Il contributo prende in esame un percorso educativo interdisciplinare volto alla prevenzione della violenza di genere e alla promozione di una cultura della parità in un istituto di istruzione secondaria superiore della provincia di Modena. Il progetto si colloca all’interno dell’iniziativa promossa dall’Azienda USL territoriale “Educazione tra pari in tema di affettività, sessualità, salute riproduttiva e prevenzione della violenza di genere”, attiva dall’anno scolastico 2010-11 e fondata sulla metodologia della peer education, che coinvolge gli studenti come protagonisti attivi del processo formativo, affiancati da docenti e operatori sanitari.
A partire dall’anno scolastico 2023-2024, il percorso è stato ulteriormente arricchito con l’introduzione di un laboratorio teatrale finalizzato alla realizzazione di una performance in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Tale integrazione ha consentito di coniugare approcci teorici, pratiche narrative e didattica performativa, rafforzando la dimensione espressiva e riflessiva del progetto e favorendo la sensibilizzazione della comunità scolastica.
L’iniziativa, progettata e realizzata da docenti di lettere, scienze e teatro, ha coinvolto alunni di più classi in laboratori pomeridiani articolati in quattro moduli: introduzione teorica, lettura critica, scrittura creativa e performance teatrale. La fase teorica ha fornito strumenti concettuali per comprendere come potere, comunicazione e conflitto si intreccino nelle relazioni quotidiane, a partire da un quadro che prende in esame le prospettive di Weber, Foucault, Luhmann, Parsons e Kaufmann: dall’analisi delle forme di dominazione all’idea di potere come rete, dalla funzione comunicativa del conflitto alla dimensione normativa dei ruoli sociali. In particolare, le categorie di Luhmann (conflitto come comunicazione, differenziazione sistemica, complessità) si sono rivelate efficaci per interpretare i malintesi e le tensioni nei rapporti umani e per individuare strategie di prevenzione.
Parallelamente, la lettura e l’analisi di testi letterari e teatrali — tra cui Ferite a morte di Serena Dandini, I monologhi della vagina di Eve Ensler, Passi affrettati di Dacia Maraini ed episodi tratti da Le Troiane di Euripide — ha consentito di affrontare la violenza di genere in una prospettiva narrativa ed emotiva.
La successiva fase di scrittura creativa, preceduta da momenti di confronto tra pari e di metacognizione, ha stimolato una rielaborazione personale dei contenuti, evidenziando anche il ruolo delle tecnologie digitali come chat, social network e messaggistica istantanea, spazi nuovi in cui il controllo può manifestarsi in forme sottili.
Il laboratorio teatrale ha rappresentato la fase conclusiva e più trasformativa del percorso: attraverso circle time, improvvisazione e tecniche di teatro sociale, gli studenti hanno sviluppato maggiore consapevolezza dei propri stili comunicativi ed emotivi.
La performance finale, intitolata BASTA e presentata alla cittadinanza, ha costituito un momento collettivo di riflessione e responsabilizzazione.
I risultati evidenziano come l’integrazione tra didattica performativa e approcci riflessivi favorisca processi di apprendimento significativo, lo sviluppo dell’agency degli studenti e una più profonda consapevolezza delle dinamiche relazionali e culturali alla base della violenza di genere. Il teatro si configura così come un dispositivo educativo e sociale capace di connettere scuola, territorio e cittadinanza attiva, promuovendo una trasformazione non solo cognitiva, ma anche etica e relazionale dei partecipanti.
Dinamiche di potere, stereotipi e violenza: temi emersi nel lavoro con gli studenti
Durante gli incontri pomeridiani, gli studenti hanno approfondito gli aspetti storici e culturali della subordinazione femminile: il controllo sulla sessualità, le radici patriarcali del matrimonio riparatore (abrogato in Italia solo nel 1981), la rappresentazione delle donne come proprietà familiare, fino alle forme estreme di violenza come lo stupro di guerra. Tali elementi sono stati collegati alle recenti cronache italiane ed europee, evidenziando come le radici culturali della violenza siano tutt’altro che superate.
Ampio spazio è stato anche dedicato all’analisi del ciclo della violenza domestica: fase di tensione, esplosione aggressiva, riconciliazione. Gli studenti hanno riconosciuto come tali dinamiche siano spesso minimizzate o normalizzate nei discorsi quotidiani, nelle battute, nei luoghi comuni. L’idea del “controllo per amore”, ad esempio, è stata discussa come una delle narrazioni più diffuse e pericolose: molti comportamenti percepiti come cura o interesse possono infatti essere segnali di possesso o limitazione della libertà personale.
Un altro tema emerso è stato il ruolo dei social media. Le piattaforme digitali, pur costituendo spazi di espressione, contribuiscono alla diffusione di stereotipi e narrazioni tossiche: body shaming, slut shaming, linguaggi d’odio, polarizzazioni. Gli studenti hanno analizzato meme, commenti e contenuti virali che troppo spesso banalizzano la violenza o riducono la soggettività femminile a oggetto di giudizio estetico.
È stata inoltre discussa la rappresentazione mediatica del femminicidio: il ricorso a titoli sensazionalistici, la tendenza a psicologizzare l’aggressore (“un raptus”, “era un bravo padre” “era un bravo ragazzo”), la ricerca di attenuanti narrative in cui gli studenti hanno riconosciuto una forma di violenza simbolica che contribuisce a spostare la responsabilità dalla struttura sociale all’eccezionalità del singolo caso.
Le differenze comunicative tra uomini e donne sono state affrontate attraverso le teorie di Deborah Tannen (1990), secondo la quale maschi e femmine crescono all’interno di due culture diverse. Le bambine socializzano in gruppi ristretti, orientati alla cooperazione, all’intimità e alla condivisione; i bambini in gruppi più grandi, orientati alla competizione, al comando e allo status. Da questa differenziazione si originano, in età adulta, aspettative comunicative divergenti che possono generare conflitti e incomprensioni.
Gli studenti hanno lavorato su situazioni concrete: litigi tra partner, incomprensioni tra amici, discussioni familiari. La distinzione proposta da Marina Mizzau (1993) tra relazioni funzionali e disfunzionali ha permesso di identificare segnali di chiusura comunicativa: monologhi, generalizzazioni (“sei sempre…”, “non fai mai…”), svalutazioni, ricatti emotivi. Il monologo comunicativo è stato riconosciuto come una delle modalità ricorrenti nei contesti di abuso.
La visione di una sequenza del film C’è ancora domani ha permesso di osservare da vicino la dinamica della violenza familiare: dall’invalidazione emotiva allo scatto d’ira, fino alla violenza fisica. Gli studenti hanno discusso l’importanza dell’ascolto attivo, della sospensione del giudizio e della capacità di riconoscere i segnali precoci della manipolazione e della violenza psicologica e fisica.
Verso un linguaggio comune: educazione, consapevolezza, prevenzione
Alla luce delle riflessioni teoriche e delle esperienze laboratoriali descritte, è stato possibile delineare alcuni nodi centrali per la costruzione di un linguaggio comune tra uomini e donne. Non si è trattato di eliminare le differenze, ma di renderle comunicabili, riconoscibili, traducibili. La diversità non è l’ostacolo, bensì la condizione stessa della relazione.
La prima dimensione è stata l’educazione emotiva, ancora marginale nei curricoli scolastici. Gli studenti hanno dimostrato che saper nominare le emozioni, riconoscere la frustrazione, distinguere tra conflitto e aggressione, rappresenta un prerequisito essenziale per la prevenzione della violenza. La mancanza di alfabetizzazione emotiva genera incomprensioni che, accumulate nel tempo, possono trasformarsi in risentimento o bisogno di controllo.
Un secondo aspetto è stato la de-costruzione degli stereotipi di genere. Le aspettative rigide (l’uomo forte, razionale, dominante; la donna empatica, accondiscendente, tollerante) limitano la libertà di entrambi e riducono la complessità dei comportamenti umani. Gli studenti hanno riconosciuto come tali stereotipi vengano riprodotti inconsapevolmente anche nel linguaggio quotidiano: nelle battute, nei complimenti, persino nelle scuse. Il lavoro scolastico ha mostrato l’importanza del mettere in discussione l’ovvio, esercizio critico che richiede tempo, ascolto e disponibilità a rivedere le proprie certezze.
Un terzo elemento è stato la responsabilità comunicativa: imparare a distinguere tra ciò che si sente e ciò che si dice, tra emozione e azione. Le discussioni guidate hanno evidenziato come la comunicazione problematica non nasca tanto dal contenuto quanto dalla forma: tono della voce, posture, silenzi, interruzioni, ironia svalutante. Luhmann (1995) offre una chiave interpretativa fondamentale: il conflitto può essere inteso come una forma di comunicazione che, se mantenuta sul piano simbolico e linguistico, consente l’emergere delle differenze e apre alla possibilità di trasformazione. È il passaggio alla violenza che interrompe questo processo, sostituendo il confronto con la sopraffazione e trasformando una dinamica potenzialmente generativa in un atto distruttivo.
La riflessione è proseguita fino alla consapevolezza dell’impatto dei media e degli influencer nella costruzione delle identità. Gli studenti hanno analizzato come la cultura dei social media tenda a promuovere modelli omologanti: la paura della differenza si traduce in un bisogno di appartenenza che spinge a imitare ciò che è più visibile e premiato. Il rischio è quello di perdere la capacità di definire il proprio sé al di fuori dello sguardo altrui. Il percorso formativo ha permesso ai ragazzi di riconoscere le strategie persuasive dei creator digitali e di sviluppare una maggiore autonomia interpretativa.
Infine, il laboratorio teatrale ha mostrato che la comunicazione è anche corpo, gesto, distanza, ritmo, vulnerabilità. Mettere in scena le proprie emozioni, osservare quelle degli altri, accogliere le differenze senza giudizio, permette di costruire fiducia e riconoscimento reciproco. Il teatro sociale ha rappresentato un luogo di sospensione dei ruoli, un laboratorio di democrazia comunicativa in cui sperimentare forme alternative di relazione.
Dal laboratorio alla cittadinanza: esiti e sviluppo del progetto
Il percorso descritto ha evidenziato un significativo successo formativo, testimoniato non solo dall’elevato livello di partecipazione e coinvolgimento degli studenti, ma anche dal suo progressivo ampliamento e coinvolgimento delle istituzioni presenti sul territorio. Negli anni successivi, infatti, il progetto è stato riproposto e ampliato, anche su esplicita richiesta degli stessi studenti che hanno manifestato l’esigenza di approfondire ulteriormente i temi affrontati e di ripercorrere le esperienze laboratoriali vissute. Tale domanda formativa “dal basso” rappresenta un indicatore rilevante dell’efficacia