare chiaro il messaggio inviato al paese dai suoi governanti: gli “stranieri” di nuova generazione sono un percolo per “i bianchi” coinvolti nel sistema scolastico, assumendo una posizione politica e culturale in aperto contrasto con la nostra Costituzione, che definisce l’uguaglianza sostanziale indipendentemente dalle condizioni economiche e personali e impegna la Repubblica nel rimuovere gli ostacoli.
È evidente, anche per il divieto di accesso alle attività scolastiche con il volto coperto, che prevalga non il buon senso ma una narrazione propagandistica centrata su un inventato processo di islamizzazione. Nelle scuole d’Italia, talvolta si vedono alunne con l’hijab, ma quante sono veramente le ragazze che entrano a scuola con il volto coperto? E, soprattutto? Questo costituisce un problema talmente importante da mettere mano a decreti.
Chi vive nelle grandi città sa che non esistono più classi frequentate solo da “italiani”, che molti alunni sono nati qui, vivono nelle nostre comunità senza alcuna differenza con altri. Chi legge di pedagogia sa che il multiculturalismo è un ambiente di apprendimento sano e molto stimolante, e che l’intercultura è un approccio didattico-educativo benefico sulla crescita delle persone.
Raccontare la presenza degli stranieri a scuola come una emergenza contribuisce in modo evidente all’aumento della paura del diverso, con la conseguente tendenza all’esclusione.
Del resto, l’intero provvedimento normativo pone questioni “d’urgenza” che in realtà sono l'ordinaria vita della scuola; sarebbe molto più responsabile, da parte dei decisori politici, assumere i dati di realtà e individuare attraverso di essi gli ostacoli da rimuovere perchè l'istruzione pubblica possa funzionare secondo quel progetto costituzionale richiamato all'inizio.