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07/02/2026

David Abulafia. Pensare la storia dalle coste

di Giuseppe Losapio

Il 24 gennaio ci ha lasciati David Abulafia, storico britannico e divulgatore. Uno di quegli autori rari, capaci non solo di trasmettere conoscenze, ma di modificare in profondità lo sguardo di chi legge: su territori, personaggi, categorie storiografiche date troppo a lungo per scontate.

Per uno studente universitario pugliese, Abulafia ha significato prima di tutto questo: vedere il Mezzogiorno medievale sottratto all’isolamento e ricollocato al centro di un sistema mediterraneo ed europeo complesso. Un’operazione che ha comportato anche una salutare decostruzione dell’ingombrante mito di Federico II di Svevia. Il grande imperatore ne usciva ridimensionato non per essere sminuito, ma per essere finalmente storicizzato: non più sovrano “fuori dal tempo”, ma, come recita il sottotitolo della sua monografia più celebre, Federico II. Un imperatore medievale, un sovrano pienamente medievale. Pubblicata in Gran Bretagna nel 1988 ed edita in Italia solo nel 1990, quell’opera segnava già una direzione chiara: i territori, le città, le economie non prosperano grazie a figure taumaturgiche, ma perché inserite in reti storiche, politiche e commerciali che vanno comprese nel loro tempo.

Docente a Cambridge, Abulafia ha fatto del Mediterraneo il suo principale oggetto di studio. Ma non un Mediterraneo astratto o unitario: piuttosto uno spazio attraversato da connessioni, fratture, competizioni e scambi. Inserire regni e personaggi in un contesto geografico ampio e, insieme, farli dialogare con la microstoria di città, scali marittimi, mercanti, incontri umani e culturali ha permesso di scardinare una visione monolitica della civiltà occidentale, spesso raccontata come esclusivamente continentale, europea e poi atlantica. Abulafia ci ha ricordato che la storia non è fatta solo di masse continentali, ma anche — e soprattutto — di coste, rotte, porti.
Non è un caso che molti dei suoi lavori abbiano avuto un forte impatto anche in Italia: da Le due Italie. Relazioni economiche fra il Regno normanno di Sicilia e i comuni settentrionali (Guida Editori, 1991), a I regni del Mediterraneo occidentale dal 1200 al 1500. Lotta per il dominio (Laterza, 1999), fino alle grandi sintesi della maturità come Il grande mare. Storia del Mediterraneo (riedito nel 2025 da Mondadori), Storia marittima del mondo. Quattro millenni di scoperte, uomini e rotte (Mondadori, 2020) e La scoperta dell’umanità Incontri atlantici nell’età di Colombo (Il Mulino, 2021). In queste opere il Mediterraneo e l’Atlantico non sono scenari, ma veri e propri soggetti storici.

Per un docente di scuola, in particolare, la lettura de Il grande mare è una miniera di spunti didattici. Pensiamo, ad esempio, alla città di Cartagine, spesso schiacciata nella manualistica scolastica dal triangolo Roma–Sparta–Atene, o alle dinamiche internazionali dei regni meridionali, troppo spesso raccontati come periferici. Abulafia propone una storia del Mediterraneo che prosegue anche oltre la “scoperta” dell’Atlantico e che mette in crisi visioni occidentaliste ormai vetuste — visioni che hanno a lungo strutturato i manuali scolastici e che oggi, paradossalmente, rischiano di irrigidirsi ulteriormente alla luce delle nuove Indicazioni nazionali.

Il suo metodo di ricerca e divulgazione è altrettanto significativo: al centro non vi sono primati o gerarchie precostituite, ma le domande. Il documento e la fonte diventano testi da interrogare, da far dialogare tra loro, da leggere come tracce di una storia profondamente umana, mobile, contraddittoria. Economia e antropologia sociale non sono discipline ancillari, ma strumenti indispensabili per comprendere come le società funzionano davvero, oltre le narrazioni identitarie.

In Abulafia troviamo così un relativismo storico ed economico che è anche una potente lezione civile: si può essere cristiani in patria e armare i nemici dei crociati altrove; perseguitare da capi musulmani i cristiani del Nord Africa in un territorio e commerciare senza scrupoli con cristiani ricchi provenienti da altre regioni d’Europa. Le identità non sono blocchi monolitici, ma costruzioni storiche situate.

In un momento in cui l’insegnamento della storia rischia di irrigidirsi in cornici identitarie e lineari, tornare ad Abulafia significa riaffermare una storia fatta di relazioni, domande e contatti. Una storia che non serve a confermare ciò che siamo, ma a capire come siamo diventati tali — ed è esattamente questa la storia di cui la scuola ha oggi più bisogno.

Scrive...

Giuseppe Losapio Insegnante di materie letterarie e storia nella scuola secondaria di secondo grado, vicepresidente del Cidi di Pordenone

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