Quando Gloria Calì mi ha proposto di recensire per questa rivista il libro di Giordana Szpunar (docente, associata di Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Psicologia dei Processi di sviluppo alla Sapienza di Roma) il testo ed io ci eravamo già “scelti” e mi predisponevo ad una lettura che sapevo sarebbe stata massimamente coinvolgente e appassionata. Questo per una serie di ragioni che brevemente esporrò: il mio antico interesse per i temi evocati già nel titolo, nutrito e messo alla prova nelle mie esperienze di donna di scuola e, non meno importante, il fatto di aver avuto il privilegio di conoscere e frequentare l’Autrice negli anni del mio impegno in qualità di docente a contratto alla Sapienza, incaricata di un insegnamento presso Scienze della Educazione della Formazione (dal 2017 al 2022).
Faccio questo accenno autobiografico per dichiarare la postura con cui ho letto il libro e l’intenzione che ha animato la mia scelta e il mio percorso di lettrice. “Lettrice”, sottolineo: tale mi sento e resto anche se assumo in questo contributo il registro della recensione.
Per chi mi legge in questa sede, è opportuno sapere cosa si può, o non si può, aspettare leggendomi. Preliminarmente, voglio sottolineare che la funzione di lettrice (con quel che comporta) ha intenzionalmente, nel mio caso, fatto agio su quella di chi legge al fine di recensire. Ho dunque letto come sempre faccio quando ne vale la pena: in modo avveduto, attento e si spera non pre-venuto; nella “spola” tipica di chi legge non per cercare solo conferme, ma per ricevere stimoli: tra un “sistema di attesa” e uno “spiazzamento” delle aspettative; tra conferme cercate o impreviste e dissonanze cognitive preziose quanto feconde.
Una seconda sottolineatura preliminare, che può anche intendersi come approccio metodologico adeguato all’oggetto: questo mio contributo, sotto forma di recensione, sarà intenzionalmente orientato a far “parlare” il testo e, in controluce, l’Autore; evitare insomma la tentazione, tutt’altro che remota, di soverchiare con la propria “voce”, quella dei due “parlanti”, con posture dettate da esigenze prestazionali non coerenti rispetto alla natura del genere letterario.
Il testo, dunque: non altro, se non gli inevitabili rimandi a studi ed esperienze professionali pregresse che ha suscitato in me, come lettrice interessata e certo non “ingenua”.
Devo esordire, in qualche modo “classicamente”, con le osservazioni sull’ impianto espositivo ed argomentativo che accompagna il lettore/la lettrice lungo un percorso lineare (non scontato) che muove dalle definizioni concettuali dei campi semantici ed euristici che delimitano le tematiche via via sviluppate. Così avviene per il “pregiudizio”, per gli “stereotipi”: ambiti che non risultano qui mai meccanicamente ed acriticamente abbinati, come non di rado vediamo accadere nei testi divulgativi e, ahimé, nei documenti istituzionali che a vario titolo si occupano degli argomenti correlati. Significative, al riguardo, le parti che declinano forme, manifestazioni e processi attinenti ai pregiudizi: rigorosamente categorizzati per evitare discorsi sommari. A me sembra che questo approccio non soddisfi solo esigenze di tipo scientifico, assumendo le modalità del pensiero ipotetico-deduttivo che soggiace alle ricerche, ma eviti per di più un rischio che personalmente temo, e registro nei suoi effetti: quello di ridurre le questioni cruciali di cui ci si sta occupando al genere della “mozione degli affetti”, pericolosamente incline alle retoriche del mainstream quando intende fare professione di istanze “egualitarie” e “democratiche”. Devo sottolineare, al riguardo, che nella mia diretta esperienza di persona di scuola e nondimeno di formatrice ho potuto osservare gli esiti, discutibili quando non esiziali, di questo tipo di approccio: i costrutti retorici, gli accenti moralistici che connotano certi percorsi (educativi e/o formativi) gli appelli ai “valori” – non suffragati da scienza e coscienza – sono destinati ad infrangersi ben presto contro il muro del “senso comune” (che quasi mai coincide con il buon senso). Quante volte mi sono interrogata sulla reale efficacia dei nostri pur lodevoli sforzi di predisporre in età scolare (con le dovute curvature, attente alle caratteristiche dello sviluppo cognitivo e socio-affettivo) percorsi intenzionali di “educazione interculturale”, basata sui principi della solidarietà attiva e della convivenza, posta di fronte a successivi, talvolta contemporanei, atteggiamenti e comportamenti manifestamente riconducibili a idee diametralmente opposte? Ebbene, io penso che una delle possibili spiegazioni del dissidio interno che diventa manifestazione evidente risieda proprio in questi approcci, che fanno leva sui sentimenti nell’accezione semplicistica e deteriore; sono questi che non costruiscono consapevolezza e spirito critico. Le regole “dei più”, la forza persuasiva e irrazionale del contesto, in particolare dei “pari”, massimamente efficace se parliamo di “persone adolescenti” (espressione che ricorre nel testo e che ho trovato bellissima…). Il libro di Giordana Szpunar, nel suo stesso impianto e nella coerenza metodologica di ogni sua parte, è, da questo punto di vista, un antidoto formidabile a queste deviazioni semplificatorie. E’, inoltre, una preziosa indicazione di lavoro, e un monito, anche per chi, sul piano istituzionale oltre che culturale, si occupa del vasto campo di elaborazione e di azione che comprendiamo sotto la dicitura “educazione affettiva e sessuo-affettiva”.
Qual è il viatico migliore per le strategie che hanno l’ambizione e la necessità di “riconoscere e ridurre il pregiudizio”? E’ quello che con limpida evidenza emerge lungo tutte le pagine di questo testo: seguire il piano della ricerca, sia sul versante delle teorie di riferimento, sia su quello non meno decisivo delle indagini empiriche; da questa doppia genesi, che tiene distinti eppure dialetticamente connessi i due aspetti, nasce un apparato argomentativo solido, attento alla storicità degli studi e dunque alla messa in questione dei loro esiti. Siamo con ciò nel solco di una tradizione epistemologica ed euristica che riconosce esplicitamente, nel testo stesso, le sue radici e i suoi Autori. Colpisce chi si cimenta in questa lettura la ricchezza e la sistematizzazione ragionata delle fonti citate e degli Autori, che partendo da “classici” come G.W. Allport e J. Dewey (richiamati e citati mai con reverenza “museale” ma con attenzione all’attualità generativa dei loro apporti) arriva agli studi e alle ricerche, alle evidenze fattuali e controfattuali recenti o recentissime: un campo di indagine che l’Autrice padroneggia con manifesta competenza, mettendo a nostra disposizione elementi di riflessione ed orientamenti alle pratiche di grande rilevanza. Così come si rivela fondamentale l’approccio multidisciplinare, che non si limita alla “predicazione” del principio metodologico ma lo mostra in atto, per così dire: il tema è tale, ci dicono in ogni passaggio il testo e l’Autrice, che nessun ambito di ricerca può pensarsi autosufficiente ed esaustivo. Una forte istanza alla co-costruzione permea, anche da questo punto di vista, molte parti del testo: criterio, questo, caro a molte e molti di noi debitori del socio costruttivismo nell’ambito della psicologia dello sviluppo e delle teorie dell’apprendimento. Qui l’Autrice sembra rivitalizzare il tema, per mostrarne possibili dimensioni in campi non strettamente legati alla sua genesi. Emerge tutta la carica euristica dell’approccio, la sua valenza sociale e il valore politico-culturale. Co-costruire e condividere i significati, per negoziarli e riformularli cooperativamente: ecco una chiave essenziale, ci suggerisce in più modi e passaggi il testo, per de-costruire stereotipi e ridurre il pregiudizio che li sottende.
In questa esplorazione di connessioni e di matrici comuni, in cui lo spazio della ricerca e dell’azione è, per definizione, inter-soggettivo, ho trovato personalmente di grande interesse un tema di ricerca che non avevo avuto modo in precedenza di approfondire, come invece è stato possibile in questo mio percorso di lettura. Mi riferisco, in particolare, al concetto di intersezionalità, trattato in modo sistematico in una sezione del testo (pagg. 90-92): si tratta di un punto di vista che, a mio avviso, porta al suo esito più proficuo e compiuto l’idea stessa di un approccio interconnesso e multi-trans -disciplinare. Invito a dedicare particolare attenzione a queste pagine, per la densità storica che oggi assumono e per le implicazioni sociopolitiche che qui sono evidenziate. Valga, solo come stimolo e non come esempio esaustivo, questo passo che mi piace riportare integralmente:
“L’intersezionalità si fonda sulla premessa che è situata in una rete complessa di relazioni sociali che ogni persona è situata in una rete complessa di relazioni sociali che possono generare privilegi e svantaggi (Hancock, 2007) e sulla consapevolezza che lo sguardo sulle discriminazioni non può limitarsi a considerare la somma delle discriminazioni derivanti dalla contemporanea appartenenza a diverse categorie sociali.[…]” (pag. 90)
Segnalo, infine, per chi come me ha particolarmente a cuore le questioni della cosiddetta “scuola inclusiva”, nella loro genesi storica e negli approdi recenti (particolarmente preoccupanti per il clima politico-culturale che si va affermando non solo entro i confini del nostro Paese) le pagine del testo che, trattando il tema de “L’accoglienza nei contesti educativi”, ne sviluppano un’accurata ricostruzione anche dal punto di vista della evoluzione dell’apparato concettuale e delle istituzioni. Un punto di vista storico-critico di grande interesse ed efficacia argomentativa, che va (come dice il titolo del sub paragrafo) “dall’integrazione alla pedagogia delle differenze.” La disamina, lungi dall’essere un’esposizione trincerata dietro l’apparente neutralità dell’approccio storiografico, mette in evidenza come dietro a ogni campo semantico delle definizioni che si susseguono nel tempo siano rintracciabili premesse ed obiettivi politico-culturali tutt’altro che neutrali: le une e gli altri, infatti, come qui si argomenta, rinviano ad una determinata concezione della società e dei suoi contesti; di ciò che è “norma” e, dunque, “devianza”; di come vada intesa una “scuola inclusiva” che non sia ispirata ai criteri dell’assimilazione omologante, ma a quelli del riconoscimento attivo delle differenze. Infatti, di pedagogia delle differenze qui si parla, fin nel sottotitolo del testo. Le differenze: rigorosamente al plurale. Processuali, storiche, plurali già in sé stesse e infine pluridimensionali (torna il concetto di intersezionalità) come ci suggerisce l’Autrice in questo libro.
Mi avvio a concludere questa mia “recensione”, augurandomi di non aver sconfessato le mie premesse e considerazioni preliminari e di avere “moderatamente” disatteso le aspettative di chi mi ha letto: da qui può forse nascere un desiderio di lettura personale, non etero diretto, da parte di ciascuno e ciascuna. Chiudo, dunque, non senza aver raccomandato vivamente di soffermarsi sui due capitoli finali, che esplicitamente riguardano temi vicini a noi persone di scuola, sensibili per lunga dimestichezza alle questioni dell’educazione. Molte e molti di noi (compresa chi scrive) usiamo dire che l’educazione o è inclusiva, plurale, interculturale o non è: vero, anche se temo che detta così rischi di diventare un mantra al limite della tautologia, affievolito nella sua carica di democraticità. Sono i libri come questo di Giordana Szpunar, io credo, che ci possono aiutare ad evitare questa trappola. Perciò vorrei in chiusura esprimere un auspicio che è anche un’attestazione esplicita di grande apprezzamento: vorrei proprio che “Riconoscere e ridurre il pregiudizio” possa diventare un testo essenziale di riferimento in dotazione in ogni scuola, a disposizione di ogni Collegio e dipartimento di ricerca-azione dei docenti. Perché ogni lettore e lettrice ne diventasse co-autore, co-autrice nel suo stesso percorso di lettura e di studio: in fondo, avvererebbe così il metodo della co-costruzione di significati condivisi che attraversa come un filo rosso buona parte del testo. Penso, insomma, che sarebbe un modo giusto per rispondere alle intenzioni e al percorso dell’Autrice.