Tutti ricordano il nome di Malala Yousafzai, diventata un simbolo: un nome che immediatamente evoca scenari di lotta per il diritto all’istruzione, soprattutto per le bambine e le ragazze, in un contesto segnato da conflitti e da integralismo religioso. La voce di Malala, sopravvissuta ad un attentato dei Talebani mentre si recava a scuola, è diventata l’esempio e il riferimento per tutte le bambine nel mondo, che sono ancora escluse dalla possibilità di accedere alla scolarizzazione. Tante. Troppe.
Il premio Nobel per la pace assegnatole nel 2014 non ha impedito che la sua storia si ripeta in quell’area geografica come in altre.
Tante Malala continuano a non avere le opportunità di imparare a leggere né a scrivere, né l’accesso, all’istruzione necessaria per rivestire un ruolo pubblico e sociale, anzitutto per avere coscienza della propria dignità.
Tante bambine e ragazze restano ancora oggi limitate e ostacolate nella loro crescita da pregiudizi di genere, perché la scuola per le bambine spesso non c’è.
La scuola: presidio di cultura, di conoscenza, di consapevolezza, di progresso sociale ed economico per tante Malala non c’è.
Qualche volta, tuttavia, quasi per una sorta di miracolo di compensazione, alcune persone, lungimiranti e operose, singolarmente o in comunità, suppliscono in parte a questi deficit delle istituzioni, impegnandosi per superare gli ostacoli e innescare esempi positivi.
Una vicenda di questo genere è l’oggetto del nostro racconto che sottoponiamo all’attenzione di chi legge, non solo con intenti consolatori, ma anche per segnalare un’esperienza significativa e aggiungere un’ulteriore sfaccettatura di valore alla parola “insegnare”. Una storia che evidenzia la forza dell’insegnamento come impegno civile,come operazione di investimento sociale capace di moltiplicare opportunità per gli abitanti di un intero villaggio. Quella dell’insegnante è una professione difficile sempre, ma lo è in particolare in alcune aree del mondo dove essa è anche rischiosa per l’incolumità stessa dei maestri, tanto da obbligarli quasi alla clandestinità.
Parliamo ancora una volta di una regione, molto ampia geograficamente, al confine tra il Nord del Pakistan e l’ Afghanisthan. La valle dello Swat è la zona in cui è nata Malala, e proprio nel territorio adiacente c’è il Bajaur, la regione dove si svolge la storia che raccontiamo. E’ qui che alcuni attivisti trovano la forza di organizzarsi e cooperare per ottenere le risorse necessarie e così supplire alle carenze, agli ostacoli della dura realtà. E anche questa volta ciò è possibile grazie a una rete di collegamento che unisce persone abitanti in luoghi lontanissimi e che, pur parlando lingue diverse, si intendono benissimo e condividono un obiettivo comune: finanziare una scuola e dare un’occasione di istruzione ed emancipazione a chi altrimenti non l’avrebbe.
La storia è quella di Habib Hazrat, un giovane nato e cresciuto in un villaggio del Bajaur, da cui è stato costretto a fuggire per salvare la propria vita. Dopo un lungo viaggio nel quale ha affrontato violenze, soprusi e respingimenti, è riuscito ad arrivare in Italia, dove oggi vive e lavora. Qui Habib non ha mai dimenticato il suo villaggio di origine e, anche da così lontano, ha continuato ad inviare aiuti per sostenere un progetto, un sogno: costruire e sovvenzionare una scuola, un luogo di accoglienza, di formazione e preparazione, per bambini e bambine nel suo villaggio.
Habib, in questo suo intento, per fortuna,non è rimasto da solo: a Vercelli, cittadina lontana migliaia di chilometri da quel villaggio in cui è nato, nel dicembre 2024, si è costituita una piccola associazione di volontariato, grazie all’iniziativa di un gruppo di persone già attive in ambito umanitario nel territorio. Habib è stato così aiutato a reperire fondi da spedire nel suo villaggio, per supportare gli insegnanti e i piccoli studenti della scuola e acquistare i materiali didattici necessari.
Habib spiega che, inizialmente, quando la scuola ha cominciato la sua attività nel villaggio, la reazione di molte famiglie è stata di diffidenza, soprattutto verso l’opportunità di far frequentare le lezioni anche alle bambine. Ma poi persino gli stessi padri hanno compreso quanto possa essere utile che le loro figlie sappiano cavarsela nella gestione della vita quotidiana grazie all’istruzione, aiutando la famiglia a risolvere le difficoltà. Così sono proprio i padri a favorire la frequenza scolastica delle loro figlie; nel villaggio comincia a farsi strada la consapevolezza di quanto sia importante l’istruzione, soprattutto femminile, perché essa produce conseguenze e ricadute positive per tutti i membri delle famiglie e della comunità, tanto che si sta realizzando un effetto sorprendente: attualmente più di duecento, tra bambini e bambine, si sono inseriti in lista di attesa per essere ammessi alla scuola!
Non si tratta di un miracolo, è il buon esempio che, diffondendosi, attiva un processo virtuoso per la collettività perché l’istruzione è vantaggiosa per tutti, migliora la vita, combatte la povertà, limita le ingiustizie, soprattutto quando riguarda l’infanzia femminile.
Per questo la celebre frase di Rita Levi Montalcini “Se istruisci un bambino, avrai un uomo istruito. Se istruisci una bambina, avrai una donna, una famiglia, una società istruita” è diventata il motto dell’associazione vercellese, che con Habib collabora per sostenere la scuola in Bajaur. Motto ben evidenziato sul sito online dell’associazione che prende il nome di “Bright Future Welfare Foundation”.
L’associazione ha avviato diversi progetti per rispondere ai bisogni della comunità del villaggio, contribuendo al rifornimento di generi alimentari (farina, zucchero, legumi) e medicine alle famiglie in maggiore difficoltà, partecipando all’ organizzazione di campi medici all’interno della scuola, offrendo i mezzi economici per visite e medicine gratuite alla popolazione del villaggio. Qui infatti è alto il numero di persone in condizioni di estrema povertà,che non hanno le risorse per pagare i servizi sanitari, mentre altre non riescono nemmeno a raggiungere un ambulatorio a causa delle grandi distanze o della mancanza di trasporti. Malesseri comuni come febbre, mal di pancia o tosse spesso restano senza cure. Pertanto l’associazione si preoccupa anche di necessità basilari come cibo e farmaci.
Grazie a questo impegno, piccolo ma tenace, l’associazione, che ha come presidente proprio Habib,ha ricevuto, l’otto dicembre 2025, il Premio “Bontà” di Vercelli, assegnato ogni anno dal giornale locale La Sesia, e consegnato durante una cerimonia che vede la partecipazione numerosa e commossa della cittadinanza. Un riconoscimento importante che incoraggia le attività e i progetti e che segnala, una volta di più, come la globalizzazione dell’economia e della finanza deve necessariamente essere incalzata e regolata dalla globalizzazione dei diritti e della solidarietà tra i popoli.
Attualmente l’associazione si è posta alcuni nuovi obiettivi da perseguire e raggiungere.In particolare si mira al completamento dei lavori per la costruzione di un pozzo vicino al villaggio e alla scuola, sicuro, capace di dare acqua a chine abbia bisogno, perché attualmente la comunità dipende per l’approvvigionamento dell’acqua da un serbatoio collegato a un pozzo lontano diversi chilometri. Inoltre le scorte, faticosamente recuperate dopo diversi viaggi, spesso non bastano.
Ma tutto è complicato in questa regione, non solo per la povertà, ma anche per i conflitti che periodicamente esplodono in episodi di violenza. Il Bajaur è un distretto governativo, abitato da un milione e mezzo di abitanti, per lo più di etnia pashtun, con una società di tipo prevalentemente rurale. Il distretto si trova al confine occidentale del Pakistan, condividendo una linea di confine di 52 km con la provincia afghana di Kunar. Con una superficie di 498 chilometri quadrati, il Bajaur occupa un piccolo bacino montuoso, con capoluogo la città di Khar, situata al centro del distretto.
Questa regione, il Bajaur, è situata in una zona di confine dove di recente sono ripresi attacchi tra gruppi talebani afghani e forze militari pakistane. Il governo pakistano accusa il regime di Kabul, reinsediatosi in Afghanistan dopo la ritirata americana del 2021, di fornire basi al TTP, Tehreek-e-Taliban Pakistan, che, secondo Islamabad, sarebbe responsabile di attentati terroristici in Pakistan. Main gioco c’è anche la linea di confine tra i due paesi, sempre contesa in assenza di accordi definitivi. Di tale conflitto poco si parla sui media, ma, stando alle informazioni reperibili anche sul sito di Amnesty International, esso esplode periodicamente in violenze e massacri improvvisi, in cuii civili inermi, donne bambini e anziani, pagano le più dure conseguenze.
E’ in condizioni così difficili e precarie che Habib e l’associazione “Bright Future Welfare Foundation” stanno cercando di far funzionare una scuola autogestita. Infatti le scuole pubbliche statali,disposte ad accogliere anche le bambine, sono poche e sono molto distanti, difficili da raggiungere, perché mancano strade percorribili e perché si corrono rischi di attacchi terroristici, di violenze. Così la comunità che vive in queste zone si auto-organizza, con l’ostinata volontà di coloro che si battono coraggiosamente per dare un futuro ai propri bambini, sapendo che la scuola è l’unica strada per il futuro, perché la scuola consente di imparare a vivere e non solo sopravvivere a fatica senza orizzonti né prospettive.
Così, oggi, questa scuola accoglie 152 alunni, suddivisi in cinque classi. Una classe per il kindergarten (l’asilo) e poi le quattro classi delle elementari, dalla prima alla quarta. I bambini iniziano a frequentare a cinque anni e vengono assegnati alle varie classi in base alle loro capacità. L’orario scolastico cerca di assicurare quattro ore di lezione dal lunedì al sabato. Ci sono sei maestri che insegnano diverse discipline: il pashtu (lingua parlata in Pakistan e Afghanistan), la lingua urdu (lingua ufficiale del Pakistan), e poi matematica, inglese, religione e scienze. Anche grazie all’associazione Bright Future Welfare Foundation, guidata da Habib, sono stati forniti banchi e lavagne per le aule, libri di testo.
Si lavora e si studia in inverno e in estate, sfidando ostacoli e avversità di ogni tipo.
L’elettricità viene ricavata da pannelli solari e sono questi ad alimentare i ventilatori d’estate. D’inverno il clima rigido richiede giacche pesanti e scarpe robuste per i bambini e le bambine, ma spesso si tratta di indumenti “di lusso”, che non tutti possiedono, al massimo ciabatte o scarpe rovinate dall’usura. Allora la comunità locale, con il supporto anche dell’associazione vercellese, interviene fornendo, per quanto possibile, il materiale necessario.
Ogni giorno di lezione è una conquista, mai scontata, mai definitiva. Ogni giorno di lezione è una prospettiva in più per il futuro, non solo individuale ma per lo sviluppo dell’intera comunità.
E questo lo sanno bene Ahmed, Hassan, Zainab, Noor e tanti altri bambini e bambine che, entrando nella scuola del villaggio nel Bajaur, sorridono. Lo sanno bene mentre tengono in mano “un libro e una matita come se fossero l’arma piu potente per cambiare il mondo”.