Home - la rivista - scuola e cittadinanza - LEL: mistero buffo

temi e problemicittadinanza

03/04/2026

LEL: mistero buffo

di Antonio Maiorano

Uno dei punti più controversi delle Nuove Indicazioni nazionali è l’introduzione del LEL (latino per l’educazione linguistica) nelle seconde e terze classi della scuola secondaria di 1° grado a partire già dall’anno scolastico 2026-27 (quando le indicazioni nazionali saranno pienamente vigenti soltanto in prima) e a carattere sperimentale, come previsto dal Decreto 9 dicembre 2025, n. 221 (Regolamento recante Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione).

Si tratta dell’ennesima “operazione nostalgia” promossa dal Ministero per ammiccare ad un’idea di scuola seria e rigorosa (ma in realtà classista e selettiva), malaugaratamente spazzata via (magari!) dalle barbariche orde sinistrorse capitanate da Don Milani, De Mauro e dai loro epigoni?
Il dubbio è legittimo, ma ormai il provvedimento è legge, e quindi le scuole dovranno rapidamente attrezzarsi per mettere in pratica il dettato normativo, non senza notevoli difficoltà pratiche e concettuali, come vedremo, a causa di una complessiva ambiguità e fumosità di fondo che ne caratterizza la proposta.

Fin dalla prima bozza delle Indicazioni il dibattito tra gli specialisti è stato animato, tra chi sosteneva sostanzialmente l’inutilità della LEL ai fini formativi, a fronte ad esempio di un ammodernamento della didattica dell’Italiano, questa sì da fondare su basi più solidamente linguistiche piuttosto che formali-grammaticali, e la scarsa formazione in merito dei docenti della secondaria di 1° grado, come il prof. Marco Ricucci, autore di un articolo critico sul Corriere della Sera e chi, invece, come il prof. Andrea Balbo, coordinatore della relativa sottocommissione, sulle pagine dello stesso Corriere ne difendeva le ragioni in nome della tradizione culturale e della maggior comprensione della lingua italiana, della sua storia e dei suoi meccanismi che potrebbe derivare da una conoscenza sia pur superficiale del Latino.

Al di là dei diversi punti di vista sulle finalità più generali, ciò che colpisce, alla lettura del testo delle Indicazioni, è la vaghezza delle linee programmatiche proposte.
Le premesse roboanti e autoesaltatorie del documento sintetizzano i luoghi comuni del classicismo più tradizionale, proiettandoli in una realtà al di là dello spazio e del tempo: “La conoscenza della lingua latina abitua alla logica e al ragionamento e insegna a meglio conoscere le fondamenta grammaticali della lingua italiana, così come il significato delle sue parole. Inoltre, avvicina alla comprensione dei valori di una civiltà universale […] allo scopo di collegare il mondo che si è espresso in latino con l’esperienza degli studenti e con la realtà contemporanea, instaurando una virtuosa dinamica di acquisizione del passato, comprensione del presente e confronto con le sue istanze, preparazione per il futuro […]; ne va riconosciuto il ruolo svolto nello sviluppo della tradizione europea […] e va individuato nella cultura antica un possibile e vantaggioso punto di partenza per il confronto con altre tradizioni, lingue e culture”, ma poi le competenze e gli obiettivi attesi si rivelano piuttosto poveri e generici, come del resto si addice ad una disciplina cui sarà dedicata in media un’ora settimanale per due anni (quindi, se tutto va bene, 66 ore curricolari complessivmente): il confronto lessicale, la comprensione di elementi morfosintattici nella frase semplice, ma anche il riconoscimento del sistema e dell’articolazione dei casi (limitandosi, chissà perché, alla 1ª e 2ª declinazione, forse per favorirne la cantilenante memorizzazione e non turbare le giovani menti degli studenti con i misteri della 3ª declinazione o addirittura le vette esoteriche della 4ª e della 5ª), con il risultato probabilmente di sdoganare, se non incentivare la tradizionale didattica grammaticale, così cara a tanti docenti.
Il rischio, oltre all’indeterminatezza didattica, è quello di fare della LEL, che sarà inteso probabilmente dai più nella pratica scolastica come Latino tout court, un elemento di preselezione classista nella formazione delle classi e una cartina di tornasole volta a discriminare gli studenti di serie A da quelli di serie B, anche se c’è da dire che l’appeal delle lingue classiche nell’opinione pubblica è drasticamente in calo, come dimostrano i numeri delle iscrizioni al Liceo Classico e al Liceo Scientifico, se confrontate con quelle dell’opzione Scienze applicate, che appunto non prevede il Latino.
Dubito, tuttavia, che un simile raffazzonato pastone possa risollevare le sorti dell’interesse per il mondo classico e temo che, dopo magari un fugace momento di interesse e un brivido di nostalgia soprattutto dei nonni benpensanti, anche il LEL possa cadere nel dimenticatoio ed essere sommerso dalla polvere dell’inattualità e dell’inutilità, come un trumeau della bisnonna in un salotto Mondo Convenienza.
Più interessante sarebbe invece un’impostazione contrastiva, che partisse dall’Italiano per recuperare alcune forme latine sul piano del lessico e dell’etimologia, senza tentazioni grammaticali, valorizzandone magari anche la persistenza nei lessici specifici, o invitando gli studenti a riflettere sulla ripresa in inglese di termini latini e sui relativi slittamenti semantici e fonetici (focus, sponsor, forum, museum, plus, bonus, media ecc.), divenuti a loro volta prestiti lessicali in italiano, o ancora sviluppando la riflessione, in un’ottica interdisciplinare, sulle differenze culturali e sociali che caratterizzavano il mondo antico rispetto al nostro, ad esempio in relazione a termini chiave come democrazia, schiavitù, colonia, provincia ecc.
In questo caso davvero il LEL si potrebbe caratterizzare come un momento di riflessione sul mondo classico, e latino in particolare, da destinare a tutti gli studenti, anche e soprattutto a quelli provenienti, direttamente o indirettamente, da altri mondi e altre culture.

A proposito di destinatari, veniamo qui ad un altro punto dolente: quello dell’opzionalità.

L’ultima nota ministeriale di commento alle Indicazioni (Nota 1312 del 12/03/2026 del Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, a firma del Capo dipartimento Carmela Palumbo) sottolinea la necessità, per le scuole, “di avviare le attività di orientamento e di informazione alle famiglie degli alunni dell’opportunità di avvalersi di tale insegnamento e di operare una scelta consapevole”.

Ma che significa opzionale? In generale l’opzionalità si definisce come alternativa, una scelta tra due possibilità. Ma in questo caso quale sarà l’alternativa al LEL? Non è affatto chiara, soprattutto se sarà considerata una disciplina vera e propria, con una sua autonoma valutazione e non come una sorta di appendice dell’Italiano o comunque delle materie letterarie. I documenti ministeriali sembrano propendere, sia pure in modo non del tutto univoco, per la prima ipotesi, ma in questo caso vi saranno studenti che avranno in pagella una disciplina in più degli altri.

Il prof. Balbo, nell’articolo sopra citato, faceva l’esempio della Religione, ma questa non è una disciplina che ha una valutazione confrontabile e cumulabile a quella delle altre e da cui si può essere esonerati, se il LEL invece lo fosse, non si creerebbe una discriminazione tra gli studenti?

Ma neanche le modalità organizzative con cui l’insegnamento sarà attivato nelle scuole risultano di facile decifrazione. La stessa nota del MIM sopra citata fa alcuni esempi, che accrescono la confusione; si citano infatti le ore di approfondimento in materie letterarie, in cui già alcune scuole offrono alcune nozioni di lingua latina, rivolte però all’intera classe, o addirittura l’implementazione di attività extracurricolari in cui potrebbero essere raccolti alunni di più classi, con il paradosso di affrontare una materia curricolare in uno spazio extracurricolare (con docenti pagati dal FIS?).

Anche in questo caso sarebbe difficile assegnare una valutazione ad una disciplina alternativa all’ora di approfondimento, che non prevede valutazione autonoma, o addirittura praticata in orario extracurricolare.
È evidente che il panorama è piuttosto confuso. Ad accrescere la confusione interviene anche la questione dei docenti. Nella nota si parla di docenti in possesso di specifiche competenze. Che significa? Docenti abilitati in Latino? Nella secondaria di 1° grado sono pochi. Docenti che abbiano fatto un esame di Latino? Li dovrà individuare la scuola? Addirittura si prevede che “qualora non siano presenti nell’organico dell’autonomia insegnanti in possesso di specifiche competenze potranno essere stipulate convenzioni con istituti di istruzione secondaria di secondo grado che erogano l’insegnamento del latino”, lasciando intendere che l’insegnamento possa essere riservato soltanto ai docenti abilitati in latino.
Insomma, è evidente che si tratta di un provvedimento di immagine, dalle ricadute limitate, se non dannose in termini di formazione di classi selezionate in modo classista o almeno escludenti alcune tipologie di studenti, e in grado di determinare alle scuole notevoli problemi organizzativi e didattici e non di un serio tentativo di rilanciare l’interesse per le lingue e il mondo classico nelle nuove generazioni e di sostenere la consapevolezza metalinguistica degli studenti, ma quasi del parodistico orecchiamento, anche terminologico, di quella linguistica democratica di cui si fece promotore più di cinquant’anni fa Tullio De Mauro.  

Toccherà dunque ancora una volta alle scuole, appellandosi all’autonomia organizzativa e didattica, trovare un orizzonte di senso in cui applicare il dettato legislativo senza smarrire la bussola della scuola democratica e inclusiva.

Parole chiave: autonomia, indicazioni 2025, LEL

Scrive...

Antonio Maiorano Docente di liceo, ora dirigente scolastico e attuale Presidente del Cidi Napoli.