Quando Valditara parla della sua “rivoluzione culturale” l’insegnante medio si compiace o s’indigna, pensando alle Indicazioni per il primo e il secondo ciclo, alle educazioni proibite, ai contenuti imposti, alle discipline svilite, alle identità patriottiche e a quelle vietate, e così via. Non pensa invece, perché se ne sa ancora poco, alla “rivoluzione” che il ministro sta programmando con l’intento dichiarato per ridare centralità al compito educativo delle famiglie, non solo introducendo consensi informati di dubbia legittimità, ma trovando sistemi e accordi per smantellare la scuola pubblica a vantaggio di quella privata, individuando modalità per un loro finanziamento indiretto e sovvertendo i principi costituzionali.
Ad oggi, l’ossessione del primato educativo della famiglia non giova a rinsaldare i rapporti che negli ultimi anni hanno caratterizzato la relazione tra la scuola e i genitori degli studenti. Penso quindi che la scuola debba oggi riflettere su tale relazione non per le ossessioni e gli scopi di Valditara, né per autotutelarsi rispetto ad eventuali attacchi arbitrari e scorretti di qualche genitore irriverente, ma soprattutto per costruire l’alleanza indispensabile a ridurre i rischi di disorientamento educativo di giovani e giovanissimi, generati dai social e dai contesti di realtà, talvolta anche istituzionali.
Fino al secolo scorso la scuola pubblica aveva un chiaro mandato sociale: dispensava un sapere, apprezzato nella sua rilevanza scientifica, di cui era la sola fondamentale depositaria; proponeva valori socialmente condivisi, garantiva l’accesso al lavoro; le differenze intergenerazionali non condizionavano la condivisione di linguaggi, strumenti, regole comportamentali; i modelli organizzativi e didattici, definiti a livello centrale, rispondevano alle attese sociali e non erano messi in discussione. L’educativo era ritenuto principalmente compito della famiglia, della società, dell’ esperienza. A queste caratteristiche corrispondevano atteggiamenti diffusi di riconoscimento e fiducia nella scuola pubblica, di apprezzamento della istituzione nel suo insieme e dei ruoli che vi operavano, di soddisfazione complessiva dei processi formativi e valutativi.
Negli ultimi decenni le cose sono molto cambiate: molteplicità e facilità dei canali d’accesso alla cultura, eterogeneità dei contenuti e degli obiettivi perseguiti dagli Istituti nella loro autonomia, distanza culturale tra le generazioni, presenza in aula di studenti portatori di sistemi culturali diversi, progressivo scollamento tra titoli acquisiti e possibilità d’accesso al lavoro, contraddittorietà dei valori proposti da scuola ed extrascuola. Ma i profondi cambiamenti normativi e culturali intervenuti non hanno trovato, per una loro corretta interpretazione, professionalità adeguate ai nuovi bisogni. La credibilità dell’Istituzione è stata – con o senza intenzionalità -progressivamente messa in discussione e il docente ha visto aumentare nel tempo il proprio carico di lavoro, diminuire nel tempo il potere d’acquisto del proprio magro stipendio, smarrire nel tempo la propria identità professionale e la propria immagine sociale.
La comunicazione e la relazione docente/allievo sono diventate sempre più difficili, mentre la scuola e gli insegnanti sono apparsi sempre più “colpevoli” degli insuccessi degli studenti e delle insoddisfazioni dei genitori.
I genitori dei quattordicenni di oggi sono figli di generazioni che hanno frequentato la scuola cinquant’anni fa, una scuola che cominciava a cambiare e che rifiutava, perché pedagogicamente e socialmente inaccettabili, i vecchi principi e i vecchi modi di vivere i ruoli, ma non si costruiva, se non nelle parole e nelle enunciazioni di principio, nuovi strumenti e nuove professionalità (docenti e dirigenti) adeguate ai nuovi bisogni.
Vittime essi stessi dei modelli televisivi e dei sistemi valoriali socialmente imposti, spesso in possesso di infarinature pseudopsicologiche, i genitori d’oggi incontrano grosse difficoltà nella gestione del proprio ruolo educativo, e di fronte a comportamenti sregolati dei propri figli oscillano tra la tentazione di una severità “fuori moda”, che essi stessi trovano controproducente, e la scelta di un’amicalità permissiva che non aliena gli affetti e non disturba le relazioni familiari, ma non incide sulle scelte e sui modelli di comportamento dei ragazzi.
Oggi quei genitori non solo hanno difficoltà nello svolgere il loro ruolo, ma attribuiscono alla scuola le responsabilità delle carenze dei propri figli. Poco disponibili a riconoscere l’errore proprio o del figlio, spesso confondono il diritto all’uguaglianza con la pretesa che tutto sia loro dovuto, e se tutto non è loro riconosciuto, si verificano gli episodi di conflittualità e di irriverenza nei confronti dell’insegnante o del dirigente della scuola del figlio.
Non sarà certo l’appellativo di Magister per l’insegnante o la multa per il genitore irriverente che ridarà, come promette il Ministro Valditara, autorevolezza all’insegnante. La scuola non può comunque ignorare eventuali proprie responsabilità. Nel lontano 2016 Gustavo Pietropolli Charmet, nel suo Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi (Ed. Laterza), ci insegnava che l’atteggiamento dei ragazzi e la loro voglia di entrare in relazione con l’adulto è positiva quando nell’adulto riconoscono competenza, passione per la disciplina insegnata, curiosità e interesse sinceri nei loro confronti. Nella nostra scuola accade sempre più spesso che l’insegnante non sia più un modello di riferimento: accade che non disponga di saperi più forti e più grandi di quelli offerti dalle nuove tecnologie e dalle nuove intelligenze; che non disponga della capacità di mediare criticamente tra intelligenze artificiali e intelligenze naturali; della capacità di costruire ambienti e promuovere relazioni esistenzialmente appaganti e socialmente apprezzabili; che non disponga di orizzonti culturali ampi e di visioni critiche degli eventi contemporanei; che non proponga sistemi coerenti di valori e di comportamenti che possano svolgere funzione di exempla. Ne esistono, insegnanti così, e tanti, ma lo sono per qualità e scelte personali, non per caratteri garantiti dallo Stato alla professionalità docente. Il fatto è che il genitore avverte prima di ogni altra cosa la qualità del rapporto che il proprio figlio ha con i diversi insegnanti, e ne nasce un atteggiamento di fiducia o sfiducia e rancore.
Ma se da un lato accade che il genitore abbia sfiducia, accade anche che l’insegnante abbia paura. Che il dirigente abbia paura. Che la scuola abbia paura. Paura del genitore, dello studente, dell’opinione pubblica, della stampa, della riduzione delle iscrizioni. Oggi ha anche paura del ministro, della ispezione, della intimidazione. Di fronte al genitore che protesta e persino di fronte allo studente che fa il bullo, la scuola troppo spesso piange e si lamenta, ma al suo interno: di fronte al genitore che urla l’insegnante molto spesso abbassa le orecchie. La scuola si sente insicura.
La relazione tra scuola e famiglia spesso si identifica con la lettura o con la firma di carte, che spesso non sono altro che la burocratizzazione di condivisioni che a volte non sono state oggetto di discussioni e dibattiti neanche all’interno della scuola. Accade che al genitore vengano illustrati patti e piani, regolamenti e statuti, e che si descrivano indirizzi e progetti, orari e risorse, ma senza che emergano le scelte educative caratterizzanti, se pure ci sono, e i principi cui le scelte fanno riferimento, e il senso e le ricadute che le stesse scelte, per essere efficaci, dovrebbero avere in termini di collaborazione educativa da parte delle famiglie.
La collaborazione educativa si riduce spesso alla possibilità di visualizzazione del registro elettronico, agli incontri periodici scuola-famiglia in cui si parla, dopo aver fatto la fila, dei problemi o dei successi dei singoli alunni, alle lettere di segnalazione di assenze o di scorrettezze che hanno richiesto sanzioni disciplinari.
Sarebbe urgente recuperare il senso profondo della rappresentanza genitoriale all’interno degli organi collegiali della scuola: i consigli di classe e interclasse, il consiglio di istituto. In ogni scuola la necessità della partecipazione democratica degli adulti di riferimento per alunni e alunne andrebbe costruita, attraverso una “formazione” che l’istituzione ha il dovere di mettere in atto per far nascere il desiderio di essere parte dei processi, in un rapporto normato dalla legge e reso vitale anzitutto dalla consapevolezza messa in pratica da insegnanti e dirigenti.
In questo modo, i ragazzi farebbero esperienza di un’alleanza “a norma” , di un accordo istituzionalizzato finalizzato alla loro tutela rispetto alle tensioni diseducative in cui la realtà esterna potrebbe coinvolgerli.
In un anno segnato da consensi da chiedere e da proibizioni da rispettare, penso che sia particolarmente importante instaurare con le famiglie un rapporto di scambio reale, di ascolto reciproco, di affermazione e di riconoscimento dei ruoli senza dover ricorrere all’affermazione di improbabili “primati”, ma facendo chiarezza sulle responsabilità che la Costituzione affida alla scuola.
Le scelte di ciascun Istituto, le interpretazioni delle nuove norme, le adesioni e le disobbedienze, i principi e i valori che ispirano l’offerta formativa, mai come in questo anno scolastico penso che debbano essere ben esplicitati ai genitori, prima dell’anno, e debbano costituire oggetto di riflessioni e dibattiti: certamente la scuola deve garantire il rispetto dei diritti di tutti, il confronto delle idee diverse, una pratica valutativa omogenea in tutto l’istituto e non condizionata da differenze culturali o ideologiche, l’applicazione di indicazioni e riforme, ma le famiglie devono sapere su cosa verrà richiesto loro il consenso e su cosa invece non verrà richiesto perché garantito da ragioni pedagogiche e da un legittimo esercizio dell’autonomia; devono sapere, ad esempio, che non sarà possibile eliminare dalla quotidianità formativa qualsiasi riferimento alla vita affettiva e sessuale dei ragazzi, perché le domande che essi stessi pongono devono avere risposta; devono sapere, ad esempio, che se la professoressa di italiano convive con una compagna o se il compagno di banco del loro figlio è omosessuale, queste cose non possono essere taciute né i ragazzi possono essere ingannati su ciò che è la realtà, su ciò che sono le diversità accanto a loro, ma questo non significa proporre improbabili teorie gender. Le famiglie devono sapere che la scuola, anche se certi ministri non vogliono che se ne parli, rispetta la Costituzione e ripudia la guerra e i crimini di guerra e i genocidi del passato e del presente, e ripudia tutto ciò che assomiglia al fascismo. Devono sapere che se hanno problemi da discutere, domande da porre, perplessità da chiarire, la scuola è aperta, gli insegnanti sono disponibili, il dirigente/la dirigente è disponibile, e a tutti interessa che Marco Pierino Gianna Michele Laura siano soddisfatti e sereni nel loro fare scuola quotidiano. Ma devono sapere che ai ragazzi stranieri o disabili saranno riconosciuti gli stessi diritti degli altri, di apprendere e di sbagliare e di interagire, e che se i loro figli non rispetteranno questi valori e questi diritti, le loro scelte saranno considerate riprovevoli. Le famiglie devono sapere che se il loro figlio ha un problema di apprendimento o una difficoltà di accesso al sapere, la scuola farà di tutto per differenziare la propria offerta e per rispondere al suo bisogno, ma sarà la scuola a decidere quali saperi offrire e come offrirli: devono sapere che la scuola deve garantire, in autonomia, non l’opinione del ministro di turno o i suoi consigli didattici, ma la scientificità del sapere e i principi studiati dalla ricerca epistemologica e psicopedagogica.
D’altro canto, è necessario che periodicamente ci siano spazi di riflessione comune, per posizionarsi e agire, nel superiore interesse dei minori, rispetto a ciò che cambia e ciò che avviene, in quella cornice istituzionale di cui s’è detto sopra.
E’ necessaria, oggi più che mai, una relazione con le famiglie chiara, trasparente, funzionale, continuativa, fondata sull’ascolto, una relazione senza paura. Serve un’alleanza, non uno scontro. Un incontro, tanti incontri, non uno scontro.
Occorre lavorare, in ogni Istituto, per costruire le condizioni di un riconoscimento diffuso delle competenze professionali, del lavoro didattico ed educativo, constatando insieme la qualità di questo lavoro; non servono le multe contro l’irriverenza né l’appellativo di Magister per ridare autorevolezza agli insegnanti: serve, piuttosto, la costruzione di una "comunità professionale ed educante insieme", per usare proprio le parole ufficiali, contenute nelle Indicazioni Nazionali del 2025.
Sappiamo che il Piano dell’offerta formativa, strumento cardine dell’autonomia scolastica, richiede a ciascun Istituto una progettualità che esprima un’idea formativa unitaria ed una condivisa idealità culturale, politica, etica.
In questo momento storico mi sembra particolarmente importante, per ogni Istituto, definire la propria identità culturale e poter dire al mondo circostante, senza paura: noi siamo questi e faremo questo e questo, nel rispetto della norma ma anche del nostro profilo culturale, delle nostre funzioni educative e didattiche. E della Costituzione e dell’autonomia sancita dalla legge. In questo momento storico mi sembra particolarmente importante, in ogni Istituto, anche una riflessione sul senso e sui modi di una collegialità sostanziale, non burocratica, vissuta in autonomia e libertà di scelta, unico argine alle possibili invadenze, alle possibili intimidazioni, alle possibili strumentali contestazioni.
Una volta gli insegnanti, quando entravano in ruolo, giuravano fedeltà alla Repubblica ed alla Costituzione: oggi questo passaggio non è più in vigore, ma resta intatta la responsabilità educativa impone scelte etiche e professionali serie e nette, da cui dipende il futuro dei nostri giovani e del paese intero.