Rileggendo il testo “Cultura Scuola Persona” che fa da premessa alle Indicazioni nazionali 2007 e 2012 e alle Linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei del 2021, vengono fuori alcune riflessioni in vista dell’avvio di un nuovo anno scolastico, che si annuncia complesso quanto gli ultimi tre se non di più.
La sua revisione prevista per l’anno scolastico 2026/27 dal D.M. 221/25 per la scuola dell’infanzia e le classi prime del primo ciclo non giustifica una riscrittura del PTOF. Qualunque sia il percorso culturale che la comunità professionale intende proporre vanno considerate le scelte fatte e la gradualità del processo che porterà alla sostituzione delle Indicazioni nazionali vigenti che hanno avuto il pregio di raccogliere le più recenti acquisizioni in campo pedagogico e disciplinare.
Il coordinatore della Commissione ministeriale del 2007, Mauro Ceruti, ha messo a fondamento una prospettiva transdisciplinare, fondata sul dialogo fra i saperi, su esperienze di apprendimento che possano fornire a chi apprende strumenti per comprendere la complessità del reale. Una scelta pedagogica che mette in discussione la logica dei Programmi basata sul primato delle conoscenze contro le competenze, fortemente presente nelle N.I. 2025, che investe sulla frammentarietà e la separatezza fra i saperi disciplinari. Il richiamo al "ritorno alle conoscenze" è del tutto superfluo, considerato che, dal punto di vista didattico pedagogico non può esserci competenza senza conoscenza.
Se ci soffermiamo sulla questione, possiamo dire che, a fronte di un cambiamento necessario – guardare la realtà in modo sistemico – è mancata nelle prassi didattico-pedagogiche l’approccio laboratoriale e condiviso. Forse dovremmo riflettere ancora sulle rigidità del sistema educativo nonostante l’autonomia abbia introdotto un modello organizzativo orizzontale, non solo a causa di resistenze professionali ma anche a causa di una visione centralistica, di controllo del sistema educativo nazionale.
La scuola che ricerca, sperimenta e riflette sa che alla costruzione del curricolo di scuola corrisponde sempre un percorso di confronto in risposta a sempre nuove domande e che sarebbe un grave errore cancellare itinerari sperimentati e validati cedendo alla lusinga di nuove parole d’ordine che pretendono di rappresentare in modo esclusivo la ricerca educativa, fra tutte secondo il “talento” e il “merito”.
In questa sede, recuperando gli sguardi di chi abbiamo perso proviamo a formulare una proposta di lavoro per chi fra noi non si arrende.
Secondo Galli della Loggia, Tullio De Mauro sarebbe responsabile del declino della lingua; nell’articolo del Corriere della sera “Le ragioni della disfatta” scrive, senza documentare le sue affermazioni, che “se da due, tre decenni le competenze linguistiche dei giovani italiani si stanno avviando verso la balbuzie twittesca qualche responsabilità, e non proprio minima, ce l’ha avuta proprio anche Tullio De Mauro” (7 febbraio 2017, Corriere della sera). Se avesse letto le Dieci Tesi per l’educazione linguistica democratica, non suggerirebbe il ritorno alla pedagogia linguistica tradizionale basata sull’insegnamento normativo della grammatica e sulla lingua scritta formale.
Nel “gruppo di scellerati”, come sono stati chiamati coloro a cui si devono le Indicazioni 2012 compare senza essere nominato Giancarlo Cerini che, come è noto, con Italo Fiorin coordinò il gruppo di lavoro che portò a quel testo. Scrivono Ernesto Galli della Loggia e Loredana Perla, che poi è stata incaricata di coordinare la Commissione che ha elaborato le Indicazioni 2025, in “Insegnare l’Italia” (2024) che si tratta “di costruire un percorso pedagogico sulla base di un presupposto decisamente diverso da quello che ha informato le Indicazioni ministeriali per il curricolo. Cioè sul presupposto che in realtà la rinuncia all’asse formativo dell’identità italiana, avvenuta in omaggio alle letture globaliste e multiculturali, ha creato un vulnus psicopedagogico nelle giovani generazioni”. Per chi, come noi, ha conosciuto Giancarlo Cerini fa fatica a pensare realistica una tale impostazione. Nelle Linee pedagogiche 2021, l’ultima fatica di Giancarlo, si legge “ L’intercultura è una dimensione da costruire e il fatto che questo possa avvenire precocemente, in un ambiente educativo accogliente, rappresenta un investimento strategico di enorme importanza in una società come quella attuale…Per i bambini cogliere ciò che ci rende unici è una prima esperienza della grande varietà della famiglia umana. Se ciascuno impara a evitare definizioni classificatorie dell’identità dell’altro questa varietà può essere esplorata, conosciuta, suscita domande se promuove il confronto e la scoperta di diversi punti di vista”. Temo che sia proprio questo lo sguardo che quanti governano la scuola in questo particolare momento vogliamo distogliere. Spaventa il decentramento del punto di vista.
Nella “scuola dei piccoli”, nella fattispecie nella scuola dell’infanzia, investita fin da ora della revisione del curricolo, non possiamo rinunciare a una idea di curricolo che “si gioca su elementi di contesto: il clima, il colore, i silenzi, la cura degli spazi e dei materiali, lo stile educativo … un curricolo fortemente implicito, ma di cui dobbiamo avere consapevolezza …’
Aspetti che riteniamo rilevante anche dopo quando li denominiamo apprendimento – insegnamento, inclusione, valutazione del comportamento e degli apprendimenti, italiano, storia, matematica, scienze, educazione civica….
Una revisione, dunque, non una riscrittura, dettata dalle norme vigenti, che giova ricordarlo non cancella le prerogative delle istituzioni scolastiche autonome, riconducibili all’atto di indirizzo del dirigente scolastico e al PTOF che spetta al collegio docenti che lo elabora e lo approva.
Se si considerano le richieste formulate alla scuola dell’infanzia si può ragionevolmente ritenere che il percorso condiviso finora non può essere cancellato.
Più in generale, con riferimento a tutto il primo ciclo (ricordando che l’avvio è previsto per le classi prime) nella costruzione del curricolo contenuti, metodi, organizzazione, collaborazioni con il territorio non sono soggetti a vincoli. Vanno rivisti, eventualmente, se in una certa misura sono state modificati i traguardi di competenza attesi, in buona sostanza gli aspetti che riconducono al criterio della prescrittività. Le conoscenze, è scritto chiaramente, sono suggerimenti. L’autonomia delle scuole e l’autonomia professionale non sono in discussione.
Fatta questa premessa propongo alcune riflessioni su aspetti che nel curricolo di scuola sono ancora in parte disattesi, ovvero quella parte di curricolo che chiama in causa i concetti di democrazia e cittadinanza. Considero il curricolo etico – sociale centrale nel PTOF non affidato esclusivamente agli argomenti che di norma compaiono nel curricolo di educazione civica. Ho sempre sostenuto che l’educazione civica non è una materia. Essa rappresenta il mandato che la Costituzione affida alla scuola con particolare riferimento agli articoli 3, 33 e 34. Ridurre il curricolo di educazione civica a un contenitore formale senza alcun legame con i vissuti dei bambini, degli adolescenti, degli adulti che condividono l’esperienza a scolastica è un danno evidente. Imparare la democrazia come sostiene Zagrebelsky e vivere la cittàdinanza può rappresentare l’occasione per costruire un curricolo etico – sociale centrato sul “noi”, parola cara alla Costituzione. Una prospettiva in cui gli adulti accompagnano tutti gli studenti, nessuno escluso, nel percorso di conoscenza del mondo in cui vivono. In estrema sintesi: democrazia e cittadinanza sostengono le conoscenze fondamentali a cui non possiamo, né vogliamo rinunciare.
Propongo di non rinunciare a iscrivere le nostre scelte culturali e didattiche in una cornice culturale piena; le parole sono vuote se non sono collegate ai saperi; vanno ricercate dagli adulti e smontate perché possano rappresentare una scelta di senso in risposta alla crisi dei sistemi educativi. Della necessità di una nuova paideia nel tempo della complessità Mauro Ceruti ha scritto più volte, suggerendo una particolare attenzione a quella che già Morin definiva la policrisi che attraversa il nostro tempo. Un aspetto che esige un impegno politico e culturale a cui la scuola e gli insegnanti non può essere indifferente.
Nel suo ultimo libro scritto con Francesco Bellusci "Per una civiltà della Terra" (2026) nel capitolo dedicato alla scuola gli autori propongono di uscire “dalle caverne delle civiltà”. C’è bisogno di quadri e orizzonti mentali/culturali in cui inscrivere le discipline, integrarle in saperi che corrispondano ai grandi problemi della condizione umana, e ineludibili per il futuro. Una prospettiva che non accetta di lasciar fuori dalla scuola i temi che possano permettere a chi apprende di non rinunciare alle domande e alle possibili risposte.
La scuola, la società, la politica ne hanno bisogno. E il tempo è questo.