“Abbiamo bisogno di una parola nuova: sinagogia. Che possiamo definire così: la pratica di educarsi insieme, nel riconoscimento reciproco, muovendosi verso una meta non già stabilita, ma oggetto della ricerca comune”. È questo il nucleo attorno al quale bisognerebbe costruire una nuova idea di scuola. Lo scrive Antonio Vigilante in Senza cattedra. La scuola possibile, pubblicato nei «Quaderni di Ricerca - Didattica e letteratura» n. 21 (Loescher, 2026). Si tratta di un saggio che, dopo aver ripercorso alcuni snodi fondamentali della storia della pedagogia, da Comenio a don Milani, offre uno sguardo lucido sulla scuola di oggi. E su come cambiarla: a condizione che vi siano la volontà e il buon senso di farlo.
Gli elementi di criticità, da cui partire per rigenerare il sistema scolastico e le sue dinamiche interne sono molteplici, fin dall’Introduzione: a partire dalla gestione degli ambienti scolastici, come, ad esempio l’assenza di spazi e tempi dedicati al confronto personale tra insegnante e studente – che si limitano prevalentemente a fugaci incontri in corridoio; fino all’idea stessa di scuola come istituzione che “vorrebbe favorire la crescita delle persone negandone sistematicamente i bisogni, gli interessi, le necessità”, e privilegia invece relazioni fondate su individualismo, competizione e sottomissione. Aspetti sistematizzati poi nel Prologo, “Contro la scuola”, dove si smentisce una certa retorica dell’apprendimento, che non può avvenire senza interesse e che al più viene simulato dagli studenti durante le verifiche.
Il primo passo consiste nella consapevolezza, da parte dell’insegnante, di avere davanti a sé non studenti, ma “persone-mondo”: ogni studentessa e studente è la porta su un mondo culturale (che sia mainstream, di classe, o di altro genere) che il docente ha l’opportunità di attraversare. Per imparare a sua volta.
Successivamente, argomenta l’Autore, è necessario abbandonare quelle “modalità comunicative violente” con cui “la scuola adatta gli studenti a collocarsi in un contesto sociale” di stampo gerarchico, con dinamiche e rituali “accettati acriticamente”. La minaccia, il ricatto, la tirannia del voto numerico rappresentano i capisaldi di questa comunicazione “che nulla ha a che fare con l’educazione”. Il sistema dei voti, in particolare, inizia a mostrare tutte le sue crepe come strumento di controllo e di rafforzamento delle diseguaglianze. Di qui il paradosso di un’istituzione che vuole essere universale ma che conserva una struttura organizzativa efficace soprattutto nel “selezionare, o meglio nel riconoscere coloro che sono già socialmente privilegiati”. Coloro, cioè, che non devono affrontare ogni giorno, e ai quali non viene chiesto di colmare, la differenza culturale tra l’ambiente della scuola e quello della propria famiglia.
Emerge allora la necessità di una educazione autentica, che Vigilante riprende dalle osservazioni di Paulo Freire. Un’educazione che abbia al centro la relazione umana; che abbia “a che fare con il mondo”, con ciò che viviamo “in una data situazione storica, sociale, economica”; e che renda educatore e educando “ricercatori” in una dimensione orizzontale in cui “l’educatore riconosce di essere educato esattamente come l’educando”.
L’insorgere di ansia e stress in studenti e studentesse mostra, al contrario, un sistema che persevera meccanicamente nel proprio funzionamento. E che produce quell’alienazione che, in qualunque altro ambiente lavorativo, non verrebbe certo rinfacciata ai lavoratori stessi, bensì al sistema che la produce.
Strumenti come il Service Learning, la programmazione condivisa e la discussione in classe dei criteri delle rubriche di valutazione mirano, al contrario, a rovesciare la piramide dell’istituzione scolastica; a “scoprire, con sconcerto e scandalo di molti, che in realtà gli ultimi sono i primi”.