L'autonomia scolastica è al centro di un ampio dibattito sulla scena culturale attuale, giacché la crisi della scuola viene letta come un portato dell'impianto generato 26 anni fa dal regolamento n°275 del 1999.
L'accesa disputa si snoda, tra occasioni pubbliche, social, libri e film, su molte dimensioni: l'analisi storica, rivolta agli assetti e alle pratiche dell'istruzione precedenti quella data a confronto con il presente, la cultura pedagogica democratica che avrebbe impedito alla scuola di svolgere la sua funzione formativa, le politiche scolastiche che si sono abbattute sul funzionamento delle scuole come istituzioni pubbliche.
L'idea di scuola di un paese è articolazione indispensabile dell'idea di società, e l'idea migliore su come dev'essere la società italiana è quella esplicitata in Costituzione: una società giusta, in cui lo Stato provvede a tutto ciò che è necessario perché i diritti siano rispettati in funzione dello sviluppo pieno e completo di ogni persona, senza distinzioni.
Lo spazio pubblico in cui si svolge questo sviluppo è il sistema di istruzione; la scuola, e l'università, dovrebbe avere, quindi, un ruolo centrale nel garantire l'effettività e la pienezza di quel processo.
Le condizioni necessarie per questa dinamica generativa sono fortemente compromesse: bisogna allora discutere su come va letta e affrontata questa crisi, tenendo insieme la dimensione istituzionale della scuola in quanto concretamente garante di equità, e la ricerca didattico-pedagogica necessaria per garantire apprendimenti reali per persone reali. Solo se questa dinamica si realizza, la società è in grado di auto-ripararsi, ricucendo le profonde lacerazioni che si aprono sia nel tessuto collettivo, sia nell'esistenza dei singoli soggetti.
La professionalità di chi lavora nell'istruzione è chiamata ad una consapevolezza attenta rispetto al proprio ruolo, giacchè chi insegna (ma anche chi dirige, o chi svolge funzioni tecniche o amministrative) ha già in sè l'istituzionalità della funzione e le potenzialità del profilo culturale.
I materiali che seguono sono articolati in due sezioni: le argomentazioni recenti sugli effetti dell'autonomia e della pedagogia democratica, e alcuni contributi che nel tempo abbiamo pubblicato sull'argomento, giacchè la questioni dell'uso e abuso dell'autonomia, tra strumentalizzazione e fraintendimento, non è certo nuova, nello spazio di insegnare.
il dibattito
Rita Bortone, Lo sguardo ideologico non giova al pensiero critico sulla scuola; 30/3
"In particolare mi faccio una domanda: se la funzione della scuola fosse quella di costruire soggettività antagoniste, dove andrebbe a finire il tanto auspicato sviluppo del pensiero critico? Il pensiero da formare negli studenti si identificherebbe con l’assunzione delle verità dettate dalla ideologia di riferimento?"
Collettivo consigli di classe, risposta; 1/4/2026
"Il punto sollevato dagli autori non è una condanna dell’inclusione o della pedagogia attiva, bensì una critica alla loro possibile trasformazione in dispositivi funzionali a un assetto sistemico che ne ridefinisce le finalità."
Simone Giusti, Il capro espiatorio pedagogico; 13/4/2026
"La complessità del sistema di istruzione viene ricondotta a una causa unica, riconoscibile e culturalmente connotata. Il risultato è una riduzione del problema da crisi strutturale a errore pedagogico."
Annamaria Palmieri, Ho visto d'Istruzione Pubblica...; 20/4/2026
"come militanti convinti della scuola pubblica, dovremmo sforzarci di evitare sia il reducismo («va tutto male, ma noi ci avevamo creduto») sia l’atteggiamento del “sopravvissuto” ispirato al romanzo omonimo di Antonio Scurati («Sono tra di voi, ma non con voi»)."
dall'archivio di insegnare