Gent.mo Ministro Valditara,
sono un'insegnante di scienze di una scuola superiore della provincia di Modena e le scrivo in merito all'approvazione della legge che introduce l'obbligo del consenso dei genitori per la partecipazione degli studenti alle attività di educazione sessuoaffettiva nelle scuole secondarie.
Comprendo l'intenzione di rafforzare il dialogo tra scuola e famiglia e di garantire trasparenza sui contenuti proposti agli studenti. Tuttavia, temo che questa norma rischi di produrre effetti opposti a quelli dichiarati, rendendo più difficile l'organizzazione di percorsi educativi che oggi molte scuole realizzano con serietà, competenza e responsabilità.
Le scrivo, infatti, partendo dalla mia esperienza concreta: nella mia scuola l'educazione all'affettività non è affidata all'improvvisazione né a iniziative occasionali. Da anni partecipiamo a progetti realizzati in collaborazione con l'Azienda USL di Modena, progetti che coinvolgono professionisti della salute e della formazione. I docenti dei consigli di classe scelgono di aderire ai progetti suddetti e li presentano ai rappresentanti dei genitori elencando gli obiettivi, i contenuti e le varie figure coinvolte.
Attraverso il modello della peer education alcuni studenti delle classi terze e quarte vengono formati dagli operatori sanitari sui temi delle relazioni, delle emozioni, del consenso, della salute sessuale e della prevenzione della violenza di genere. Successivamente, sempre con il supporto degli adulti, questi studenti promuovono momenti di confronto e riflessione entrando nelle classi seconde e terze.
Questa esperienza mi ha insegnato che l'educazione affettiva non riguarda semplicemente la sessualità. Riguarda anzitutto il rispetto reciproco, la consapevolezza delle proprie emozioni, la capacità di costruire relazioni sane, il riconoscimento dei comportamenti violenti o discriminatori, la comprensione del significato del consenso. Sono competenze che aiutano i giovani a crescere come persone e come cittadini.
Comprendo che alla base della nuova legge vi sia l'idea che l'educazione affettiva e sessuale appartenga anzitutto alla sfera familiare. In linea di principio, è difficile non essere d'accordo: i genitori rappresentano il primo e più importante punto di riferimento educativo per i propri figli.
La realtà, tuttavia, è spesso più complessa. Non tutte le famiglie riescono ad affrontare con serenità questi temi. L'imbarazzo, la mancanza di tempo, le difficoltà comunicative o l'assenza di strumenti adeguati fanno sì che molti ragazzi e ragazze non trovino in casa le risposte alle proprie domande. Le ricerche più recenti mostrano che, quando cercano informazioni sulla sessualità e sulle relazioni, gli adolescenti si rivolgono molto spesso a internet e agli amici prima ancora che agli adulti di riferimento. Per molti di loro la rete rappresenta la principale fonte di informazione. Del resto, è sempre stato così: una volta c’era la pornografia stampata, il ricorso alla prostituzione come consulenza sessuale, oggi c’è la rete…
Quando questo dialogo manca, gli adolescenti cercano comunque delle risposte. Internet offre certamente opportunità straordinarie di conoscenza, ma espone anche a contenuti fuorvianti, fake news, stereotipi, pornografia presentata come modello di relazione e rappresentazioni distorte dell'affettività e del consenso. In un'età in cui si costruiscono la propria identità e la propria visione delle relazioni, affidarsi esclusivamente a ciò che si trova on line può comportare rischi significativi.
Per questo ritengo che la scuola non debba sostituirsi alle famiglie, ma affiancarle. Il suo compito è offrire a tutti gli studenti, indipendentemente dal contesto familiare di provenienza, l'opportunità di confrontarsi con adulti competenti e adeguatamente formati: insegnanti, psicologi e medici in grado di fornire informazioni corrette, scientificamente fondate e spazi di dialogo sicuri. L'obiettivo non è sottrarre ai genitori il loro ruolo educativo, ma garantire che nessun ragazzo e nessuna ragazza siano costretti ad affidarsi esclusivamente a riferimenti inattendibili o, peggio, fuorvianti per comprendere aspetti così importanti della propria crescita.
Per questo motivo fatico a comprendere la necessità di introdurre ulteriori ostacoli burocratici. Le scuole e i docenti sono già gravati da numerosi adempimenti amministrativi. Raccogliere autorizzazioni, verificare le adesioni, gestire le esclusioni e organizzare attività alternative per gli studenti che non partecipano… tutto ciò richiederà tempo, energie e risorse aggiuntive.
È proprio quest'ultimo aspetto a preoccuparmi particolarmente. Se ogni progetto di educazione affettiva dovrà essere accompagnato da percorsi alternativi per gli studenti che non ricevono l'autorizzazione, molte scuole potrebbero essere scoraggiate dal proporre tali iniziative. Non perché ne mettano in dubbio il valore educativo, ma perché la loro organizzazione diventerà più complessa e onerosa. Il rischio è che percorsi utili e consolidati vengano progressivamente ridotti o abbandonati per ragioni organizzative.
C'è inoltre una questione che da tempo mi pongo. Quando si parla di educazione e di scuola, mi chiedo quanto venga ascoltata la voce di chi vive quotidianamente le classi: insegnanti, dirigenti scolastici e professionisti che lavorano a contatto con gli studenti. Naturalmente le leggi spettano al Parlamento e al Governo. Tuttavia, credo che le decisioni pubbliche siano migliori quando nascono dall'ascolto delle competenze: quando si parla di educazione sarebbe auspicabile che il contributo di chi opera nella scuola avesse un ruolo centrale. Ho l'impressione che negli ultimi anni, di fronte a ogni problema, la risposta sia spesso l'introduzione di nuove procedure, nuovi controlli e nuovi adempimenti. Più raramente si sceglie di investire sulla professionalità e sulla responsabilità di chi lavora nelle istituzioni scolastiche.
Eppure la scuola ha bisogno soprattutto di fiducia. Fiducia nei docenti che ogni giorno accompagnano gli studenti nel loro percorso di crescita. Fiducia nei professionisti della salute che collaborano con le scuole. Fiducia nella capacità delle comunità educative di affrontare temi complessi con equilibrio, competenza e senso di responsabilità.
L'educazione affettiva non è una questione ideologica. È una questione educativa e, in parte, anche di salute pubblica. Riguarda il benessere dei ragazzi e delle ragazze, la prevenzione della violenza, il rispetto delle differenze, la costruzione di relazioni sane e consapevoli e la capacità di orientarsi criticamente tra le informazioni che ogni giorno ricevono attraverso la navigazione in rete.
Per questo credo che la scuola debba essere sostenuta nel suo lavoro, non appesantita da procedure che rischiano di renderlo più difficile o addirittura di cancellare tutto ciò che di buono è stato fatto finora. Perché formare cittadini consapevoli significa anche offrire loro gli strumenti per comprendere sé stessi, rispettare gli altri e costruire relazioni fondate sulla libertà, sulla responsabilità e sul rispetto reciproco.
Cordialmente,
Giovanna Fontana