Adesso basta, non possiamo più aspettare. Dopo le parole del padre di Lorena Isceri, la donna vittima di femminicidio sull’A1, non si può più farlo. Fate qualcosa, chiede quel padre.
Non è più tempo di denunce e appelli, raccolta firme e dichiarazioni.
"Fate qualcosa".
Che cosa possiamo fare noi, gente di scuola?
Tantissimo. Insegnare alle ragazze a credere in se stesse e saper individuare le relazioni tossiche. Lavorare soprattutto con i maschi, fin da piccoli, sui modelli di riferimento, sull’idea di mascolinità e di possesso. Lavorare con il sapere affinché questo non perpetui quest’idea proprietaria dei rapporti uomo-donna [1].
Chiedere il permesso per attuare questa educazione attraverso l’istruzione ? No. È sbagliato, perché lede i diritti degli alunni e delle alunne più deboli, quelli più esposti alla violenza domestica, o anche ad una violenza non fisica, ma culturale, sotterranea, che passa attraverso le parole, il sistema di pseudo-valori. Chi negherà il consenso? I genitori più disorientati e possessivi, vittime anche loro delle pressioni più varie. Praticamente i genitori dei ragazzi più a rischio. È arrivato il momento di dire basta e fare il nostro lavoro, perché il nostro lavoro è una pratica di libertà, come diceva bell hooks.
Non dobbiamo avere paura di disobbedire a una legge ingiusta, e dobbiamo cominciare dalla primissima età, perché lo sappiamo bene che gli stereotipi e i pregiudizi si radicano nell’infanzia e che sono trasmessi dai modelli familiari e affettivi. Ecco perché dobbiamo disobbedire.
I nostri alunni vivono in un clima di violenza diffusa. La scuola non può essere una bolla che fa finta di niente. Il mondo intero è in guerra. Ne dobbiamo parlare senza paura di ispezioni ministeriali o altro. L’angoscia della guerra va affrontata con lo studio e la consapevolezza.
Educazione sessuo-affettiva, razzismo, pace e guerra, emergenze climatiche: il mondo grande e terribile è pieno di rischi e di paure. La scuola deve essere il luogo della conoscenza, solo così si può imparare a leggere il presente, sconfiggere i mostri, vivere una cittadinanza realmente consapevole.
Oggi più di ieri c’è bisogno di insegnanti che si assumano le loro responsabilità, di un mondo adulto che dia esempio di coerenza. Per questa ragione dobbiamo cominciare da noi.
Come rispondere a quel padre? Per prima cosa mettiamo in discussione le nostre scelte: nelle nostre scuole combattiamo gli atteggiamenti maschilisti spesso diffusi (anche dalle persone adulte). Invitiamo i nostri colleghi maschi a mettersi in discussione. Affrontiamo con coerenza e serietà le paure del nostro tempo. E rileggiamo Hannah Arendt per ricordare le nostre responsabilità di fronte alla storia.
Non lasciamoci intimidire. Ogni istituto scolastico è un presidio di democrazia, garante dei diritti costituzionali.
[1] Su questa rivista sono stati pubblicati molti contenuti sul tema della pedagogia di genere. Riportiamo qui il link alla registrazione de recente incontro online "Che genere di scuola vuoi?"; all'interno della pubblicazione si possono raggiungere anche gli altri contributi.