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10/02/2015

Violenza grafica a scuola

di Mario Ambel

Qualche giorno fa, siamo stati colpiti, in redazione, da una notizia apparsa sulla pagina locale di Napoli della versione on line di “la Repubblica”.
Il titolo era questo:

L'articolo è in posizione forte: terzo dall'alto, a seguire  dopo le buche in città e il dolore della compagna di Pino Daniele e persino prima delle esternazioni di Benitez; insomma una new entry di rilievo fra i classici della comunicazione giornalistica locale, ma non un corpo estraneo: anche le malefatte a scuola, si sa, sono parte integrante della mitologia giornalistica contemporanea.

Il titolo è bello (nel suo genere ovviamente) ed essenziale, quasi una rassegna di topoi: Napoli, la svastica, la lavagna, il docente, l'ebreo, il violino. Potrebbero essere usati a mo' di exemplum in un trattato di semiotica dei simboli razziali e degli stereotipi sociali, oppure cedendo a nostra volta a una tentazione simbolico razzista di stampo nazional-popolare, potremmo dire che si potrebbero persino giocare al lotto...

Insomma, si tratta di un esempio di giornalismo a forte impatto mediatico. Acchiappa, come si potrebbe dire per sdrammatizzare la cosa, che invece grave e drammatica certamente è. Il testo ci informa infatti che in un istituto superiore della città “una svastica nazista contro la docente di musica ... è stata disegnata da ignoti sulla lavagna nell'aula dove la donna di religione ebraica insegna”. I dettagli non lasciano dubbi: “Sulla lavagna è stata disegnata una svastica grande, altre sei più piccole e un violino. È stato proprio questo ultimo disegno a far comprendere inequivocabilmente che il destinatario dello sconcertante messaggio fosse la docente: A. Y. A., infatti, è una stimata violinista.”

Un'immagine della lavagna (che riproduciamo a lato) correda l'articolo, segno che qualcuno a scuola ha ritento opportuno e utile chiamare i giornalisti o far avere l'immagine affinché il fatto da evento scolastico diventasse evento mediatico, da problema educativo si traducesse in questione politica e sociale. E anche la richiesta avanzata all'amministrazione cittadina dalla docente giustamente ferita da questo comportamento potrebbe andare in questa direzione.
"Data la gravità dell'accaduto - scrive l'insegnante - chiedo che sia fatta una Giornata della Memoria nel Liceo, dove invito il Sindaco De Magistris, il dottor Mario Coppeto e la consigliera Cinzia Del Giudice, per parlare di cosa è stato il Nazismo, e per parlare di Legalità. Con l'auspicio di un intervento immediato e forte contro ogni discriminazione e contro ogni incitamento al Nazismo e a ciò che non è permesso dalla legge Italiana".

Su questa scelta della docente e sulle sue modalità di attuazione ci permettiamo di avanzare qualche perplessità, pur nella consapevolezza di affrontare una questione assai delicata e complessa, ma che, proprio per la sua gravità, implica toni adeguati di risposta e di contrasto da parte della scuola e del contesto in cui la scuola opera.
Leggendo l'articolo, ci è parso così opportuno fare di questo fatto un oggetto di riflessione, ma se fosse possibile di natura in primis professionale ancorché politica o, se si vuole, politica, in quanto affrontare la questione da un punto di vista professionale ed educativo ha inevitabilmente dei risvolti politici, ma è meglio che affrontare la questione in termini in primis politici, con le inevitabili conseguenze e ricadute (non sempre adeguate) sulle dinamiche educative e professionali. Il che è invece proprio quello che rischia ormai sistematicamente di avvenire in simili circostanze.

Ciò che colpisce in questa situazione è la scelta della docente di rivolgersi al sindaco, al presidente di circoscrizione e a un consigliere comunale perché della cosa si discuta in un evento organizzato ad hoc e con evidenti e buone intenzioni educative.
Ed è proprio su questo che ci sembra legittimo sollevare e porre alla discussione qualche riserva su questa scelta.
Non si tratta di dubitare della capacità, nello specifico, dei personaggi coinvolti di trattare la materia, purché, lo auspichiamo, si astengano dal pur diffuso sport di spiegare alla scuola che cosa deve fare, ma si esercitino, piuttosto, in quella di dire che cosa possono fare loro. E anche per questo sarebbe più opportuno chiamarli ad agire anziché a parlare. Né, tanto meno, di contestare l'opportunità che la politica, anzi nella fattispecie l'amministrazione della res pubblica cittadina, debba essere coinvolta in virtù delle sue competenze. Anzi, al riguardo forse avremmo pensato anche all'assessore all'istruzione, non tanto perché in questo caso conosciuta e stimata, ma proprio per una questione di competenze, nel duplice senso di ciò che si sa e si agisce in un determinato settore e di ciò che si è chiamati a fare per mandato. Forse rivolgersi a chi proviene dal mondo della scuola e per vincolo di ruolo deve occuparsi di scuola e di istruzione consentirebbe di spostare la riflessione dalla natura più specificatamente politica a quella almeno in qualche misura educativa e professionale, perché è alla scuola che ci piacerebbe che fossero richieste e affidate la responsabilità e l'autonomia di affrontare le questioni che avvengono a scuola. Anche quelle con risvolti e implicazioni sociali. E neppure perché non sia legittimo pensare che la scuola in questi contesti debba essere aiutata. Ma è il modo che ci lascia perplessi.

Anzitutto perché non crediamo più, anzi ne diffidiamo apertamente, nelle “giornate”, negli “eventi” e spesso anche nei “progetti” come strumenti educativi. Sono temi che insegnare ha più volte affrontato e sui quali sarebbe bene compiere qualche passo avanti nella ricerca di soluzioni più efficaci. Già parlando dei  fatti avvenuti a Parigi, in un recente editoriale, ho avuto modo di sollevare qualche dubbio sull'opportunità delle “Giornate”; mentre in un articolo di qualche tempo fa si è diffusamente parlato della difficoltà di educare oggi al rifiuto del razzismo; e,  ancora,  proprio il 27 gennaio di quest'anno, una nostra autrice, nella sua "i/stanza", ha  affrontato con sofferta sincerità il tema della contraddizione fra celebrazione e quotidianità nelle aule scolastiche e del rischio di una soffusa ipocrisia celebrativa che spesso attraversa queste circostanze e che certo educativa non è. Quel tipo di ipocrisia di cui le reazioni ai recenti fatti parigini hanno dato ampia occasione di esercizio pubblico.

Il problema è che la “politica” (e mi duole molto usare il concetto in questo modo vagamente qualunquista) non ha dato buona prova di sé su questi terreni. O più semplicemente è venuto il momento di chiedersi se costellare il calendario scolastico di “Giornate” di questa o tal fatta sia il modo migliore per educare cittadini consapevoli.
Le “Giornate” di natura storico-politica sono diventate oggetto di speculazioni da par condicio ideologica e sottratte all'alveo della memoria per essere spesso asservite a quella della propaganda. O del presenzialismo. O addirittura a una sorta di equipollenza della coscienza storica su basi di appartenenza, per cui se il tal istituto scolastico invita un relatore dichiaratamente antifascista, prima o poi deve far parlare anche un revisionista. E questo non giova. Non aiuta a prevenire episodi come questi, anzi mi permetto - con un'affermazione che so politicamente scorretta - di dichiarare che forse facilitano un sorta di gara della par condicio dello sfregio (che il nostro Paese per altro ha già ampiamente conosciuto e sofferto) per cui ci auguriamo di non dovere commentare a breve una lavagna di sinistra che attacca qualche docente di destra...

Non mi si fraintenda: nulla è qui più lontano dall'invito a una sorta di buonismo equidistante e pacificatore o da qualche illusione facilona. La strada della conoscenza, dello studio, dell'interpretazione è molto più faticosa sia di quella della propaganda politica che di quella dello scontro predeterminato. Ma è quella che compete alla scuola ed è quella in cui deve anzitutto dimostrare di volersi impegnare e in cui deve essere sostenuta e aiutata. E su questa strada le cose vanno chiamate per nome, attribuite ai contesti culturali o sub-culturali e storici cui appartengono e in tal senso vanno analizzate: quella è e resta una lavagna che usa una simbologia nazista, fatto tra l'altro – ha ragione la docente tristemente coinvolta – vietato dalla legge. 

È assai probabilmente  in questa logica che la collega ha chiesto l'aiuto del sindaco e dell'amministrazione, ma allora li si coinvolga non per venire a fare un bel discorso in una giornata speciale e mirata, o per realizzare l'ennesimo progetto con l'ennesima associazione ansiosa di far del bene. Ma, per esempio, finanziando o incrementando una biblioteca, un centro di risorse documentali, un centro studi, un luogo di aggiornamento e formazione che aiuti gli insegnanti a educare nel modo migliore gli allievi tutti i giorni. Non a portarli in parata a qualche Giornata. In attesa della prossima. Ovviamente di segno opposto, per par condicio, che andrebbe poi certamente fatta, altrimenti qualche consigliere comunale chiede la parola e rivendica che anche da qualche altra parte ci sono stati dei morti... 

In questo purtroppo la storia continua imperterrita ad applicare la più spietata delle par condicio: si è ucciso e si uccide, prima o poi, sui tempi lunghi della storia umana, da tutte le parti. Se all'alba del secondo millennio, di quelli dopo Cristo, non l'abbiamo ancora capito o siamo ancora qui a far la conta dei morti nei vari “libri neri” di questo o di quello, allora il compito della scuola è davvero ancora molto molto faticoso. E impervio. Tocca alla scuola infatti fare non la conta, ma l'analisi dei fatti e dei loro contesti, nella speranza che gli allievi, tutti, si convincano dell'opportunità di usare il gesso in modo più intelligente, oltre che meno violento e truce.

 

Credits


Immagine a lato tratta da "la Repubblica" versione on line, 07.02.2015.

l'autore

Mario Ambel Per anni docente di italiano nella "scuola media"; esperto di educazione linguistica e progettazione curricolare, Direttore di "insegnare".

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