Mentre le Indicazioni nazionali trasformano la Storia in un comiziaccio ideologico, nazionalista e para fascista, dall’Università “Vanvitelli” della Campania arriva un esperimento storico, didattico e civile di grande interesse; raccolto nel volume, di Salvatore D’Acunto e Valeria Nuzzo, Fotogrammi dal dominio della lotta. Rappresentazioni cinematografiche della società neoliberista (Editoriale Scientifica); un volume che suggerirei, non solo di leggere, ma, ancor più di utilizzare. È una seconda edizione rivista e ampliata (la prima è del 2017), perché “l’esperimento” si è consolidato e ha prodotto frutti importanti che, a mio avviso, non vanno dispersi; anzi, andrebbero replicati.
Due docenti universitari – D’Acunto è associato di Economia politica e Nuzzo è ordinaria di Diritto del lavoro – circa vent’anni dopo l’uscita del profetico romanzo d’esordio di Houellebecq, Estensione del dominio della lotta (cui rimanda il titolo del loro volume), si ritrovano – scrivono nell’introduzione – “a dover raccontare a ragazzi nati negli anni 90” la frattura profonda che, dalla metà degli anni 80, arriva fino alle nostre vite contemporanee: “la fine di un’epoca caratterizzata dall’impegno delle istituzioni nella costruzione di ‘zone franche’ sottratte alla logica della competizione” verso “un’arena caratterizzata da una sistematica e feroce lotta per la sopravvivenza”. Giovani che, dunque, quella frattura la stavano subendo, senza conoscerne le ragioni, né la vita prima che tutto cambiasse. È una situazione in cui i docenti si trovano costantemente, ma che – può sembrare un paradosso – diventa ancora più difficile, quando si deve insegnare ciò che si è vissuto a chi non c’era; non gli eventi, ma le situazioni, le emozioni, il vissuto appunto. “Ci colse il timore – scrivono gli autori – che i nostri tradizionali strumenti didattici non fossero sufficienti a trasmettere consapevolezza di quei mutamenti, delle loro implicazioni per le nostre esistenze individuali […] che ci fosse bisogno di uno strumento in grado di ‘materializzare’ davanti agli occhi dei nostri studenti le vite concrete degli uomini e delle donne che abitano il sistema produttivo, cercandovi risposte ai propri bisogni materiali”. Trovando anche, aggiungerei perché il volume anche questo fa, risposte analitiche e concrete, cioè vive e chiare, alla destrutturazione della classe operaia, alla incapacità di arginare la materialità dell’onda neoliberista e la subalternità culturale al suo dominio.
Il cinema sa sovvertire le “rappresentazioni convenzionali dell’ordine esistente […] grazie alla sua capacità di mobilitare gli affetti […] di promuovere la partecipazione emotiva”. Il cinema, intendiamoci, l’ha sempre fatto; e lo sanno bene i due autori che, non a caso, citano Chaplin, Lang, fino ai neorealisti. Il cinema, avrebbe detto il grande pensatore di Storia e coscienza di classe, sa denaturalizzare l’ideologia dominante, sa trattare ‘il presente come storia’; e lo fa incarnando le contraddizioni nell’umano, con la stessa potenza del grande romanzo realista, ma, nella nostra epoca, con maggiore immediatezza. Ecco perché questo libro (cioè questa esperienza) è importante, perché è produttiva di lettura critica del presente, rendendo efficace ‘l’ardita scommessa di raccontare, attraverso le immagini del cinema della contemporaneità, i tratti caratteristici dell’organizzazione economica che l’ideologia e la politica neoliberista stavano plasmando”.
Dunque: Babel, di Iñárritu, e la globalizzazione; 7 minuti, di Michele Placido, sul ricatto e la divisione nel mondo del lavoro; La legge del mercato, di Brizé, per l’autosfruttamento operaio (si pensi alle tante false partite IVA, con cui tanti nostri studenti faranno i conti!); Due giorni, una notte, dei fratelli Dardenne, a proposito degli effetti della competizione globale sulla solidarietà dei lavoratori; La storia di Soulemayne, di Lojkine, sullo sfruttamento dell’immigrazione e sull’impatto delle piattaforme digitali; In time, di Niccol, sulla pervasività dei mercati finanziari che – come ci aveva avvertito Alfredo Reichlin, già negli anni 80 – si mangia la produzione; poi Gomorra, di Garrone, a proposito dell’intermediazione dei poteri criminali, tra globalità e territori; infine, non poteva mancare Ken Loach e il suo Daniel Blake, per tante ragioni, ma, in particolare, per l’impatto del quarantennio neoliberista sulla dimensione civile e umana. Se fossero tre libri – il cinema, la didattica e la storia - darei loro tre sottotitoli: Vivere il presente, Insegnare il presente, Cambiare il presente. In sintesi, abbiamo tanti motivi per leggerlo e per utilizzarlo didatticamente, perché è veramente l’analisi delle strutture neoliberali spiegate a chi le sta subendo; e, come scrivono in conclusione, abbiamo: “un motivo in più per liberare pezzi della nostra esistenza dal dominio della lotta”.