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18/01/2026

Sguardi indiziari

di Maurizio Muraglia

Tra qualche giorno si chiuderà il sipario sull’omicidio di La Spezia. Non è cinismo, il mio, è presa d’atto di un copione che si ripete tutte le volte in cui avviene una tragedia che riguarda una scuola. La parola “tragedia” è quella circolata più spesso nelle dichiarazioni degli intervistati di turno, che spesso l’hanno premessa a quel che era stato loro chiesto: “Premetto che è una tragedia…”. Aderisco anch’io a questa definizione dell’accaduto.
L’evento tragico accade in una scuola e suscita sgomento. Giustamente. È stato detto che il luogo della non violenza, il luogo della legalità, il luogo in cui i genitori si sentono al sicuro affidando i loro figli si è trasformato in tutto l’opposto. E anche queste affermazioni sembrerebbero inoppugnabili, se la scuola fosse un sistema impermeabile all’extrascuola. Ma non lo è.  

Il copione però prevede una parte ineludibile, che è quella intitolabile: “lo sguardo indiziario”. In questi giorni ispettori ministeriali e funzionari scolastici della Liguria stanno cercando di capire se ci sono eventuali responsabilità della scuola. Abbiamo tutti ben presenti quelle formule latine che i dirigenti scolastici conoscono bene e talvolta brandiscono minacciosi sulle teste dei docenti, del genere culpa in vigilando, secondo cui un insegnante non può limitarsi a insegnare, ma deve anche sorvegliare i comportamenti perché è un pubblico ufficiale. Da qui la liturgia ben nota delle relazioni dettagliate che vanno presentate alla dirigenza quando in gita un allievo si fa male a un dito e il sinistro capita quando il sorvegliante era il docente tal dei tali.

Nella serie televisiva “Il professore”, il docente “alternativo” (non si sa a cosa) Dante Balestra, interpretato da Alessandro Gassmann, si macera nel senso di colpa per non avere capito in tempo che il proprio allievo Gabriele meditava propositi di suicidio. Il fatto che si tratti di suicidio e non di omicidio non muta lo schema interpretativo che sto adottando. Lo sguardo indiziario sarebbe la capacità del docente di accorgersi che qualcosa non va nei propri alunni. Chi è in servizio sa bene che dal primo all’ultimo minuto della giornata scolastica entrano in scena tre tipi di docenti: quelli che passano il tempo a cercare indizi e allertano continuamente i colleghi delle braccia tagliate, dello sguardo perso nel vuoto, della depressione che serpeggia nei temi; quelli che non hanno alcun interesse ad occuparsi di queste cose perché non lo ritengono pertinente; quelli che non sono indifferenti agli indizi più eclatanti, soprattutto se condizionano l’esperienza relazionale e di apprendimento. Perché, fino a prova contraria, di scuola si tratta. Ovvero luogo dell’apprendimento e di tutto ciò che lo favorisce o lo impedisce.

Se avessimo capito. È la premessa di ogni ragionamento che segue la tragedia. Ma qui voglio porre l’interrogativo: che avremmo fatto? Quando l’omicida manifesta, tra il serio e il faceto pare, propositi di omicidio, nel senso che dice che vorrebbe ammazzare, che fa l’insegnante? Lo comunica alla dirigenza? Chiama la famiglia? E che si fa? Si vigila maggiormente? Su che cosa? Se chi dice queste cose prosegue candidamente con “scherzavo”, che si fa? Lo si perquisisce quotidianamente? Lo si accompagna nei bagni?

Queste domande riguardano la vita scolastica, intesa quale iceberg. Anche senza che emerga la punta dell’iceberg, ovvero la tragedia, lo sguardo dei docenti si posa sui comportamenti degli studenti, ma a quale scopo? Per dedurne indizi autodistruttivi? Per “segnalare” casi difficili? Oggi la scuola è un contenitore gigantesco di bisogni educativi speciali certificati. Dietro ogni bisogno speciale c’è un atteggiamento speciale verso il quale la scuola deve attivare strumenti che dispensano e che compensano. A quel punto la famiglia è tranquilla? La scuola si guarda bene le spalle dai ricorsi? E quando dovesse accadere l’irreparabile, non necessariamente a scuola ma anche nel chiuso di una stanzetta a casa oppure in una strada adiacente la scuola, di che cosa parleremo? Della scuola che non si è “accorta”?

Forse qualche lettore avrà compreso da queste righe che sto parlando del proverbiale svuotamento del mare col cucchiaio. Ovvero di una scuola che mentre insegna (o al posto di insegnare!) va in cerca di indizi. Gli indizi del disagio. La parola compare qui per la prima volta, ma è quella più gettonata nel discorso sociologico: disagio giovanile. Il disagio giovanile, a quanto si sente, sarebbe fuori controllo in questa stagione, che segue quella degli anni Dieci in cui si chiamava emergenza educativa. Ma a me pare che, nel quindicennio precedente (1995-2010), i giovani non brillassero per felicità, se solo ci si ricorda della stagione delle occupazioni. È stato scomodato il Covid, per certificare la specificità inaudita del disagio attuale e l’inclinazione alla violenza dei comportamenti giovanili, come se quelli degli adulti fossero improntati alla santità.

Forse da un paio di decenni a questa parte qualcosa di nuovo ci sarebbe, qualcosa che anche nella tragica vicenda di La Spezia avrebbe giocato un ruolo. Il palcoscenico social. Vero o non vero che sia, sembrerebbe che la causa scatenante del gesto omicida sia riconducibile a delle foto postate. Al di là del merito - di chi siano le foto, per quali motivi siano state pubblicate, a quale epoca risalgano -, non c’è sguardo indiziario che tenga di fronte ad un fenomeno che non è più tale, perché fa parte del paesaggio quotidiano come il frigorifero e la lavatrice: la distruzione del confine tra pubblico e privato. Ovvero la possibilità che episodi e relazioni che rivestono carattere privato possano essere visti da tutti. Dalla Grecia arcaica proviene l’idea della vergogna, un sentimento generato dalla perdita della timé, ovvero della reputazione. La timé è la grande protagonista dei social. Perché attorno ad essa si muovono l’approvazione, il disprezzo, l’invidia, la gelosia, la superbia, tutto il repertorio ferino che abita homo sapiens e che cerca un’occasione per scatenarsi.

A prova di sguardo indiziario.

Scrive...

Maurizio Muraglia Docente di Lettere nei licei, formatore, già Presidente del Cidi Palermo

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