Home - la rivista - editoriali - Gioventù bruciante

editoriali

27/03/2026

Gioventù bruciante

di M. Gloria Calì

Sul referendum del 22/23 Marzo molti analisti hanno detto che la prevalenza del “no” è risultata dal fatto che gli elettori e le elettrici si svegliano quando si tratta di difendere la Costituzione. Marco Travaglio (DiMartedì, La7, puntata del 24/3) facendo la storia dei referendum costituzionale degli ultimi anni, da Meloni a Renzi alla Devolution Berlusconiana, ha ribadito che quando la maggioranza di governo vuole toccare la Costituzione, l’Italia si desta dal suo torpore qualunquistico e boccia gli anticostituzionalisti.
Una novità di questo referendum è stato il voto dei/delle “giovani”. Il “NO” alla riforma che minava la separazione tra il potere giudiziario e quello esecutivo è venuto in gran parte da coloro che hanno meno di 35 anni.

Ma questi/e votanti, dove e quando hanno maturato tanto amore per un documento così remoto, così poco visibile nelle loro vite quotidiane? Dove e quando l’hanno incontrata? Sui social? In televisione? Al bar? In metropolitana?
L’unico posto dove ogni persona sente parlare di Costituzione è la scuola. Non c’è terza della secondaria di primo grado che non affronti il tema del Referendum del 2 Giugno del 1946, dell’Assemblea Costituente… in tanti manuali scolastici campeggiano le fotografie delle staffette partigiane in bicicletta. Tantissimi/e insegnanti organizzano incontri per far sentire ad alunne e alunni le parole dei testimoni partigiani, laboratori sulla Assemblea Costituente, sulle donne che ne hanno fatto parte… La nascita e la costruzione della Repubblica non è un argomento che si può eliminare o su cui si può sorvolare, nelle prassi e nelle progettazioni della scuola italiana.

Per non parlare della separazione dei poteri, che entra nelle classi fin da quando si affronta, in storia, la teoria filosofico-politica dell’Illuminismo. E tutto questo accade anche quando l’impianto pedagogico è depositario, la didattica trasmissiva e la valutazione oppressiva.

In vista della consultazione referendaria, d’altro canto, molte scuole hanno aperto confronti tra chi sosteneva il “sì” e chi il “no”, e, in coerenza con tutta l’esposizione pubblica degli esponenti della maggioranza di governo, anche per questa circostanza non sono mancati i travisamenti della verità, la manomissione delle parole, per dirla con Carofiglio. E forse, nonostante questa distorsione, le/i giovani hanno esercitato quello che era stato loro insegnato: la comprensione di un testo trasmesso oralmente. Una tipica competenza scolastica, su cui si spendono molte ore di didattica.
E questo, con buona pace di chi sostiene che negli ultimi vent’anni la scuola italiana ha perso tempo con le competenze, ritenute contenitori vuoti, e che ora si è tornati a lavorare con le conoscenze, in realtà repertori di informazioni scelte ad hoc per condurre le menti a guardare solo il proprio ombelico. La scuola italiana, e, a seguire, l’università che ha scelto di essere libera, ha insegnato sempre la Repubblica democratica, la sovranità popolare, la critica, la differenza tra governare e comandare, la lettura e l’analisi della complessità.
Allo stesso modo, insegniamo i diritti umani e facciamo conoscere le relative violazioni, facciamo i laboratori di educazione ambientale, pratichiamo il contatto con la bellezza, presentiamo persone e movimenti che hanno fatto della solidarietà e della giustizia gli assi portanti delle loro scelte. Con dati, mappe, fonti. Educhiamo attraverso l’istruzione, facendo leva sulla dimensione umana dei saperi e del sapere, sul senso profondo dello stare nelle comunità, in pace.

Sarebbe bellissimo poter dimostrare un chiaro nesso causale tra l”effetto scuola” e le forme di partecipazione delle/dei giovani alla vita pubblica; è certo che la scuola, in forme estremamente varie, non sempre significative, fa “Politica”, e si pone finalità educative.

Se a questo genere di istruzione aggiungiamo le connessioni globali in cui le/i giovani sono immersi pur trovandosi in luoghi distanti e diversissimi tra loro, allora mettiamo a fuoco alcuni dei fattori che hanno portato tantissime/i studenti a riempire le strade contro il genocidio di Gaza, e a votare “No” al referendum sulla giustizia.

Alcuni opinionisti (che strano mestiere, opposto per molti versi a quello dell’insegnate: non serve che si studi con serietà, basta esprimere un’opinione) dicono che le/i giovani si mobilitano quando qualcosa colpisce la loro emotività; forse bisognerebbe anche spostarsi dallo stereotipo binario giovane/impulsivo – adulto/razionale e cominciare a pensare che le/i giovani si documentano, hanno accesso ad informazioni disintermediate che possono forse essere pericolose, ma di certo sono molto più ampie e differenziate di quelle che passa il sempiterno tg dell’ora di pranzo.
E forse bisognerebbe chiedersi se quel “no” in realtà non sia rivolto anche ad una politica che, nei confronti del loro futuro, manifesta un’inimicizia tale che li porta a lasciare l’Italia in proporzioni emorragiche.
Il principale esercizio di questa inimicizia si realizza anzitutto nelle molte lesioni di fatto nei confronti del diritto ad un’istruzione equa e qualitativa.

Sarebbe molto lungo qui enumerare tutti i provvedimenti di questo ministero che hanno di fatto minato l’equità e la qualità dell’istruzione pubblica, anche attraverso la mortificazione della professionalità docente.
Il diritto allo studio non si garantisce “suggerendo” agli insegnanti quali contenuti far studiare; tutelare il diritto allo studio significa impegnare risorse progettuali ed economiche per gli asili nido e il tempo pieno, sulla cui efficacia formativa, nel breve, medio e lungo periodo, si sprecano le rilevazioni. La professionalità docente non diventa “autorevole” solo se lo si afferma ex lege: occorre organizzare e sostenere quanto meno una formazione seria, che restituisca all’insegnante la sua dimensione di intellettuale collettivo, in ricerca.
Potremmo continuare a lungo l’elenco di cose presentate come interventi decisivi per la valorizzazione della scuola, a fronte di una sua effettiva svalutazione.
Non si comincia certamente in questi ultimi anni, a mortificare l’istruzione pubblica: i recentissimi provvedimenti hanno solo esasperato alcune tendenze alla trasformazione della scuola e dell’università in agenzie formative il cui funzionamento è ispirato a logiche di tipo mercantilistico, oggi incattivite dalla spinta securitaria. I provvedimenti punitivi come soluzione ad ogni disagio, la venerazione della regola, sono la spinta di accelerazione alla direzione neoliberista della scuola: sventolare punizioni serve ad intimorire, silenziando critiche e criminalizzando l’espressione di un malessere generazionale a cui l’istruzione pubblica, se fa il suo dovere, fornisce strumenti di coscienza.

I dati statistici che ci restituiscono un’immagine di giovani più consapevoli, con la stessa attendibilità parlano chiaramente di un malessere profondo e precoce, che riempie il pronto soccorso degli ospedali e gli studi degli psicologi, e talvolta occupa gli spazi della cronaca nera.

Il ragazzo (bambino) di tredici anni che pubblica tutorial per la costruzione di ordigni, e poi spiega lucidamente le ragioni di un gesto omicida nei confronti di una sua docente, gesto che poi viene coerentemente messo in atto, ha bisogno di aiuto e ne hanno bisogno anche le persone adulte attorno a lui, e verosimilmente il suo quartiere, il suo paese. Dov’era la rete relazionale e sociale che avrebbe dovuto tutelare la sua crescita, mentre si consumava l’assurdo processo che ha portato questo ragazzo (bambino) ad acquisire competenze tanto alte, ad usare la lingua italiana per esprimere con chiarezza il suo pensiero, anziché a denunciare le sue sofferenze? Come ha potuto nascondere tanto male di vivere?
Nessun tredicenne che è amato, sostenuto, “sognato”, direbbe Danilo Dolci, istruito con cura, diremmo noi, si sarebbe mai costruito una prigione tanto dura quanto quella del ragazzino lombardo, tanto più dura quanto mascherata dall’ostentazione della sicura impunità.

E sappiamo che, in tutta Italia, se anche qualcuno, a scuola o a casa, chiede aiuto alle istituzioni per un intervento su una/un minore con disagio, deve aspettare mesi, perché gli uffici di assistenza sociale o di neuropsichiatria infantile non hanno personale sufficiente per interventi tempestivi.

I vuoti di quell’alunno per moltissimi aspetti, sono gli stessi che indeboliscono  l’intero paese.

Tra circa un anno, saremo di nuovo invitati a prendere la tessera elettorale, andare nella scuola che ospita il nostro seggio (curioso che l’esercizio fondamentale della partecipazione civile, il voto libero e segreto, si eserciti dentro l’edificio che ospita la costruzione culturale della partecipazione stessa), usare una matita.
Sarebbe bello se, quando si avvicinerà quel momento, ringiovanisse il nostro senso della comunità, sostenuto dall’esercizio del sapere di base: del leggere, comprendere, confrontare, ricordare. Proprio come quando si entra in classe, sapendo che lì la vita magari non è sempre facile, ma è sicura, ed è collettiva. 

 

*l'immagine a fianco è stata generata con un chatbot di IA

 

Scrive...

M. Gloria Calì insegnante di lettere nella scuola secondaria di primo grado, si occupa di curricolo, discipline, trasversalità, con particolare attenzione alle questioni della didattica del paesaggio. Direttrice di "insegnare".

sugli stessi argomenti

» tutti