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15/02/2026

L’importanza di creare un focus sul diritto internazionale nell’insegnamento della storia.

di Annalisa Marcantonio

I recenti e drammatici sviluppi della geopolitica ci portano oggi a riflettere sull’urgenza di incrementare, nell’ambito delle scelte didattiche in ambito di storia contemporanea, informazioni e tematiche relative alle principali tappe della costruzione del diritto internazionale, dal ‘900 ad oggi. Si viene così a porre l’accento sulle dinamiche di potere, le crisi umanitarie e la sorte della giustizia globale.

L’impegno in tale direzione assume una particolare valenza, in ambito formativo, data l’urgenza di aiutare i giovani a stabilire una relazione con il presente che non si traduca esclusivamente in una conoscenza superficiale (sempre più ancorata e limitata al web) ma, per quanto possibile, documentata, costruttiva e necessaria per le future scelte personali. Basterebbe porsi la seguente domanda: noi adulti stiamo facendo abbastanza per preparare studentesse e studenti a leggere e interpretare le trasformazioni o, per meglio dire, le convulsioni che attraversano le società attuali e la vita degli Stati e delle comunità, con gravi rischi per la democrazia? Se facessimo autocritica, scopriremmo che manca una sufficiente attenzione alla questione qui avanzata. Se ne può individuare la ragione. Alle spalle dei giovani e degli adolescenti vi sono quelle generazioni che hanno potuto sperimentare un clima politico-sociale caratterizzato dall’esistenza di basilari garanzie giuridiche, più o meno condivise dalla gran parte dei cittadini e fondate su istituzioni e norme in grado di tutelare i diritti umani fondamentali, almeno in vaste aree del mondo conosciuto. In una realtà storico-sociale divenuta oggi più complessa, tale consapevolezza sembra diminuire; questi stessi adulti, posti oggi di fronte al disincanto che investe il mondo giovanile, mostrano di avere qualche difficoltà nel comprenderne le motivazioni profonde e nel fronteggiarne le conseguenze. Nel quadro qui delineato, compito della scuola dovrebbe essere quello di accompagnare, di fornire strumenti di comprensione, al fine di favorire lo sviluppo di una coscienza sociale. Gli sforzi di scuola e famiglia dovrebbero convergere, in questa direzione. Se guardiamo però al modo in cui si va configurando il rapporto scuola-famiglia, notiamo che questa collaborazione si realizza raramente. Ai percorsi formativi che la scuola può offrire si richiede di raggiungere svariati traguardi, in direzioni talora contrapposte. Il successo scolastico viene spesso identificato con il conseguimento di alti punteggi, e i buoni/ottimi esiti scolastici sembrano essere diventati la principale richiesta che proviene dalle famiglie. Non in uguale misura, tuttavia, viene riconosciuto alla scuola un ruolo ben più importante, quello di poter e saper essere una valida guida per i giovani studenti, nel favorire una rappresentazione costruttiva dei rapporti interpersonali e sociali, nell’orientare le future cittadine e i futuri cittadini. Ci si chiede dunque come fare perché la scuola pubblica, anziché essere considerata un “votificio”, possa mantenere il suo ruolo di principale agenzia educativa, autonoma nel darsi le proprie direttive, nello spirito e nella cultura della Costituzione. Perché la tradizione democratica che ispira la nostra scuola non si estingua, ma piuttosto si rinnovi, occorre però che i docenti imbocchino con coraggio strade nuove, in vista dell’obiettivo irrinunciabile di costruire un’agorà democratica, a partire dal microcosmo dell’aula scolastica per arrivare a toccare il macrocosmo globale. Con quali metodi e strumenti arrivarci?

L’approccio pluridisciplinare, benché sembri essere diventato oggetto di inauditi e ingiustificati attacchi, è ancora quello più funzionale ad introdurre e sviluppare questioni relative al tema del diritto internazionale e della giustizia globale.
In un possibile percorso di ricerca, appare evidente che il primo documento da prendere in esame è costituito proprio dalla Costituzione italiana, nella quale il rapporto con il diritto internazionale è rilevabile nell’art. 10, mentre nell’art. 2 vengono garantiti i diritti inviolabili dell’uomo. Nel testo dell’art. 10 viene individuato un nucleo di “consuetudini” [1]  
facenti parte del diritto internazionale generale ovvero:

  • il diritto all’autodeterminazione dei popoli;
  • il divieto di aggressione;
  • il divieto di violare i diritti umani fondamentali.

In una prospettiva più ampia meritano particolare attenzione i trattati del diritto penale internazionale, istituiti per sanzionare e punire comportamenti individuali criminali. Nel tempo, stati istituiti organismi deputati ad interpretare ed applicare le norme. Dopo il 1945, i processi di Norimberga e Tokio hanno definito le norme del diritto internazionale riconducibili a: l’aggressione, il genocidio, i crimini contro la pace, il trattamento inumano dei prigionieri di guerra.
La nascita dell’ONU e la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” [2] hanno determinato poi un aggiornamento del quadro normativo.

Alcuni drammatici eventi bellici, accaduti nell’ultima fase del’900, hanno portato ad un’importante iniziativa, da parte dell’ONU, cioè all’istituzione di due organi giurisdizionali per affrontare specifici casi, riguardanti due sanguinose guerre civili: il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, chiamato ad indagare sugli eventi delle guerre balcaniche degli anni Novanta, e il Tribunale penale internazionale istituito per giudicare i responsabili del genocidio in Ruanda.

I consessi qui indicati hanno completato i loro lavori rispettivamente nel 2017 e nel 2015.

Ricordare questi eventi storici, proponendoli come focus di analisi e riflessione, potrebbe assumere importanza, alla luce di quello che sta avvenendo, delle guerre che si stanno combattendo in più scenari mondiali, facendo ricorso allo strumento del genocidio e della pulizia etnica. Poiché esistono possibili convergenze tra le pratiche inumane già praticate in altri periodi storici e quelle attuate in alcuni odierni teatri di guerra contro la popolazione civile, credo che avviare con i giovani una seria riflessione su questi crimini avrebbe una ricaduta estremamente positiva in ambito formativo, oltre ad avviare ad un corretto uso delle fonti, in specie di quelle multimediali. Un uso analitico e mirato dei documenti, anche in forma virtuale, potrebbe infatti contrastare la fruizione superficiale e caotica che caratterizza spesso il rapporto con il web.

In tal modo, oltre alla conoscenza del presente storico, si otterrebbe il risultato di potenziare nei giovani la capacità di valutare, autonomamente e responsabilmente, le conseguenze delle azioni e scelte compiute da individui, gruppi o nazioni. La comparazione dei fatti analizzati con l’osservanza o la violazione dei diritti umani sarebbe dirimente.

A questo punto, è giusto richiamare nuovamente l’attenzione sull’importanza dell’approccio pluridisciplinare. Mi sembra evidente che l’input di invitare gli studenti ad assumere una posizione autonoma conduca facilmente a porsi interrogativi di natura filosofica. In primo luogo perché ogni riflessione in ambito giuridico non può prescindere dal conoscere alcuni paradigmi fondamentali del pensiero politico occidentale (e non solo). Attraverso un’ampia scelta di teorie, elaborate dal XVI al XX secolo, ci possiamo accostare a concetti filosofici basilari, grazie ai quali abbiamo l’opportunità di “maneggiare" termini quali potere, diritto, legge, liberalismo, democrazia, autoritarismo, Costituzione, scavando nel loro significato. Può essere così costruito un essenziale bagaglio concettuale, un nucleo epistemico tale da rendere più facile alle studentesse e agli studenti entrare attivamente in relazione con il dibattito in corso e misurarsi con le opinioni circolanti nell’agorà globale. Ne conseguirebbe il saperne distinguere la diversità, valutare la portata e la fondatezza etico-politica, saper esercitare un pensiero critico.

 

Note

[1] L’art.10 della Costituzione italiana recita: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciuto. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”.
[2] 
La “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, approvata il 10 dicembre 1948 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riveste particolare valore storico, in quanto frutto di più ideologie, essendo punto di raccordo di concezioni diverse dell’uomo e della società, in una prospettiva multiculturale.

Scrive...

Annalisa Marcantonio Ha insegnato Filosofia e Storia nei Licei; fa parte del direttivo del CIDI di Pescara e partecipa alle iniziative di formazione della Società Filosofica Italiana (SFI), sezione di Francavilla al Mare; redattrice di "insegnare".

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