Quando ho risposto all’invito di questa rivista a scrivere un ricordo di Raffaele Iosa, appena scomparso, confesso che ho avuto un moto di resistenza a farlo, temendo la trappola della nostalgia e l’insidia di una commozione non ancora elaborata. Poi ho pensato che, se la nostalgia fine a se stessa era quanto mai lontana da Raffaele, non lo era invece la commozione, così contigua alla passione per la scuola e per l’educazione che lo ha accompagnato tutta la vita. E ho accettato la sfida di attraversarle entrambe…
Ho conosciuto Raffaele Iosa in circostanze precise e ben impresse nella memoria: io, partecipante a un Corso per capi di istituto (tali ci si definiva quando l’autonomia scolastica era ancora solo un tema di studio e un’eventualità abbastanza remota) promosso nel maggio del 1990 dall’allora CGIL-Scuola e dal Centro Proteo in quel di Ariccia, sede della Scuola sindacale CGIL. Io, preside di scuola media, vincitrice di concorso al mio primo anno di servizio; lui, esponente di spicco di Proteo, giovane e già autorevole ispettore, tra i relatori. Il suo intervento si intitolava: Le “relazioni umane”: storia e criticità di un’idea sulle teorie organizzative. (Prima che qualcuno pensi ad una mia memoria prodigiosa, devo precisare che sto scrivendo mentre sfoglio la locandina dell’iniziativa, tra quelle che ho voluto conservare…). Ebbene: ricordo che, tra i pregevoli interventi dei relatori, quello di Raffaele Iosa mi “folgorò”, letteralmente, per la sua capacità di tenere insieme rigore scientifico, originalità di approccio e creatività nei quadri di sintesi. Posso dire che questo è stato lo stile intellettuale che lo ha connotato, ai miei occhi, lungo tutto il suo impegno culturale, professionale e istituzionale. Quello che ho ritrovato nel tempo, nelle molte occasioni in cui l’ho incontrato: in contesti di lavoro che ci hanno visti a diverso titolo impegnati; nei suoi studi sulle tematiche specifiche di cui si è occupato; nei “dialoghi a distanza” in cui ci siamo trovati interlocutori fino a tempi molto recenti.
Raffaele non era mai là dove tu te lo saresti aspettato: l’efficacia della sua azione formativa era nello spiazzamento che creava, nella sua capacità di mettere in moto le tue stesse riserve di pensiero, nel momento stesso che metteva a disposizione generosamente, intenzionalmente, le sue. Ma tutto questo non nasceva da un narcisismo fine e se stesso, da un gioco intellettualistico che marcava una distanza con l’interlocutore: al contrario, era il suo modo peculiare di mettersi e mettere in ricerca. Per scardinare aspettative preconfezionate, per suscitare quel sentirsi moderatamente inadeguat* che secondo studi accreditati è la vera forza generatrice di un percorso conoscitivo e formativo.
Niente di cerebrale, nessun intellettualismo deteriore; ma anche nessun cedimento alle retoriche dell’emozionalità di superficie che fa agio sul pensiero strutturato razionale: quelle che sembrano attualmente appartenere al mainstream di cui pericolosamente si nutrono progetti culturali e teorizzazioni pseudo didattiche, fino a lambire o a conquistare terreni politico-istituzionali.
Mi piace ricordare, di Raffaele Iosa, in particolare il suo impegno pluridecennale sui temi e sulle questioni dell’inclusione scolastica, su una visione della disabilità mai consegnata alle derive dell’abilismo, eppure ugualmente attenta a non fare dell’inclusione un tema da “anime belle”, in cui la “mozione degli affetti” si sostituisse ad una disamina attenta e rigorosa delle condizioni reali, degli strumenti di analisi e di intervento. Penso, a questo proposito, alla battaglia culturale di lunga lena che già dalla fine degli anni Novanta ha promosso contro la cosiddetta “medicalizzazione” della scuola nell’affrontare il suo compito educativo-didattico nei confronti delle disabilità e delle diversità comunque intese: la proliferazione delle certificazioni, ad esempio, che attestava già da quegli anni una progressiva “fuga” della scuola dal suo specifico compito, con tutta una serie di effetti distorsivi che confermavano differenze piuttosto che lavorare nella direzione di una compiuta inclusione. Raffaele parlava, in questo senso, della scuola come “la grande malata”: un capovolgimento paradossale del punto di vista che non sfuggiva al suo sguardo acuto, alla sua autentica vocazione per una scuola secondo Costituzione.
Voglio, infine, richiamare, come un dato emblematico del suo impegno di studioso, di uomo delle istituzioni e di militante per una scuola davvero emancipatrice, il lavoro prezioso che ha profuso anche in anni recenti, accompagnando l’evoluzione normativa sulle politiche dell’inclusione (successive al Decreto Legislativo n. 66 del 13 aprile 2017) con un’analisi attenta e rigorosa della documentazione prodotta a livello internazionale e riversata su testi di riferimento della normativa italiana, quali le Linee guida per la certificazione di disabilità, con particolar riguardo alla classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute (ICF) dell’OMS. Ricordo con quanto interesse, in quelle occasioni, lessi i suoi scritti al riguardo: davvero notevoli, per lo studio puntuale delle disposizioni, per l’acume con cui ha individuato le conseguenze innescate dalle nuove norme sulla cultura dell’inclusione e dal nuovo modello che si affermava. Come sempre, Raffaele Iosa sapeva coniugare uno sguardo appassionato e al tempo stesso attento, mai incline ai tecnicismi con cui spesso nascondiamo la carenza di un autentico interesse per le storie in carne ed ossa di cui è fatta la scuola e i soggetti che la abitano.
Concludo qui questo ritratto, parziale e soggettivo, come sono i ritratti, in specie quelli che nascono sull’onda di un ricordo inevitabilmente intriso di commozione.
Come sottrarsi alla percezione di essere tutte e tutti un po’ più soli, senza Raffaele? Ci sono mancanze che non si lasciano surrogare; ci sono presenze che restano e reclamano i nostri bisogni. Abbiamo bisogno di Maestri, non di imbonitori o di manipolatori.