C'è un modo per smontare decenni di cultura scolastica senza che nessuno se ne accorga troppo: farlo in fretta, in silenzio, camuffando i tagli con una pretesa modernizzazione. Il Decreto Ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026 — la cosiddetta riforma degli istituti tecnici — è un manuale perfetto di questa tecnica. Arrivato dopo le iscrizioni, pubblicato senza linee guida operative, approvato a invarianza finanziaria, viene presentato come il grande aggiornamento che avvicina la scuola al mondo del lavoro. In realtà è qualcos'altro: una ristrutturazione al ribasso, che sacrifica la formazione generale sull'altare dell'efficienza aziendale e lascia studenti, famiglie e insegnanti in un caos del tutto evitabile — e del tutto voluto.
Partiamo da un dato politico che, da solo, basterebbe a delegittimare questo provvedimento: non c'è stato un confronto preventivo degno di questo nome. Le grandi riforme della scuola italiana — dalla Gelmini alla cosiddetta Buona Scuola — sono state almeno accompagnate da un dibattito pubblico, da audizioni, da uno scontro aperto tra posizioni diverse. In questo caso no. Il decreto è arrivato dopo il parere del CSPI (espresso il 5 febbraio 2026), i sindacati sono stati convocati a processo già avviato. FLC CGIL e UIL Scuola parlano esplicitamente di "anomalia procedurale": la constatazione che una riforma che riguarda centinaia di migliaia di studenti, migliaia di insegnanti e l'intera struttura dell'istruzione tecnica è stata calata dall'alto, senza che il mondo della scuola potesse dire la sua in tempo utile.
Gli antichi avevano un modo per descrivere questa fretta strategica: dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur — mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata (Livio, Ab Urbe Condita, XXI). Ma qui non si è nemmeno discusso a Roma. Il decreto è arrivato già firmato, e nel frattempo le scuole, gli insegnanti, le famiglie — i veri Sagunto di questa storia — si trovavano già a pagare le conseguenze di una decisione presa senza di loro.
Ha descritto con precisione questo meccanismo Mino Conte, filosofo dell’educazione dell'Università di Padova, in occasione del Coordinamento nazionale CIDI del 25 Novembre scorso e lo ha ripreso nell'articolo Insegnare in Controtempo pubblicato su questa rivista. Le trasformazioni della scuola, ha argomentato Conte, avvengono quasi sempre al di fuori di un percorso democratico aperto, presentate come neutrali, inevitabili, innovative per loro intrinseca natura. Non annunciate nella loro interezza, ma fatte scorrere silenziosamente attraverso l'ingranaggio dei passaggi amministrativi, una procedura dopo l'altra, fino a istituzionalizzarsi in modo irreversibile, senza che ai docenti, trattati come semplici addetti all'implementazione, venga mai chiesto un parere autentico. È, osserva Conte, una precisa tecnica di governo: quella che non si presenta come decisione sovrana e riconoscibile — e dunque contestabile — ma avanza per accumulo burocratico, neutralizzando il dissenso prima ancora che possa formarsi. Il DM n. 29 è un caso da manuale di questa politica.
La fretta è funzionale: meno si discute, meno si resiste. E il risultato è che nessuno sa ancora con chiarezza chi può insegnare cosa — l'ANP ha chiesto a gran voce una revisione urgente delle classi di concorso, senza ottenere risposte concrete — e le scuole si trovano a dover programmare organici e iscrizioni senza le linee guida che avrebbero dovuto arrivare prima.
Questo non è riformismo. È un colpo di mano amministrativo.
Tra i tagli più simbolicamente rivelatori c'è la riduzione delle ore di Italiano nel quinto anno: da 4 a 3 ore settimanali, 33 ore annue in meno. Un taglio che colpisce proprio l'anno conclusivo del percorso, quello in cui gli studenti si preparano all’Esame di maturità che dell'Italiano fa il suo asse portante, con la prima prova scritta che richiede capacità di analisi, argomentazione e scrittura consapevole.
Il CSPI ha chiesto esplicitamente di mantenere il monte ore originario di Italiano, segnalando il rischio di indebolimento delle competenze linguistiche e di una preparazione inadeguata alla maturità. La richiesta è stata ignorata. Viene da chiedersi: come si concilia la retorica sulle competenze con la scelta concreta di ridurre le ore dedicate alla lingua e al pensiero critico? La risposta è semplice: non si concilia, perché non era questo l'obiettivo. L'obiettivo era alleggerire le discipline generali per fare spazio a quelle professionalizzanti, seguendo una logica per cui la scuola tecnica deve produrre tecnici, non persone capaci di pensare, scrivere, ragionare.
È una visione dell'istruzione che il CIDI contrasta da sempre, e che questa riforma porta alle sue conseguenze più coerenti.
Al posto delle ore tolte, la riforma introduce i "Patti educativi 4.0": accordi tra scuole, imprese, ITS Academy e università per condividere risorse e attività. Il modello è quello della scuola come filiale formativa dell'azienda — con i saperi disciplinari che cedono terreno a esigenze produttive specifiche, contingenti, legate ai fabbisogni di un mercato del lavoro che cambia ogni cinque anni ma vuole diplomati pronti subito. Oscar Wilde osservava che il cinico è colui che «knows the price of everything and the value of nothing» (Lady Windermere's Fan, 1892). È la definizione che si adatta con precisione alla filosofia implicita di questa riforma: sa calcolare il costo di ogni ora curricolare, ma non sa — o non vuole — misurare il valore di ciò che taglia.
Non è una critica alla collaborazione tra scuola e mondo del lavoro: quella collaborazione può essere preziosa, se avviene su un terreno di parità e rispetto dell'autonomia pedagogica di ciascuna scuola. Ma qui la logica è inversa: è la scuola che si mette al servizio dell'impresa, adattando curricoli e orari alle sue necessità. FLC CGIL ha definito la riforma una "mera operazione di ingegneria oraria a costo zero": nessuna risorsa aggiuntiva, nessun investimento in formazione dei docenti, nessun sostegno alle scuole per implementare i nuovi percorsi. Solo la riorganizzazione di quello che già esiste, in peggio.
Lo stesso vale per le compresenze previste dal nuovo impianto. In linea di principio, la didattica laboratoriale condotta da più docenti in compresenza è un'idea pedagogicamente solida: favorisce l'interdisciplinarità, arricchisce la relazione educativa, permette di affrontare la complessità con sguardi diversi. Ma una compresenza funziona solo se i docenti coinvolti hanno avuto il tempo e il modo di ripensare insieme la propria programmazione, di ridiscutere obiettivi, metodi, criteri di valutazione. Non è un'operazione che si improvvisa: richiede ore di co-progettazione, formazione condivisa, spazi istituzionali dedicati. Niente di tutto questo è previsto. Nessuna risorsa aggiuntiva per la formazione, nessun alleggerimento del carico burocratico, nessun tempo contrattualizzato per la progettazione comune. I docenti si troveranno a condividere l'aula senza aver condiviso il percorso, e una compresenza senza co-progettazione non è interdisciplinarità, è sovrapposizione. Rischia di diventare, nella migliore delle ipotesi, un'ora in cui uno insegna e l'altro assiste; nella peggiore, un ulteriore elemento di confusione in classi già disorientate da una riforma che nessuno ha avuto il tempo di capire davvero.
L'accorpamento delle scienze — fisica, chimica e scienze naturali che diventano un'unica disciplina "Scienze sperimentali" (che materia è, esattamente?) nel biennio — va nella stessa direzione: meno rigore metodologico, meno profondità, più superficie. La geografia ridotta a un'ora in alcuni casi. L'area generale che perde peso sistematicamente a favore dell'indirizzo. Il messaggio è chiaro: la cultura non è un investimento, è un costo da tagliare.
C'è poi un danno concreto, immediato, che colpisce ragazze e ragazzi reali: quelli che hanno scelto un istituto tecnico tra gennaio e febbraio 2026, durante le iscrizioni per il prossimo anno scolastico, sulla base di un'offerta formativa che non esiste più.
Il decreto è stato pubblicato dopo le iscrizioni. Le famiglie hanno scelto sulla base del vecchio ordinamento: 32 ore settimanali stabili, discipline separate, un percorso conosciuto. Ora scoprono che il quinto anno sarà da 30 ore, che l'Italiano sarà ridotto, che le scienze saranno accorpate. In alcune configurazioni, con l'autonomia scolastica e la flessibilità prevista, il taglio complessivo può arrivare a 5 ore settimanali.
Questo si chiama fare orientamento su false premesse ed è la conseguenza diretta di aver scelto tempistiche incompatibili con qualsiasi rispetto degli studenti e delle famiglie, del sistema scolastico, del diritto all’istruzione. UIL Scuola lo ha detto chiaramente: i tempi sono "inadeguati e incompatibili" con una scelta consapevole da parte di famiglie e studenti. Ma la scelta politica di procedere così è stata mantenuta lo stesso.
Se il malcontento è diffuso — nei sindacati, nelle associazioni dei presidi, nelle discussioni tra insegnanti — rischioso è il frammentarsi della risposta. Ognuno denuncia la propria criticità specifica: i sindacati i tagli alle cattedre, i presidi il caos organizzativo, i docenti di Italiano la riduzione oraria, gli insegnanti di scienze l'accorpamento, gli insegnanti di geografia la marginalizzazione. Tutte denunce legittime. Ma separate, non basteranno a fermare questa riforma.
Quello che manca è una voce collettiva, pedagogicamente fondata, che sappia nominare il problema nella sua interezza: questa riforma è l'ennesimo passo verso una scuola pensata non per istruire persone e cittadini consapevoli, ma per preparare forza lavoro adattabile. Occorre una voce che tenga insieme la difesa delle discipline e la critica alla logica aziendalista. Che rivendichi che la scuola tecnica, come ogni scuola, non è un centro di addestramento: è un luogo dove si costruisce il diritto di capire il mondo con l'Italiano, con la geografia, con la storia, con le scienze, con la matematica, con tutto ciò che questa riforma sta provando, in silenzio e in fretta, a togliere o a nebulizzare.