…e, prima cosa che sento di dire, ho sofferto. La sensazione di malessere, credo condivisa da tanti spettatori, non da tutti, nasceva da un paradosso del “doppio vincolo” che proverò a sviscerare nel ragionamento che segue.
Il documentario di Mirko Melchiorre e Federico Greco si fonda su una tesi semplice, portata avanti in modo assertivo tramite “scene di scuola” (siamo nell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, diretto dal preside Lorenzo Varaldo) e con il commento di molti (illustri o meno illustri) esegeti: solo per citare i più noti e apprezzabili, si va da Massimo Baldacci a Nico Hirtt, due veri luminari, da Marina Boscaino ad Ugo Mattei, da Fabio Bentivoglio a Miguel Benaysag.
Torniamo alla tesi del film, che si può sintetizzare così: la scuola della Repubblica italiana voluta dai Costituenti per emancipare l’uomo e il cittadino era in via di realizzazione negli anni Sessanta e Settanta, grazie alle favolose riforme promosse dai governi (non importa quali) e smosse dalla società, quali la scuola media unica, le 150 ore, i decreti delegati, fino alla 517/77. Ma tutto è andato perduto perché negli anni Novanta il grande capitale, attraverso organismi internazionali europei e mondiali (come l’OCSE) e alleato con le forze oscure della tradizione anglosassone americana, sempre vitali sin dalla fine dell’Ottocento, ha soggiogato con la visione neoliberista non solo l’Europa, ma tutti i governi di sinistra e destra del nostro Paese. Nella scuola il neoliberismo ha vinto grazie alla riforma dell’autonomia scolastica voluta da Bassanini e da Berlinguer e poi portata a compimento da Berlusconi con Moratti e Gelmini ma anche da Fioroni, Renzi, Draghi: e il sogno di realizzare l’uguaglianza di tutti i cittadini tramite l’istruzione si è infranto perché il mercato ha preso il sopravvento, e con lui le regole della competizione, della meritocrazia individualistica e neo cinica e tramite la privatizzazione dei servizi depauperati in offerta di tipo consumistico. Si è trattato di un fenomeno globale, ma in Italia le colpe più gravi sono da ascrivere a chi ha inaugurato a sinistra il processo.
È una sintesi, e fin qui molti non hanno paura di dover ammettere che contenga qualcosa di vero.
Ha scritto di recente il collettivo Consigli di classe che dobbiamo renderci conto che non viviamo più solo in una società disciplinante (come quella descritta da Foucault), ma in una società del controllo (alla Deleuze): «Riformare la scuola, riformare l'industria, l'ospedale, l'esercito, il carcere: ma ciascuno sa che queste istituzioni sono finite, a scadenza più o meno lunga (Deleuze, “Poscritto sulla società del controllo”). La società in cui viviamo governa coi numeri, con la valutazione generalizzata, con l’auto efficientamento dei soggetti e l’interiorizzazione di norme prestazionali» Tra questo giudizio e quanto si evince dal docufilm c’è un filo comune.
Ma di quale visione di scuola per il futuro, antitetica all’autonomia scolastica, "D’istruzione pubblica" vuol essere espressione? Proprio il disagio generato dalla visione mi spinge a ritenere che solo sciogliendo e riannodando i fili possiamo assorbire la “crudezza” con cui il racconto si dipana, trascinando via con sé tante delle nostre migliori battaglie e addirittura pescando a destra e a sinistra per condurre una critica radicale che non faccia prigionieri.
La scuola è un sistema a legami deboli, è una “crepa”, come ha scritto Michele Arena, e noi siamo gli adulti che abitiamo nella crepa: possiamo essere creatori di disuguaglianza o combatterla, perché ci muoviamo spesso sul margine, e nella crisi contemporanea si tratta di un margine sempre più slabbrato. Per questo, però, come militanti convinti della scuola pubblica, dovremmo sforzarci di evitare sia il reducismo («va tutto male, ma noi ci avevamo creduto») sia l’atteggiamento del “sopravvissuto” ispirato al romanzo omonimo di Antonio Scurati («Sono tra di voi, ma non con voi»): atteggiamento che ogni tanto sembra assumere nella narrazione filmica il dirigente Lorenzo Varaldo, che ne è protagonista principale. Nella battaglia della scuola, va ricordato, non ci sono eroi né santi… navigatori sì, anzi esploratori, nell’incertezza storica della conoscenza e dell’azione…
Il documentario ha il pregio di risvegliarci da un triste sentimento, che ha spinto tanti colleghi ad accomodarsi nella gestione dell’esistente, e per questo vanno ringraziati i collettivi studenteschi o l’USB che ne stanno promuovendo la circolazione; ma si avvantaggia, a mio parere, del disorientamento che si vive all’interno della scuola pubblica dopo l’“eterna riforma” degli ultimi 30 anni e nel momento della peggiore torsione autoritaria, quella valditariana. Disorientamento che alimenta, ed è stato a sua volta alimentato dal fuoco di fila di diagnosi nefaste sulla scuola espresse da tanta saggistica bipartisan (vi sono titoli che non lasciano scampo: La scuola è finita, La scuola bloccata, La disfatta della scuola, Il danno scolastico, L’aula vuota, etc etc).
Ed è vero, per quanto ci spiaccia ammetterlo, che dagli anni Novanta la sinistra moderata e liberale, il centro-sinistra, diciamo, da Blair a Clinton, da D’Alema a Renzi, da Prodi a Draghi, in Italia, in Europa come nel mondo, abbia applicato o favorito complessivamente politiche di destra e che abbia una grandissima responsabilità se oggi ci troviamo nella situazione in cui ci troviamo, politicamente, socialmente, culturalmente. C’è stata una grave ambiguità della cosiddetta sinistra, un’adesione tacita al neoliberismo convinta da parte di alcuni, e da tanti altri sottovalutata negli esiti che sono oggi sotto i nostri occhi: la funzione della scuola pubblica è stata sempre più appiattita sull’esistente, costretta a rispondere alle esigenze del mercato, con la rinuncia allo slancio trasformativo che l’art. 3 comma 2 della Costituzione le avevano conferito come compito. Il problema, lo si capisce, non è Valditara.
Ma torniamo al film: la difficoltà e le perplessità che esso genera nello spettatore non trovano la radice tanto nella tesi - che, come tutte le tesi, si può condividere o meno, e può considerarsi una pura semplificazione a scopo didascalico di processi complessi - ma piuttosto nell’ordito che intorno a questa viene costruito. Per quella che gli psicologi definiscono “euristica della prossimità” (ma anche della generalizzazione), il documentario fa convergere le diverse voci in un’ unica posizione, affastellandone le opinioni in modo unilaterale, e nel farlo finisce per spazzar via molte delle battaglie che abbiamo combattuto: ad esempio la battaglia per l’inclusione, quella per il protagonismo dell’alunno, quella per il superamento del modello “carcerario” dei banchi in fila per tre ad ascoltare il “verbo” della lezione trasmissiva, quella per la responsabilizzazione della scuola verso i bisogni dei diversi contesti sociali.
Ed è così che alla grammatica ideologica di Valditara - neocentralismo feroce, repressione del dissenso degli studenti, ma anche ripristino del corsivo, della disciplina, della poesia a memoria, nostalgia dei programmi calati dal centro e contenutistici - il film finisce per strizzare l’occhio senza volerlo e noi siamo chiamati a uno sforzo in più: riannodare i fili della nostra storia politica, unirne i puntini per capire a che punto ci siamo persi. Perché nel pubblico c’è chi applaude, e ad applaudire sono nostri colleghi, progressisti e di sinistra, per i quali certe nostalgie e certi fastidi, come quello per il contenimento dei DSA (che nel film trova il suo apice), sono ormai diventati senso comune.
Non amo la rassegnazione, che fa di questo documentario una sorta di diagnosi infausta senza approfondimento dell’eziogenesi, come ha osservato brillantemente una collega: se davvero vogliamo rompere con il paradigma neoliberale e smettere di accomodarci nelle contraddizioni gravissime dell’attuale momento della scuola, se vogliamo smettere di comportarci come Totò nella famosa scenetta con Mario Castellano su Pasquale ( “chissà sto stupido dove vuole arrivare”), il film è occasione e invito a riappropriarci di alcune questioni e di alcune parole, e non solo sul piano tecnico: dobbiamo farlo in modo più esigente, io direi storico-filologico. E dunque politico.
Il documentario utilizza tecniche originali come una voce narrante, voce-bambina, che ci dà il filo, cronologico logico e tematico. Al minuto 20, questa voce ci dice che prima dell’autonomia, prima del cambiamento intervenuto dagli anni Novanta, i docenti erano stimati e rispettati, in una parola autorevoli. È evidentemente un falso storico. Non c’è bisogno di aver letto Il maestro di Vigevano di Lucio Mastronardi per sapere che dagli anni Cinquanta-Sessanta, esattamente come nell’800 ai tempi di Matilde Serao o di De Amicis, gli insegnanti, maestre e maestri, sono stati sempre socialmente svalutati. Anzi, proprio negli anni del boom economico la scuola in Italia si è femminilizzata, ancorando la disparità di genere alla perdita di status. A quale autorevolezza del docente si fa riferimento dunque? Non del reddito e nemmeno di reputazione, visto che la scuola di massa – quella per cui si combatteva negli anni d’oro – veniva su con insegnanti di massa, proletarizzati. Nel 1988 nella loro Lettera di una professoressa, le donne della Commissione culturale del PCI risposero vent’anni dopo ai ragazzi di Barbiana sulle pagine dell’Unità: una lettera bellissima, che denunciava un lavoro espropriato e avvilito dalla dilatazione dei tempi burocratici, dal precariato e dalla svalutazione sociale. Si era sul finire degli anni Ottanta: l’autonomia scolastica non era ancora all’orizzonte. Primo dato macroscopico, dunque: la crisi di cui ci si occupa va retrodatata, non inizia affatto nel periodo 1997-2001; ci sono dei buchi temporali nel racconto (dal dopoguerra al 1962, dagli anni Settanta ai Novanta) che andrebbero riempiti.
Per capire le ragioni delle omissioni, si possono collegare le parole di Lorenzo Varaldo sulle penalizzazioni subite dai docenti a quelle (discutibili) di Paolo Di Remigio contro il “puerocentrismo”. Seguendo la sceneggiatura, ci si ritrova come nemico la pedagogia (anzi il pedagogismo), che avrebbe indirettamente favorito la crisi; in particolare, l’espansione di un’ideologia delle competenze (di matrice aziendalistica) che rinnega il valore delle conoscenze e impoverisce i contenuti culturali. Purtroppo, ricompare questa discutibile contrapposizione, con buona pace delle contraddizioni che pure porta con sé da anni.
Qui però il terreno si fa molto scivoloso: quando nel film si passa da queste considerazioni ad una generale messa in discussione dell’inclusione, quale quella praticata nei confronti dei DSA, che avrebbe snaturato la scuola come luogo di trasmissione di conoscenze (più o meno “alte), si getta via il bambino con l’acqua sporca, mescolando le cattive realizzazioni con la bontà della norma stessa; anche nel passaggio in cui si sostiene che le Indicazioni, al posto dei programmi, siano state lo strumento per una scuola meno “seria” e snaturata, ritroviamo vecchie obiezioni “alla Mastrocola” . Non a caso, scatta l’elogio del corsivo. Riusciremo ancora a distinguere tra chi immagina un mondo nuovo e chi rimpiange il vecchio?
Colpisce la superficialità dello sguardo sulle nuove generazioni, in un’opera che pure strizza l’occhio al loro radicalismo e alle loro legittime proteste contro l’alternanza scuola-lavoro. A parte le belle immagini corali tratte dalle manifestazioni e qualche stralcio di critica a Berlinguer, gli studenti appaiono come grandi assenti. Assioma discutibile sullo sfondo è che, mentre cambiavano le prassi didattiche e le norme, gli allievi e le allieve siano rimasti sempre uguali, dagli anni Sessanta, e così le famiglie; e così li si rappresenta nei gesti e tra i banchi, senza nessuna attenzione all’evolvere dei contesti, degli interessi, alle trasformazioni intervenute ad esempio nel mondo della comunicazione, nel rapporto tra le classi sociali o nella sofferta dialettica tra sviluppo e progresso denunciata sin dal 1974 da Pier Paolo Pasolini. Tutto è semplificato: la scuola del preside Varaldo, tutta interrogazioni alla cattedra, scarti di dialogo e compiti, con gli alunni seduti disciplinatamente in banchi singoli, diventa “la” scuola d’Italia. Quella di sempre.
Ci sono momenti mitici, ad esempio quando la voce narrante, qualche commentatore e il preside Varaldo collaborano a favorire la seguente equazione: l’eliminazione dei programmi “uguali per tutti” e l’imporsi di “obiettivi minimi”, supportati dalla cattiva pedagogia, hanno determinato il nascere di scuole di serie A e di serie B. In altre parole, la fine dell’uguaglianza tra gli alunni. Lo spettatore fa un salto sulla sedia: chi può sostenere che a programmi uguali corrispondesse uguaglianza di opportunità, oppure che solo negli anni ‘90 questa presunta uguaglianza sarebbe stata compromessa? Le cose, se dobbiamo dirla tutta, stanno molto peggio di così: se la scuola in Italia è di classe (si veda nuovamente il bel libro di Michela Arena) è perché non ha superato il classismo MAI. E non voglio rifugiarmi in don Milani che se la prendeva con la professoressa della scuola media UNICA. E’ un dato storico che la scuola media unica nel 1963 avesse spostato solo in avanti di tre anni il problema della feroce canalizzazione sociale che avveniva tra ordini di scuole.
A tal riguardo è interessante notare che anche la progressiva divaricazione tra l’evolvere delle aspirazioni della società e l’immobilismo della scuola nel documentario venga del tutto ignorata. Ma noi invece sappiamo che, ad esempio, agli inizi degli anni Settanta, mentre in televisione Diario di un maestro, lo sceneggiato che raccontava la vicenda di un anno di scuola a Pietralata di Albino Bernardini, teneva inchiodati milioni di telespettatori, perché la società era interessata ad un’ascesa tramite l’istruzione, Coleman e Jencks già denunciavano che i percorsi scolastici erano ratifica della disuguaglianza sociale di partenza. Come fanno oggi i dati di Alma Diploma (2026), che fotografano una polarizzazione estrema: il 73,4% dei ragazzi con genitori laureati si iscrive a un liceo. La percentuale scende quasi della metà (47,0%) per i figli di diplomati. Per crollare al 32,5% tra coloro che hanno genitori con titoli inferiori al diploma. La scuola in Italia è ancora di classe, nonostante tutto.
La verità storica e le cose migliori realizzate in quegli anni non erano figlie dell’intuizione dei “governi buoni”, ma nascevano spesso dai gesti di ribellione dal basso alle ingiustizie del sistema: talvolta originavano “fuori” dal sistema, come nel caso di Don Milani, ma spesso si sviluppavano dentro il sistema, come nel caso delle belle esperienze del CIDI, del GISCEL o di MCE. E lo mettevano in crisi, compulsando la politica che non poteva continuare ad ignorarle. C’è una parola che mi vorrei riprendere, da quel passato glorioso, ed è la fiducia nel cambiamento, che non significa genericamente “innovazione” ma possibilità di trasformare i contesti in relazione a chi hai davanti, alunno reale e non ideale. Fa molta tristezza che nel documentario si intraveda una insegnante che parla degli ambienti di apprendimento come un orpello inutile, quando c’è chi ha combattuto e pagato sulla propria pelle perché le scuole smettessero di somigliare a carceri. È pur vero, come è stato osservato, che se si interrogassero oggi Mario Lodi, Fiorenzo Alfieri, Albino Bernardini, Loris Malaguzzi, Norma Giacobini, Alberto Manzi, si scoprirebbe che essi non temevano tanto il cieco Ministero (che pure era oppositivo, e sospese Manzi per 4 mesi perché si rifiutava di mettere i voti), ma si lamentavano piuttosto dello scarso seguito che le loro proposte avevano tra i colleghi. Dovremmo provare a capire, sotto la spinta della critica che oggi viene condotta, non tanto le colpe della pedagogia democratica, che di certo non si spiegano risalendo a Dewey, ma piuttosto perché le pedagogie democratiche non abbiano mai fatto davvero breccia tra i docenti di ogni ordine e grado, e perché la scuola tenda sempre a metabolizzare anche gli interventi più invadenti e a proseguire il suo corso senza mai cambiare. Una sorta di re Mida alla rovescia, secondo una felice definizione.
Il docufilm si avvale di momenti fumettistici, anche divertenti: collocando sul “razzo” neoliberale Luigi Berlinguer, trova l’assassino, il grande colpevole, nell’autonomia scolastica, strumento principe attraverso cui il neoliberismo ha stravinto. E così quelli di noi che ci hanno creduto, o che vi hanno visto il maturo compimento dei decreti delegati, sono stati o degli ingenui sognatori, oppure volgare instrumentum regni. Che dire?
Di primo istinto, direi di non rassegnarci anche a questo esproprio. Per me, per molto di noi, “autonomia” è una parola bellissima. Fa pensare ad esperienze politiche positive, alla libertà di progettare, ricercare e sperimentare. Fa pensare all’ assunzione di responsabilità collettiva, all’autodeterminazione.
Ricordo ancora, nei primi dipartimenti in cui discutevamo di “curricolo”, la collega borghese annoiata che si opponeva: “Ma come, un’altra riunione? Ma io questa autonomia non la voglio. A me mi devono dire che devo fare, e io lo faccio”
Anche volendo ammettere che, in una cornice capitalistica, quella riforma rischiasse di creare le condizioni per un’involuzione del sistema, dovremmo, al punto in cui siamo oggi, almeno tra chi ci crede, dotarci di una visione più complessa: e ricordare che l’istanza di autonomia nasce a sinistra, con le sperimentazioni intraprese grazie ai decreti delegati. Nasce negli anni delle innovazioni della 517/77, contro i voti e per l'eliminazione delle classi differenziali. L'autonomia era di sinistra perché era avversaria al “carrozzone" dello Stato democristiano, era una richiesta della sinistra dei comitati di base, dei collettivi femministi, dei cattolici democratici. E si potrebbe continuare.
Se l'inversione di quel processo è avvenuta negli anni Ottanta - lo dice chi si occupa di storia della scuola- ci sono dei responsabili, ma non credo possano essere gli open day, che pure sono tra le conseguenze peggiori di una “competizione” male interpretata.
Si aggiunga che – a fronte di questa perdita di centralità di cui tanto ci si lamenta- in Italia continua fiorente una scuola che interroga senza farsi interrogare, che mette voti e assegna compiti su cose che non spiega, che preferisce obbedire ai diktat piuttosto che mettersi davvero in gioco, ed è questa la sua più grave debolezza. Quale centralità dell’alunno? È viva e vegeta una scuola che proprio tramite una valutazione pressante e invasiva continua a esercitare il proprio “colonialismo gnoseologico” verso i ragazzi (l’espressione è di Sandro Onofri), verso la loro intelligenza, che misuriamo come quantità e non in modo qualitativo, e che pretendiamo di conoscere.
Il pregiudizio “colonialista” va aumentando proprio con le politiche neocentralistiche, dalla Gelmini a Renzi, fino a Valditara. Un ministro che si rivolge direttamente alle famiglie tramite il registro elettronico per bypassare l’autonomia, o che usa lo strumento della “circolare” come in un nefasto passato: ho letto qualche giorno fa la nuova “griglia di valutazione” per i colloqui dell’esame di maturità, indecente e offensiva, verso i docenti, cui sottrae la competenza di decidere in autonomia, e ancor di più verso i ragazzi, di cui pretende di misurare e classificare le personalità.
Il “neocentralismo” sta raggiungendo l’apice con questo governo: chiediamoci perché. Non è che l’autonomia, se praticata davvero, può favorire il dissenso e incrinare il disegno?
Diceva Franco Rotelli, a proposito della legge Basaglia, che l'Inclusione (che pure va messa in discussione quando è eccesso di medicalizzazione), va intesa come Atto Politico, non solo Clinico.
E noi, insegnanti dello stato, siamo, per usare la sua espressione, “pagati per includere”: non per realizzare l’inclusione passiva, di cui si ravvisano i difetti nel docufilm, che è tolleranza e non emancipazione. Essere "tollerati" in uno spazio non significa farne parte. L'inclusione vera richiede un cambiamento della comunità, non solo un adattamento del singolo o al singolo. Essere pagati per includere, spiegava Rotelli, significa che l'educatore o il docente devono operare per rendersi "inutili", restituendo il soggetto ai suoi diritti di cittadinanza. Ricordiamoci che la battaglia non è ancora persa ma non è superata, perché l'esclusione è una forza naturale della società e, se non facciamo uno sforzo attivo e consapevole per contrastarla, finiremo davvero per essere "pagati per gestire le marginalità sociali” come nella scuola pubblica statunitense.
Per fare questo, però, gli strumenti dell’autonomia, tanto vilipesi, o il recuperare la coscienza della importanza della collegialità, potrebbero servirci. “Non esiste una scuola migliore dei suoi insegnanti”, diceva Giancarlo Cerini. Abbiamo bisogno di non perdere la bussola, ma anche di tenerci lontani da risposte facili, rassicuranti e consolatorie. Abbiamo bisogno di studiare tanto. E di agire. Anche di incontrarci e scontrarci con le letture più indigeste o scomode, perché no. Tra quelli che ci credono, conta sapere di non essersi seduti ad aspettare con inerzia la fine del nostro film. E, forse, potremmo cominciare col pretendere dal cosiddetto centro-sinistra che ci dica ora, prima di candidarsi a governare il Paese, cosa intende fare della distruzione della filiera tecnico-professionale, delle misure repressive verso gli studenti, delle nuove e discutibili Indicazioni per il curricolo, del populismo identitario portato a sistema dal ministero, dell’ideologia del merito, dei pasticci sulle valutazioni Invalsi e sul portfolio, dei corsi sull’empatia e sull’Intelligenza artificiale, dell’alternanza, dei soldi buttati via a pioggia per finanziare le lobby del digitale, dei nostri sogni mai realizzati (ad esempio, il nido servizio essenziale o il biennio comune) … nonché degli altri inquietanti intrecci tra vecchio e nuovo che pure circolano indisturbati.