Lo annuncia il MIM: le iscrizioni agli Istituti tecnici si attestano al 30,84% (31,32% nell’a.s. 2025/2026). Mentre gli istituti tecnici sono in calo, esplodono i licei e persino gli istituti professionali prendono quota. Negli istituti tecnici, un esercito di studentesse e studenti che non vanno istruiti come negli altri indirizzi di studio, ma piuttosto orientati in modo che imparino a integrarsi con il fantomatico e variopinto “mondo del lavoro”.
Per affrontare il calo delle iscrizioni il MIM risponde rinforzando il legame fra scuola e azienda. Sono i percorsi dei nuovi tecnici istituiti dall’art. 1 del D.L. 7 aprile 2025, n. 45, descritti come quelli che rinforzano la didattica per competenze, tendono a valorizzare la produzione “made in Italy” e il progressivo sviluppo dell’innovazione digitale. Abbelliscono lo scenario narrativo gli ITS academy, coinvolti attraverso lo strumento dei ”patti educativi 4.0”, ovvero accordi regionali e interregionali, secondo i quali le scuole dovrebbero condividere risorse professionali e laboratori con ITS, università, imprese, enti locali, terzo settore. C’è l’intenzione di rinforzare l’internazionalizzazione, ripescando il metodo CLIL che qualche anno fa, dopo un’entrata irruenta nelle classi quinte, si era arrestato davanti alla mole di formazione necessaria per i docenti di discipline non linguistiche. Nel frattempo, ci si accorge del rapporto ISTAT secondo il quale nel 2023 il reddito disponibile delle famiglie per abitante del sud (17,1mila euro annui) è il più basso del Paese e la distanza da quello del centro-nord (25mila euro annui) supera il 30%. Combinando questo dato con il tasso di occupazione dei diplomati VET che è stabilmente inferiore alla media OCSE si presenta la riforma dei tecnici come la salvezza, quella decisiva che, senza un euro d’investimento sulla scuola, genererà diplomati in grado di entrare con la massima confidenza nei quadri aziendali. Una volta scritto il mainframe della riforma si passa ad affrontare il fastidioso problema della didattica, per rimandare ancora a dopo il fastidiosissimo problema dei costi di gestione del personale della scuola.
C’è un certo paradosso: la scuola che forma i diplomati per il mondo del lavoro nasce sulla contrazione dell’organico docente, fissato inderogabilmente alla quota del 2023/2024. Per quanto riguarda i curricoli saranno articolati in due aree: una di istruzione generale nazionale, comprendente gli insegnamenti che assicurano la cultura di base e consentono l’integrazione tra discipline umanistiche e scientifiche, e una di indirizzo flessibile, che comprende l’insieme delle competenze connesse alla specificità dell’istituto in relazione al contesto produttivo locale. Ogni scuola, sulla base del principio di flessibilità, potrà rimodulare le discipline o introdurne di nuove, purchè ciascuna disciplina non venga ridotta più del 25% del monte ore ad essa assegnata nel quinquennio. L’area flessibile è finalizzata a offrire competenze coerenti con le esigenze del mercato del lavoro. I settori vengono rinominati, il settore tecnologico diventa tecnologico-ambientale, anche se non si capisce a quale definizione si riferisca la parola “ambientale” visto che l’intero quinquennio è caratterizzato dalla presenza di una sola ora di geografia al primo anno, legata all’ambito storico. Si è deciso poi di accorpare in un insegnamento unico di scienze sperimentali tutte le discipline scientifiche (già scienze integrate) con ricadute legate alle specializzazioni delle classi di concorso. Allora è bene capirci sulle definizioni: per “ambiente” si dovrebbe intendere l’insieme delle condizioni naturali, biologiche, fisiche e antropiche di un luogo, che condizionano le attività degli esseri viventi e delle società umane. Se questa è la definizione di ambiente che riconosciamo, forse mortificare la geografia e pasticciare le scienze non è un buon inizio per il nuovo settore tecnico. Ed è proprio qui che vediamo la debolezza del nuovo ordinamento: nella penalizzazione delle discipline più importanti per la realizzazione degli obiettivi dei percorsi.
Sulle discipline geografiche, ad esempio, si è seguito un vero e proprio schema persecutorio. Nel settore economico, nei tre indirizzi 1) Amministrazione Finanza e Marketing, 2) Sistemi informativi aziendali e 3) Relazioni Internazionali per il marketing infatti, la geografia perde la sua identità, già martoriata nel precedente D.P.R. 88/2010 e si trasforma ancora. Al primo biennio erano presenti sei ore di geografia d’ispirazione economica, che mitigavano l’eliminazione del corso di nove ore di geografia economica dell’ordinamento precedente al 2010. La nuova collocazione nei quadri orari prevede al primo anno una frammentazione in due insegnamenti di un’ora ciascuno, denominati: “geografia” (afferente all’ambito storico) e “geografia economica”. Al secondo anno sono presenti due ore di “geografia economica”. In questo modo la consistenza della geografia al biennio si frammenta e si riduce da sei a quattro ore.
Nell’indirizzo dedicato al Turismo è ancora peggio. Al triennio viene eliminato l’insegnamento di sei ore di geografia turistica. Al biennio, stesso schema degli altri indirizzi, ma la disciplina prende il nome di “geografia turistica” invece di geografia economica. Nell’indirizzo turismo quindi la penalizzazione della geografia è drastica, da dodici ore nel quinquennio passa a quattro ore, frammentate.
Con questa riduzione oraria suona insensato l’aver lasciato intatti i risultati di apprendimento riferiti alla geografia del primo biennio come:
Ora sfido tutti quelli che stanno leggendo a mettersi nei panni di un diplomato dei nuovi istituti tecnici, con frammentari incontri con le discipline geografiche. Capireste il valore della produzione made in Italy? Sareste in grado di capire un progetto d’ innovazione sostenibile? Sareste in grado di raggiungere i risultati d’apprendimento? Infine senza basi geografiche pensate che potreste contestualizzare, localizzare fenomeni economici o comprendere l’organizzazione spaziale dei trasporti?
Se riflettete vi siete già dati la risposta giusta.