L’ottimo articolo di Antonio Maiorano “LEL: mistero buffo”, pubblicato in questa rivista, si conclude con un invito alle scuole a trovare un orizzonte di senso all’introduzione del latino nella scuola media.
Si potrebbe citare il mio quasi- conterraneo Vasco (quasi perché gli emiliani non amano essere confusi con i romagnoli…): “voglio trovare un senso a questa situazione, anche se questa situazione un senso non ce l’ha”.
E per tentare di trovare un senso, ripartirei dall’affermazione, assolutamente condivisibile, con cui si apre il capitolo LEL delle Indicazioni:
Ripensare il ruolo del latino nella scuola del XXI secolo è compito necessario e quanto mai attuale”. Come non essere d’accordo? E come non aspettarsi che il testo prosegua indicando finalmente una novità, sul piano didattico- metodologico ma prima di tutto epistemologico, per questa disciplina che viene reintrodotta nel XXI secolo? Peccato che le speranze siano disattese dal prosieguo, in cui si ribadisce genericamente il valore della lingua latina con argomenti anch’essi assolutamente condivisibili… nel 1974.
In quell’anno io frequentavo la scuola media, all’epoca in cui esisteva - udite, udite! - il latino come disciplina curricolare opzionale: l’alternativa nella mia scuola era tra due ore di latino settimanali e un’ora di educazione tecnica + un’ora di musica.
L’ora di musica si prospettava molto interessante, perché l’insegnante aveva promesso di insegnarmi a suonare la chitarra, ma per iscriversi al liceo classico era necessario frequentare latino e sostenere l’esame scritto alla fine della classe terza.
Naturalmente ciascuna di queste discipline aveva anche una sua valutazione sulla pagella. C’era quindi una costruzione logica nel percorso previsto.
Di quel tempo antico ho conservato il libro di testo, intitolato “Tiberinae voces”, la cui introduzione recitava: “Attenti e sensibili agli orientamenti della moderna scuola media, e, al tempo stesso, rispettosi di un’esperienza convalidata da una gloriosa tradizione, alla quale nessun insegnante, posto di fronte alla realtà didattica, potrebbe sottrarsi, abbiamo voluto stare, come suol dirsi, tra l’antico e il nuovo” e continuava “lungi dall’aduggiare gli allievi con aridi schemi grammaticali o mortificanti elenchi di vocaboli, abbiamo ritenuto opportuno presentare, nella prima sezione del volume, letture latine contenenti vocaboli affini ai corrispondenti italiani: l’alunno sarà così gioiosamente sorpreso di orientarsi subito al primo incontro con la lingua dei nostri lontani progenitori, e la sorpresa sarà motivo di incoraggiamento a procedere”.
Gli autori si ponevano, pur con un eloquio che oggi appare arcaico e un po’ buffo, un problema non irrilevante, che non mi pare sia stato oggetto di particolare attenzione nelle Indicazioni 2025, cioè la considerazione del fatto che i tempi erano cambiati e lo studio del latino sarebbe potuto apparire astruso e poco interessante (nel 1974!).
Sorgono spontanee alcune riflessioni.
Già negli anni Settanta del secolo scorso gli educatori avevano la consapevolezza della distanza degli studenti dalla lingua latina, oggi ci troviamo in una situazione in cui anche i docenti della scuola media spesso non conoscono il latino (quantomeno non sufficientemente per poterlo insegnare, anche se le competenze richieste ai docenti non risultano in realtà chiare né nelle Indicazioni, né nella nota successiva), mentre sempre più famiglie non ritengono utile la scelta del latino neppure all’atto dell’iscrizione nella scuola secondaria di secondo grado: la prima coordinata per l’introduzione del LEL dovrà essere dunque una riflessione seria ed approfondita, all’interno dei Collegi e dei dipartimenti, sugli obiettivi e sul valore del nuovo insegnamento.
Può essere sufficiente cercare la motivazione della reintroduzione del latino nel fatto che esso “mostra la sua utilità contribuendo alla qualità linguistica dell’espressione degli studenti, ma anche alla migliore comprensione di concetti e idee che fanno ormai parte dell’immaginario europeo e, più latamente, globale” come sottolineano le Indicazioni?
Ancora: dagli anni Settanta ad oggi è profondamente mutato il panorama linguistico; all’epoca molti italiani in famiglia si esprimevano in dialetto e imparavano a scuola e grazie alla televisione un italiano standard e i rudimenti di una lingua straniera, che si studiava con il metodo grammaticale classico (rari i laboratori linguistici nelle scuole medie dell’epoca); oggi spesso nelle nostre classi l’italiano è la lingua “franca” veicolare che mette in relazione studenti di madrelingue diversificate, anche non neolatine, mentre l’apprendimento della lingua inglese viene promosso a livello approfondito, con un’enfasi sullo speaking, e tende a diventare la prima lingua negli scambi digitali, nei corsi universitari, nel mondo del lavoro.
Dobbiamo aspettarci quindi competenze linguistiche di base e strutture linguistiche già acquisite che sono profondamente differenti rispetto ai tempi passati e tutti i docenti di lingue sanno bene che le lingue non si insegnano imprimendo vocaboli e strutture grammaticali nel vuoto, ma che è invece fondamentale tenere presente il sostrato sul quale va ad inserirsi l’apprendimento di una lingua “nuova”. Ma il LEL può essere considerato una nuova lingua da imparare?
Infine: se il Latino è importante per un efficace apprendimento della lingua italiana, come ribadiscono le Indicazioni, in che modo può la scuola offrire a tutti tale insegnamento, soprattutto agli studenti che con la lingua italiana presentano maggiori difficoltà, cioè a coloro che meno probabilmente sceglierebbero l’insegnamento opzionale del latino?
Accanto a queste domande, che possono costituire a mio modesto parere un punto di partenza per una seria riflessione sull’introduzione del LEL, i Collegi Docenti e i dirigenti scolastici sono chiamati a risolvere il problema organizzativo, che schematicamente possiamo rappresentare in questo modo: se un insegnamento è opzionale, o viene proposto in orario curricolare e contemporaneamente viene offerta l’alternativa di un’altra disciplina, oppure viene organizzato in orario extracurricolare, come corso di approfondimento per gruppi elettivi. Tertium non datur.
Poiché la norma prevederebbe l’inserimento in orario curricolare, l’alternativa, come nel caso della religione cattolica, necessita di una programmazione specifica, di un insegnante dedicato (le scuole attualmente possono assumere insegnanti o destinare ore di insegnamento aggiuntive all’alternativa alla religione cattolica), quindi di fondi aggiuntivi, la cui necessità non viene meno neppure sfruttando il suggerimento della dott.ssa Palumbo di costruire convenzioni con le scuole secondarie di secondo grado. Inoltre tutti gli insegnamenti in orario curricolare prevedono una valutazione.
Rebus sic stantibus, cioè carenza di insegnanti specializzati, impossibilità di programmare in orario curricolare un insegnamento alternativo, mancanza di previsione di una valutazione, l’unica strada praticabile appare quella di introdurre nelle ore di lingua italiana anche “cenni di lingua latina” (come si diceva, appunto, negli anni Settanta del secolo scorso), in attesa della prenotazione di un adeguato catering, che ci consenta di evitare di fare sempre le nozze con i fichi secchi. Salve atque vale.