Negli ultimi trent’anni l’orientamento è diventato una parola-chiave nei discorsi politici ed educativi. Paradossalmente, però, ciò che oggi viene praticato sotto questa etichetta ha spesso poco a che fare con l’idea di accompagnare studentesse e studenti nella scoperta dei propri desideri, interessi e possibilità. Come è emerso con particolare nettezza nell’incontro di formazione organizzato da Proteo Fare Sapere, FLC e ISSASCO, con la relazione di Cristiano Corsini alla presenza di Marco Pitzalis, l’orientamento si è progressivamente trasformato in un dispositivo di classificazione, in un vero e proprio meccanismo di triage.
Il libro di Marco Pitzalis e Laura Nota, "L’orientamento a scuola. Per costruire società inclusive, eque, sostenibili" (2024), mette radicalmente in discussione questo paradigma. Corsini ha sottolineato con forza come il modello oggi dominante, che si suole definire neoliberista o turbocapitalista, operi fin dalle classi iniziali una selezione che conferma e rinsalda differenze di classe, genere ed etnia, presentandole come esito naturale di “scelte” individuali. In realtà, le traiettorie scolastiche risultano fortemente guidate da dispositivi istituzionali che incanalano precocemente gli studenti in percorsi differenziati, chiudendo possibilità invece di aprirle.
Questa deriva affonda le sue radici negli anni Novanta, quando la scuola italiana ed europea viene progressivamente inglobata nel progetto neoliberale della cosiddetta economia della conoscenza. È in quel passaggio che si consuma la fine del welfare socialdemocratico e si afferma il paradigma del learnfare e del workfare: lavoratori flessibili, orientati e ri-orientati per tutta la vita, in una società che prometteva innovazione e servizi avanzati mentre relegava il lavoro manuale altrove, con un portato evidente di razzismo e miopia storica.
In nome di parole apparentemente emancipative – autonomia, responsabilità, scelta – la scuola viene trasformata in un quasi-mercato. Le famiglie diventano clienti, gli studenti utenti, le scuole competono tra loro. Indicatori di “performance”, classifiche, prove standardizzate e strumenti come Eduscopio o i test Invalsi contribuiscono a legittimare questo assetto, presentando come oggettive differenze che sono invece il prodotto di condizioni sociali, culturali e territoriali profondamente diseguali. Non sorprende, allora, che oggi esistano scuole di serie A e scuole di serie B: andare a scuola in Italia non ha mai significato la stessa cosa per tutti, ma questa disuguaglianza storica è stata negli ultimi decenni istituzionalizzata.
Il nodo dell’autonomia scolastica è centrale in questo processo. Introdotta formalmente con il DPR 275 del 1999 come leva di modernizzazione, l’autonomia si è spesso tradotta in un dispositivo funzionale alle logiche di mercato: competizione tra istituti, managerializzazione della figura del dirigente, scelta delle famiglie guidata da reputazione e ranking. In assenza di risorse adeguate, l’autonomia ha finito per scaricare responsabilità sulle singole scuole, accentuando la frammentazione del sistema e le disuguaglianze territoriali, in particolare tra Nord e Sud e tra scuole dei quartieri centrali e scuole di frontiera.
In questo quadro, anche la valutazione ha assunto un ruolo profondamente ambivalente. Dal punto di vista di chi insegna, è difficile non rilevare come negli ultimi vent’anni insegnare significhi sempre più valutare: compilare griglie, produrre evidenze, conformarsi a criteri presentati come oggettivi ma in realtà fortemente normativi. Le prove standardizzate offrono un’istantanea di ciò che per sua natura è in movimento, alimentando un gioco di specchi tra valutazione di sistema e valutazione degli studenti che raramente viene messo in discussione in modo critico. La libertà d’insegnamento ne esce compressa, mentre si rafforza una cultura della performance che favorisce l’adattamento più che la comprensione.
È proprio su questo terreno che il libro di Pitzalis e Nota mostra la sua forza maggiore, soprattutto nella parte propositiva del lavoro - con esempi e buone pratiche - che Corsini ha esplicitamente valorizzato. Personalizzare, ricordano gli autori, non significa profilare. Non significa suddividere gli studenti in target come farebbe un’azienda con i consumatori. Significa, piuttosto, costruire percorsi a partire dalle singolarità, trasformando le differenze in risorse comuni. Oggi, invece, strumenti come il curriculum dello studente rischiano di congelare le biografie troppo presto, trasformando le differenze in destini sociali già scritti.
A complicare ulteriormente il quadro si è aggiunta, negli ultimi anni, una torsione neoconservatrice, ben visibile nelle Linee guida 2025: ritorno all’insegnante-Magister, riaffermazione dell’autorità, nostalgia disciplinare come risposta alle incertezze del presente. Una scuola che, impaurita dal futuro, prova a difendersi irrigidendosi. In questo scenario, l’orientatore viene ridotto a un burocrate dello smistamento, incaricato di garantire efficienza e presunta occupabilità, mentre l’educazione perde la sua dimensione critica.
Dentro questo scenario, Cristiano Corsini ha voluto ricordare che anche la valutazione rappresenta un punto di rottura tutt’altro che marginale che anzi mette radicalmente in discussione l’idea che spesso si compie di valutare “oggettivamente”, in modo neutro, tecnico o meramente certificativo. Al contrario, essa viene smascherata come dispositivo culturale e politico, capace di produrre conformismo, gerarchie e adattamento, ma anche, potenzialmente, emancipazione.
Corsini ha mostrato come il voto, lungi dall’essere uno strumento oggettivo di misurazione, funzioni spesso come una tecnologia di disciplinamento che orienta comportamenti, aspettative e identità degli studenti, rafforzando disuguaglianze già date. La “fabbrica dei voti” non si limita a registrare apprendimenti: li modella, li anticipa, li rende performativi. In questo senso, la valutazione non è mai separabile dall’orientamento, perché contribuisce a costruire in anticipo le traiettorie scolastiche e sociali degli studenti, trasformando le differenze in destini.
Proprio per questo, l’idea di una valutazione che educa non è un’aggiunta cosmetica, ma una scelta profondamente politica. Significa restituire alla valutazione una funzione formativa, dialogica e riflessiva, capace di sostenere i processi di apprendimento senza ridurli a ranking, classifiche o numeri comparabili. E significa, soprattutto, riconoscere che anche dentro un sistema fortemente vincolato e burocratizzato esistono margini di azione: pratiche valutative diverse, più lente, più giuste, più attente ai contesti che possono incidere concretamente sull’esperienza scolastica quotidiana.
In questo senso, la ricerca di Corsini incrocia perfettamente l’impianto del libro di Pitzalis e Nota: cambiare lo sguardo sulla valutazione è frutto di scelte consapevoli, non di riforme calate dall’alto. Scelte che non rovesciano da sole il sistema, ma che, se condivise e praticate collettivamente, possono incrinarne la logica selettiva e meritocratica, restituendo alla scuola una parte della sua funzione educativa, democratica ed emancipativa. Anche dentro spazi di manovra sempre più ristretti – stretti dalla burocratizzazione, dall’aziendalizzazione e dalla perdita di autonomia intellettuale – il lavoro quotidiano dei docenti non è neutro. Le scelte che ciascuno compie in classe hanno ancora un peso politico e simbolico. Se tutte e tutti operiamo, anche parzialmente, contro le logiche che tendono a conservare lo status quo, le scelte e il lavoro di ciascuno alla fine potrà costituire massa critica e incidere per il cambiamento e la costruzione di “altri possibili”.
Ripensare l’orientamento oggi significa allora smascherare i dispositivi che selezionano e classificano e restituirgli la sua vocazione democratica. L’orientamento non deve funzionare come un filtro che assegna posti, ma come un laboratorio che apre possibilità. Non deve produrre adattamento, ma capacità di analisi critica, di lettura delle fonti, di pensiero laterale. In un mondo attraversato dall’intelligenza artificiale e dalla crisi dell’autorità del sapere, la vera competenza cruciale non è l’addestramento alla flessibilità, ma la capacità di immaginare alternative, rompere automatismi, resistere al conformismo intellettuale e morale.
Un altro aspetto che emerge con forza nel lavoro di Pitzalis e Nota e che l’autore ha richiamato nella sua relazione è l'illusione della scelta. Nella sua analisi, Pitzalis ha raccontato come le scuole del centro urbano ospitino prevalentemente licei, mentre le scuole delle periferie cittadine siano dominate da istituti professionali, a conferma di una netta selezione spaziale che esclude un'uguaglianza reale di opportunità. In una città come Milano, per esempio, i licei del centro non solo selezionano gli studenti in base a criteri di rendimento e capacità, ma spesso fanno test agli aspiranti studenti per assicurarsi che i compagni di classe siano simili tra loro, per reddito ed etnia. Non si tratta più di scegliere una scuola, ma di scegliere i compagni di classe, costruendo una segregazione sociale che si manifesta nelle aule. Questo fenomeno, che Pitzalis definisce “Choice of others”, è la logica per cui le famiglie benestanti, in particolare, scelgono non solo e non tanto l'istituto per le proposte didattiche, ma per la composizione sociale delle sue classi che in qualche modo loro decidono in anticipo.
Inoltre, come sottolinea Pitzalis, se nasci in un paese barbaricino – o in un'area periferica e disagiata dell’interno di una delle nostre regioni – le tue possibilità di scelta scolastica sono drammaticamente limitate. La scarsità di scuole e l’alto costo della pendolarità condizionano fortemente gli apprendimenti. In molte aree, infatti, la scuola non è un bene pubblico accessibile a tutti, ma un'opportunità che dipende dalla disponibilità geografica ed economica. In questi casi, la scelta della scuola è un privilegio che solo alcuni possono permettersi, e spesso le opzioni disponibili non offrono una reale opportunità educativa, ma solo un altro livello di selezione sociale, che rinforza ulteriormente le disuguaglianze. Insomma, anche la dislocazione spaziale delle scuole è correlata al capitale economico e questo per un Paese fatto di paesi dell’interno che vivono il progressivo spopolamento è un enorme problema. Questo rende evidente come la presunta “autonomia” nelle scelte scolastiche sia, in realtà, un dispositivo che seleziona e segmenta la società, mettendo in evidenza un altro dei grandi miti del neoliberismo.
In definitiva il monito sulla posta in gioco che ci è venuto dall’incontro è chiaro: da una parte un orientamento (e una scuola) che fa da specchio alle disuguaglianze, dall’altra un orientamento che le combatte. Non è una questione tecnica, ma una scelta politica. Un orientamento davvero sostenibile non prepara docili esecutori per un mercato instabile, ma forma cittadini capaci di cooperare, prendersi cura del mondo e progettare un avvenire condiviso. Sostenibile, in questo senso, significa giusto, aperto, inclusivo: un futuro che non si limita a gestire il presente, ma prova, collettivamente, a reinventarlo.
A rendere il volume L’orientamento a scuola. Per costruire società inclusive, eque, sostenibili particolarmente incisivo è anche il profilo dei suoi autori. Laura Nota è docente ordinaria di Psicologia dello sviluppo e psicologia dell’educazione e Presidente della Società Italiana per l’Orientamento (PSO); Marco Pitzalis è docente ordinario di Sociologia dei processi culturali. Percorsi disciplinari diversi, ma uniti da una stessa postura intellettuale: la passione per un parlare franco e libero, capace di sottrarsi alle retoriche rassicuranti e di interrogare senza sconti i dispositivi che regolano la scuola e, più in generale, la società.