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03/06/2026

Buonismo e cattivismo (a ridosso degli scrutini)

di Lorella Camporesi

Qualche giorno fa il Ministro dell’Istruzione e del Merito, in un’intervista, sosteneva che i docenti aggrediti dagli studenti dovessero assolutamente denunciare e che questo non fosse  “cattivismo”. In un tempo in cui il peso delle parole appare stranamente variabile, per cui in qualche caso ci sembrano pesantissime - specie quando sono dirette a noi o ai nostri figli - e in altri leggerissime - quando siamo noi o in nostri figli a pronunciarle - può essere necessario recuperare una forma di igiene linguistica.
"Igiene", come è noto, è un termine che deriva dal greco: deriva dall’aggettivo femminile hygieinḗ  il quale sottintende téchnē, ovvero "arte". La dea di tale arte è Igea, signora della pulizia e della salute.

Per  cominciare ad applicare una salutare forma di pulizia alle parole che circolano a scuola e intorno ad essa, possiamo partire da questi due brutti vocaboli che sono entrati da un po’ nel linguaggio dapprima politico, ma ora anche scolastico: "buonismo" e "cattivismo".

Il primo, che ha fatto capolino nel dibattito pubblico negli anni Novanta, descriverebbe l'atteggiamento di chi ostenta una benevolenza, una tolleranza e una bontà superiori alla norma, ed è utilizzato con una sfumatura dispregiativa per indicare una falsa apertura che cela o ipocrisia o inconcludente debolezza; il secondo lo ha seguito a ruota, per rappresentare la posizione contraria e opposta.

Dobbiamo onestamente riconoscere che, linguisticamente parlando, si tratta di due termini veramente cacofonici, ma una riflessione più interessante si può fare dal punto di vista semantico: forse chi le usa con leggerezza non ci fa caso, ma si tratta di parole che attengono alla sfera morale, poiché è in ambito etico e morale che possiamo definire qualcuno o qualcosa "buono" o "cattivo".

Quindi “buonismo” connoterebbe un ripetuto, teorizzato e consolidato atteggiamento morale di colui/colei che si pone davanti alle situazioni con un atteggiamento di tolleranza e bontà superiore alla norma.
En passant, considerato che i secoli passati spesso hanno disegnato in questo modo le figure dei santi e degli eroi (dall’invito a “porgere l’altra guancia” fino a Massimiliano Kolbe, a Teresa di Calcutta e così via) appare quanto meno curioso che tale concetto possa venire utilizzato in senso tanto spregiativo.

Ma la questione semantica ci pone un altro serio problema, per così dire epistemologico: se il termine viene utilizzato a scuola, per definire le scelte pedagogiche di qualche docente (che, ad esempio, decida di non mettere una nota o di non aderire alla decisione di sospendere uno studente), si sconfina in un ambito che non attiene alla morale, bensì alla teoria e pratica professionale.
Quando un docente prende decisioni che riguardano l’educazione e l’istruzione degli studenti, può e deve prenderle secondo il criterio professionale della validità e dell’efficacia: non si tratta di essere troppo/poco buoni, bensì di essere capaci di scegliere le strategie didattiche, relazionali e comunicative più efficaci al raggiungimento dell’obiettivo, che sono l’apprendimento e la crescita umana dello studente.

La questione quindi si colloca su un piano diverso, che è quello della competenza e della professionalità del docente, della sua capacità di valutare le azioni da compiere e le loro conseguenze, finalizzandole al proprio compito di educatore.

Parlare di "buonismo" o "cattivismo" in relazione alle scelte dei docenti, di conseguenza, appare del tutto fuori luogo perché sposta il discorso sul piano sbagliato e trasforma le doverose competenze professionali, che sono uno strumento complesso di lavoro, che va acquisito, curato e coltivato nel corso di tutta la propria carriera, in un semplice atteggiamento personale di carattere morale. Vale a dire: il docente non è un professionista, è soltanto un buon (o cattivo) uomo (o donna).

Per cogliere meglio il senso di questo spostamento semantico, proviamo ad applicarlo ad un altro ambito professionale: un medico che, avendo fatto una diagnosi, prescrive al paziente una cura, potrebbe mai essere definito “buonista” o “cattivista” in base alla cura prescritta (le pastiglie sono "buone" e le iniezioni "cattive", forse)? Qual è l’intento del medico, se non quello di guarire il paziente?

Un docente che, di fronte ad un comportamento scorretto di uno studente, decide la modalità di intervento che gli sembra, in base alle proprie competenze professionali, la più efficace, non è forse nella stessa posizione del medico di cui sopra?

Allora cominciamo a liberarci di termini che troppo spesso ho sentito aleggiare negli scrutini: poiché il voto non è un giudizio morale sullo studente, ma una valutazione sul percorso (di cui, sia detto per inciso, i docenti sono corresponsabili), lasciamo a politici e ai giornalisti i brutti neologismi e torniamo a concentrarci sulla professionalità del nostro lavoro.

E tanti saluti da Igea Marina, ridente località in provincia di Rimini.

Scrive...

Lorella Camporesi Dirigente scolastica dell'I.I.S.S. "A. Bertola" di Rimini, coordinatrice del gruppo di lavoro per "RiminiInRete". .