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20/04/2018

La scorciatoia punitiva non serve

di Jacopo Rosatelli

Le cronache dei giornali riportano con sempre maggiore frequenza episodi di violenza ai danni di insegnanti, ed ecco i primi effetti: si chiede a gran voce «l'inasprimento delle pene» per gli studenti (e per i genitori) responsabili degli atti ostili. Una petizione lanciata da un sito di informazione scolastica ha raccolto in breve tempo oltre 50mila firme, negli istituti trova consenso il refrain degli ideologi anti-Sessantotto: bisogna ristabilire la disciplina. Immancabile, Matteo Salvini, uno degli autocandidati a guidare il governo del Paese, ha rincarato da par suo la dose, e anche la Ministra Fedeli richiama pubblicamente alla severità, invocando «bocciature per i bulli». Persino fra i docenti orientati politicamente a sinistra e alcuni sindacati serpeggiano queste pulsioni. Al disagio – vero e tangibile – dei docenti la risposta da dare sarebbe dunque il classico ritorno all'ordine, ripristinando l'autorità perduta a suon di bacchettate a chi si macchia di lesa maestà.

Se davvero si intraprendesse questa strada, si darebbe un ulteriore colpo a quel modello di scuola democratica, di «scuola della Costituzione», già messo pesantemente in discussione dalla  "Buona Scuola“ del governo Renzi. Quelle basate sull'ideologia aziendalistica che struttura gli istituti educativi  intorno al principio del comando-obbedienza, con il correlato necessario di controllo-sanzione. Vale per il rapporto interno fra dirigente e lavoratori, così come per quello esterno fra ministero e singole scuole. Al mosaico manca ancora un ultimo tassello, forse quello decisivo: che anche la relazione in classe torni ad essere definita in maniera esclusiva in questi termini.

Vorrebbe dire buttare nel cestino lo "Statuto degli studenti e delle studentesse", norma varata giusto vent'anni fa, uno dei pochi prodotti inequivocabilmente positivi della stagione «riformista» del ministro Berlinguer. Norma molto spesso ignorata o disattesa, si fonda sull'idea che «l'autorità» si costruisca nelle pratiche quotidiane di incontro, dialogo, ascolto, nel lavoro didattico orientato all'apprendimento di tutti e ciascuno. Quando i ragazzi sbagliano, le sanzioni devono essere un'occasione per capire l'errore, una modalità diversa per imparare, e non certo una «punizione esemplare».
Se rieducare e risocializzare è un imperativo costituzionale nell'esecuzione penale degli adulti, tantopiù lo è per le sanzioni date a scuola. Ogni comportamento fuori dalle regole deve essere una sfida educativa per la comunità scolastica, non l'occasione per affermare la potestà punitiva.

A scanso d'equivoci, le violenze ci sono e non vanno sottovalutate (ma nemmeno enfatizzate, in assenza di statistiche che giustifichino il parlare di un'emergenza). Tutte le persone che svolgono funzioni pubbliche e sono a contatto con il pubblico, in una società in cui la crisi morde, sono esposte a rischi: lo sanno infermieri e medici, controllori su autobus e treni, arbitri nei campetti giovanili, persino avvocati e magistrati.

E vero è che c'è uno specifico problema della scuola, mondo nel quale si è fatta largo l'idea che il cliente abbia sempre ragione e dunque possa pretendere, anche alzando la voce o le mani, che il docente lo soddisfi sempre e comunque. Ma la scorciatoia punitiva non restiuirà centralità e credibilità al ruolo degli insegnanti e della scuola, ammesso e non concesso che nel passato democristiano ce l'abbiano avute. Quel che serve, se si crede nella scuola democratica «aperta a tutti», è sviluppare capacità e procedure per fare fronte a ragazzi e famiglie «difficili»: possibile solo a condizione che vi siano davvero le risorse economiche e professionali adeguate. Situazione dalla quale siamo, purtroppo, molto lontani.

 

l'autore

Jacopo Rosatelli Insegnante di scuola secondaria di II°, collaboratore de "Il manifesto" e "L'Indice dei libri del mese".

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