L'istruzione tecnica rappresenta storicamente uno dei pilastri del sistema scolastico del nostro Paese e il suo obiettivo non è quello di fornire manodopera alle industrie, bensì quello di formare cittadine e cittadini dotati di solide basi scientifiche, umanistiche, tecniche e tecnologiche che al termine del percorso di studi possano scegliere se entrare nel mondo del Lavoro o proseguire gli studi all’università. Gli Istituti Tecnici sono stati e dovrebbero continuare ad essere un luogo di emancipazione, uno strumento di mobilità sociale in cui il "saper fare" si intreccia indissolubilmente con il "saper pensare" e il “saper essere”.
Oggi questo patrimonio da preservare con orgoglio è invece profondamente compromesso dalla riforma concretizzata dal DM 29/2026. Tale provvedimento non riguarda il discusso ordinamento quadriennale del cosiddetto "4+2", ma investe e stravolge tutti gli istituti tecnici quinquennali, ovvero la quasi totalità dell'istruzione tecnica in Italia. La Rete Nazionale degli Istituti Tecnici, comunità trasversale di docenti impegnata nella difesa di una scuola pubblica democratica e di qualità, ritiene urgente sollevare un profondo dibattito sulle gravi criticità culturali, didattiche, pedagogiche e organizzative che questa riforma porta con sé.
Le famiglie italiane hanno iscritto i propri figli alle classi prime nel mese di febbraio, compiendo una scelta basata su quadri orari, discipline e profili formativi ben precisi, accuratamente illustrati dai docenti durante le attività di orientamento nelle scuole. Solo a iscrizioni concluse, il Ministero ha pubblicato un decreto che modifica radicalmente e retroattivamente quei percorsi. A settembre, più di duecentomila studentesse e studenti inizieranno un percorso scolastico diverso da quello che avevano scelto. In un'istituzione che pone l'educazione civica e il rispetto delle regole al centro della propria missione educativa, lo Stato dovrebbe essere il primo a garantire trasparenza e correttezza. L'alterazione dell'offerta formativa non rappresenta un mero vizio procedurale, ma una lesione del diritto alla scelta informata e consapevole, che incrina il rapporto di fiducia tra istituzioni, scuola e cittadini.
Uno dei punti di forza dei tecnici è sempre stato il biennio comune: una formazione culturale e scientifica solida e trasversale appunto comune a tutti gli indirizzi che permette di maturare la propria vocazione con gradualità, consentendo riorientamenti in itinere senza traumi e senza compromettere il percorso scolastico.
La nuova impostazione introduce una forte specializzazione già dal primo biennio, addirittura consente la Formazione Scuola Lavoro già dai 15 anni (in contrasto con le norme di sicurezza negli ambienti di lavoro) e rende molto più difficile cambiare corso di studi in un periodo in cui gli studenti sono ancora all’interno dell’obbligo scolastico. Questo impianto rischia quindi di alimentare la dispersione scolastica: l'inclusione e il vero successo formativo si costruiscono garantendo agli studenti il tempo per scoprire i propri talenti, non ingabbiandoli prematuramente in percorsi professionalizzanti rigidi.
Dal punto di vista della didattica, la riforma interviene sui quadri orari secondo una logica penalizzante e in aperta contraddizione con le stesse dichiarazioni di intenti. Si assiste all’inserimento di discipline tecniche complesse nel primo biennio, decurtando simultaneamente le ore delle scienze di base che ne costituiscono il prerequisito. Impensabile, ad esempio, introdurre nell'indirizzo Costruzioni Ambiente Territorio la disciplina “Progettazione edilizia” al primo anno, eliminando le ore di “Tecnologie e tecniche di rappresentazione grafica”, che sono ovviamente propedeutiche alla progettazione stessa.
Altrettanto incomprensibile sul piano culturale è l'accorpamento di discipline fondamentali come Fisica, Chimica, Scienze della Terra e Biologia in un'unica materia denominata "Scienze sperimentali", svilendo il rigore epistemologico delle singole materie e il lavoro di docenti laureati e specializzati nelle singole discipline. All'accorpamento corrisponde anche una drastica riduzione delle ore di insegnamento in tutti gli indirizzi. Ciò non concorre certo a migliorare la formazione tecnico-scientifica di base e le competenze STEM, ma si configura come un mero taglio alla didattica che priva gli studenti di quell'alfabetizzazione scientifica e matematica rigorosa che è necessaria per comprendere a fondo le tecnologie che dovranno poi applicare e governare nel triennio.
Nel quinto anno, la logica puramente sottrattiva si manifesta in una riduzione generale del monte orario (da 32 a 30 ore settimanali). Risulta particolarmente allarmante la cancellazione di un'ora di Lingua e Letteratura Italiana in tutti gli indirizzi, proprio nell'anno conclusivo che conduce all'Esame di Stato. Indebolire l'educazione linguistica e umanistica significa ridurre la capacità critica, l'argomentazione complessa e la decodifica del reale da parte degli studenti, creando di fatto un divario rispetto ai percorsi liceali e pregiudicando seriamente il diritto di proseguire con successo gli studi universitari.
Questo impoverimento del sapere si osserva anche sulle materie di indirizzo, soprattutto nel triennio. Negli indirizzi Economici e Turistici, discipline essenziali per la comprensione della complessità geopolitica ed economica globale subiscono tagli o vengono del tutto cancellate dall'orario. Paradossalmente, si decurta in maniera drastica l'insegnamento della seconda e terza lingua comunitaria, sconfessando tutte le dichiarazioni relative allo sviluppo dei processi di internazionalizzazione. Negli indirizzi Tecnologici come Informatica, Meccanica e Grafica, si assiste a una riduzione delle ore strettamente laboratoriali e alla cancellazione di "Complementi di Matematica" nel triennio, pilastro del pensiero analitico avanzato.
L'impianto complessivo della riforma rivela una concezione dell'istruzione tecnica pericolosamente subordinata alle immediate esigenze del sistema produttivo locale. Conferendo un vasto numero di ore alla gestione autonoma e flessibile delle singole scuole (fino a sette ore nel quinto anno), si sgretola il principio di uniformità del sistema educativo nazionale, trasformando l'offerta formativa in un mosaico asimmetrico in cui la validità del diploma e i profili in uscita dipenderanno in modo stringente dal tessuto economico del territorio di appartenenza.
Inoltre, l'apertura all'insegnamento da parte di "esperti" provenienti dal mondo aziendale, giustificata come un'osmosi virtuosa con i contesti prduttivi del territorio, introduce nelle aule personale privo di competenze pedagogico-didattiche. Non si tiene conto che la delicata funzione docente non si esaurisce in un meccanico travaso di nozioni tecniche o di abilità operative: l'insegnamento richiede la profonda capacità di trasporre e mediare didatticamente i saperi, di personalizzare i processi di apprendimento e di farsi carico delle fragilità e dei bisogni educativi speciali di ogni singolo studente.
Questa impostazione piega l'istruzione tecnica verso quella professionale, cosa che non è utile alle aziende e rischia di renderla meno attrattiva proprio quando il Paese ha bisogno di aumentare i diplomati tecnici. Alle imprese non servono lavoratori addestrati a eseguire procedure su macchinari specifici, ma intelligenze flessibili, persone in grado di comprendere l'innovazione, progettarla e adattarsi agilmente al rapido mutare dei contesti socio-economici.
Una scuola che si prostra alle richieste a breve termine dell'economia contingente e si appiattisce su modelli professionalizzanti rinuncia alla propria indipendenza culturale e abdica al mandato costituzionale di formare cittadini liberi, responsabili e intellettualmente autonomi.
Ad oggi, a ridosso dell'avvio dell'anno scolastico, le scuole si trovano a dover programmare l'offerta formativa senza che siano state pubblicate le Linee guida e i programmi delle nuove materie introdotte. Il Ministero ha recentemente annunciato alcuni correttivi, ma non vi è ancora alcuna ufficialità, lasciando i Collegi dei docenti nell'impossibilità di operare consapevolmente mentre viene imposto loro di far partire la riforma già a settembre.
Per contrastare questa deriva, la Rete si è mossa con forza su vari fronti: ha portato la voce dei docenti in audizione presso l’Intergruppo parlamentare per i diritti della persona in Senato e in diverse Regioni; istituti tecnici storici di tutta Italia hanno approvato mozioni dettagliate in cui si mettono in luce tutte le criticità della riforma; un gruppo di genitori, su impulso della Rete, ha promosso un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica per tutelare i diritti delle famiglie.
L’istanza da poratare avanti è la richiesta di un rinvio ufficiale di almeno un anno dell'applicazione della riforma su tutto il territorio nazionale. Il Ministero ha giustamente concesso il rinvio di un anno al Trentino-Alto Adige per garantire una transizione ordinata e tutelare i diritti degli studenti, lo stesso dovrebbe valere per tutto il resto del Paese. Un rinvio non significa rifuggire il cambiamento, ma evitare un errore, aprendo finalmente quella fase di ascolto e confronto con i docenti, le università e il mondo produttivo che finora è mancata.
Invitiamo tutti i colleghi, i dirigenti scolastici, le famiglie e le forze democratiche a mantenere un alto livello di attenzione durante tutto il periodo estivo e in vista della riapertura delle scuole, seguendo gli aggiornamenti e i documenti consultabili sul nostro sito retetecnici.it. La mobilitazione non ha alcun intento conservativo: difendere l'istruzione tecnica pubblica significa tutelare il futuro culturale, civile e democratico delle nuove generazioni e dell'intero Paese.