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14/06/2022

Una "strada diversa" ma una formazione completa

di Giuseppe Bagni e Tiziana Liuzzi

L’istruzione professionale ha ancora molto da dare e da dire alla scuola e alla società per la ricchezza e varietà delle sperimentazioni che può sostenere, attuando un modello didattico innovativo, capace di coinvolgere tutte le intelligenze dando spazio all'operatività e laboratorialità come strumenti, per raggiungere saperi non annacquati o ritenuti in qualche modo di serie B.
Ci sono esperienze, che testimoniano come l'istruzione professionale possa rappresentare un vero laboratorio di ricerca-azione, dove si aiuta la formazione ricca e completa degli studenti attraverso percorsi didattici, che entrano nei contesti e intercettano le competenze di professioni peraltro importanti per la nostra economia.
L'istruzione professionale, quindi, non è meno scuola, per cui non siano previste le stesse valenze educative e formative dei percorsi liceali e tecnici, ma è un'altra tipologia di scuola che forma, non solo e non tanto ad un lavoro, quanto attraverso il lavoro.

Ne è un esempio particolarmente significativo il “Modello Intergenerazionale” realizzato all’interno dell’Indirizzo Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale degli Istituti pugliesi, sfruttando gli spazi e le opportunità offerte dalla normativa in vigore per realizzare finalmente una progettazione dal basso che è la piena attuazione dell'art.6 della legge sull'autonomia scolastica che le riconosce come centri di ”ricerca, sperimentazione e sviluppo”; un articolo a cui non sono mai state date gambe per camminare.

Abbiamo ritenuto che in una società in cui la famiglia è spesso mononucleare, se non addirittura monogenitoriale, i giovani non hanno l’opportunità di confrontarsi con le proprie radici storico-culturali rappresentate dagli anziani. Da qui è nata l'idea di un percorso realizzato all’interno delle RSA, delle Case di Riposo o nei Centri Diurni per anziani, come opportunità per creare, in questo caso per ripristinare, un nuovo paradigma culturale che favorisca il dialogo autentico, l’ascolto attivo, l’inclusività.
Non dimentichiamo, che come dice un detto africano “il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma è l’anziano a conoscere la strada”. In questa società sempre più liquida, individualista, in continua trasformazione, perdiamo le nostre radici, la nostra identità ed allora il percorso progettato diventa l’occasione di mutuo apprendimento tra generazioni, dove a beneficiare non è soltanto il giovane, ma anche l’anziano.
Quest’ultimo ha una miriade di opportunità relazionali, affettive, sociali, di stimolo intellettuale che provengono dall’universo dei giovani. I ragazzi, a loro volta, possono essere dei validi insegnanti nell’utilizzo del PC o del cellulare.

Non solo, l'esperienza è stata un’opportunità per sfatare falsi miti, pregiudizi e leggende metropolitane, che dipingono l’anziano come un individuo inutile, non più in grado di dare e ricevere qualcosa dalla moderna ed efficientissima società.

La relazione intergenerazionale all’interno dell’Indirizzo SSAS non riguarda solo alunno-anziano, ma anche alunno-bambino: spesso i nostri allievi sono figlio e/o nipoti unici, quindi manca loro l’occasione di confrontarsi con un’infanzia  “educante”.
Paulo Coelho diceva che: “Che un bambino può insegnare tre cose all’adulto: a essere contento senza motivo; a essere sempre occupato in qualche cosa, a prendere con ogni sua forza quello che desidera”, ma sono molte di più le opportunità formative.
Le verifiche realizzate a termine del percorso hanno evidenziato che gli alunni acquisiscono senso di responsabilità, superano i residui di un egocentrismo causato da un prolungarsi dell’età infantile, imparano ad essere pazienti, a prendersi cura dell’altro, aumenta l’autostima, senza parlare delle competenze professionali apprese.
I bambini a loro volta imparano a interagire con le alterità senza concepirle in modo negativo e fuorviante, a relazionarsi con persone di età diverse, a confrontarsi con il mondo dell’adolescenza, a investiti dall’energia dei giovani e dalla loro immensa creatività.

Il Modello Intergenerazionale sperimentato è stato in grado di ridare un senso al termine comunità, che non vuol dire un gruppo di persone di età diverse che condivide lo stesso spazio, ma intesa nel  suo significato etimologico. Comunità  deriva dal latino communitas, cioè condividere un mus, un dono, quindi tornare a donarsi reciprocamente, a prendersi cura l’uno dell’altro.
Naturalmente in questo “viaggio” formativo gli alunni non sono stati soli, ma accompagnati dai docenti nelle varie fasi: prima, durante e dopo. Nella fase iniziale gli allievi sono stati preparati nel tirocinio indiretto svolto nei vari laboratori, in particolar modo nel Laboratorio di Metodologie Operative, durante e dopo attraverso schede di osservazione,  schede narrative e studi di casi.
I momenti delle rielaborazioni delle esperienze da parte degli alunni diventano per il docente la situazione principe in cui favorire lo sviluppo delle qualità indispensabili dell’empatia, della capacità d’ascolto e della flessibilità, doti psico- attitudinali, che ogni operatore socio-sanitario deve possedere per svolgere al meglio il proprio lavoro.

Riteniamo che il Modello Intergenerazionale consenta di formare allievi che diventino professionisti in grado di vedere “l’essere speciale ed averne cura”, parafrasando Battiato, oltre la malattia, le rughe, la fragilità e la decadenza.

 

Credits


Immagine a lato del titolo:  best practice di successo di convivenza intergenerazionale nella  casa di riposo Humanitas di Deventer, Olanda.

gli autori

Giuseppe Bagni Insegnante di Chimica negli Istituti secondari, Presidente nazionale del Cidi, membro eletto del CSPI.

Tiziana Liuzzi Docente, membro del Consiglio di Istituto e Referente del dipartimento di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado.

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