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didattica

10/04/2026

Il cervo è rotto, il riccio dell’ippocastano è viola e il pensiero effettivo di John Dewey

di Paola Conti

L. è un bambino buono. Ha tre anni e sa che deve venire a scuola anche se non ci vorrebbe venire. Ha pianto un po’ all’inizio, ma senza convinzione e poi si è arreso. Non che stia male a scuola ma ci sta per troppo tempo (è uno degli ultimi a prendere il pulmino) e i suoi occhi stanchi dicono di più dei suoi: “Chi mi viene a prendere stasera?” Nonostante questo, L. ha trovato un suo modo di stare a scuola e, sempre a suo modo, è entrato nella vita della sezione e delle attività che vi si svolgono. Durante le attività che abbiamo proposto nell’ambito del percorso di educazione linguistica volte alla costruzione di una storia del bosco, L. non ha mai mostrato particolare interesse. D’altronde è anche normale: ha tre anni e si tratta di richieste molto complesse. Tuttavia, com’è nel suo modo di essere, non si è mai rifiutato di partecipare e ha sempre fornito risposte adeguate alle domande delle maestre. Quando si è trattato di verbalizzare cosa c’era nel bosco di giorno, L., diligentemente, ha raccontato degli alberi e degli animali e quando è arrivato al cervo ha detto: “il cervo è rotto”. E ha ragione! Il cervo è rotto. Quelle “pasticcione” delle sue maestre (io e la mia collega), lo hanno incollato male. Lo hanno tagliato a metà, hanno tolto un pezzo del corpo e hanno incollato le due parti (quella anteriore e quella posteriore) ai due lati dell’albero, a significare che il cervo fosse dietro l’albero.

Alcuni bambini chiedono perché il cervo è messo così, in quella posizione diversa dagli altri animali che si vedono per intero e la maestra risponde che è dietro l’albero: loro accettano la spiegazione, si accontentano. Ma  quante cose ci sono dentro quella “banale” risposta; quante cose tutte insieme? Me ne rendo conto adesso che le sto scrivendo. Quanti concetti, quante cose date per scontate. L. vede che la testa del cervo è staccata non solo dal resto del suo corpo, ma anche dalla corteccia dell’albero e conclude (giustamente) che il cervo è rotto.

A. è la bambina che tutte le maestre vorrebbero avere. Sembra uno spiritello nordico; si nutre prevalentemente di semi. La madre produce documentari per la televisione; il padre è un artista di fama internazionale. A. ha quattro anni; è una bambina riservata, gentile, con lunghe dita sottili, che cammina per il mondo con passo leggero. Un giorno, mentre siamo in giardino, raccoglie un riccio di una castagna di ippocastano e dice: “Il riccio è viola”. La sua maestra (che ero io) è troppo occupata a controllare che L. non si avvicini troppo a E. e che gli altri 24 bambini siano tranquilli e risponde distrattamente: “No A., il riccio è marrone. Forse dentro è un po’ più chiaro”. A. non si scompone e con pazienza mostra il riccio alla sua disattenta insegnante: “No maestra, è viola, guarda”. Io abbandono la mia postazione di vedetta, addetta alla sorveglianza e mi avvicino ad A. per “insegnarle” che i ricci sono marroni. E invece mi tocca constatare che forse gli altri ricci sono marroni, ma non quel ricco: quello ha delle chiare sfumature viola.

Su 27 bambini, 26 non hanno notato l’anomalia del cervo o forse non gli hanno dato importanza. L. invece se n’è accorto. Come A, si è accorta delle sfumature viola nel suo riccio. E la maestra? Era così occupata a combattere gli stereotipi, a “insegnare” il pensiero divergente (a vigilare sull’integrità del gruppo) che non si è accorta (lei no) di quanto il pensiero dei bambini sia già effettivo; di quanto basterebbe ascoltarli per poterlo coltivare.

La” maestrite”, come tutte le parole che terinano in “ite” è un’infiammazione quasi sempre cronica. A scuola si manifesta con quell’attitudine all’insegnamento sbagliato, con quell’atteggiamento per cui “io so quello che voi dovreste sapere”. Una volta ho sentito dire al Prof. Antonio Moro che “un bambino di 4 anni non è la metà di uno di 8”. I bambini non vedono e non ragionano come gli adulti. Per secoli ce lo hanno ripetuto gli psicologi e quei secoli sembrano passati invano. Bisogna ascoltare i bambini e cercare di comprendere i loro modi di vedere il mondo; bisogna intercettare le loro modalità di pensiero considerandole sempre come tali e non come anomalie che poi diventano disturbi, che poi si trasformano in difficoltà.

I contrari vogliono

fondersi e non deve essere

permesso. Sono loro con cui tu

vedi.

(Quello che ricordo mi raccontavano gli scrittori quando ero giovane. William Meredith)

La natura (la realtà, in generale) è fatta di sfumature, di dettagli. Saperli cogliere significa essere capaci di leggere il mondo. Poi verranno i ragionamenti, che pure sono necessari: perché il cervo è rotto, perché l’abbiamo messo così, i ricci sono tutti viola, di quanti colori possono essere? Ci vogliono maestre brave. E tempo. E un numero adeguato di bambini.

Che bel lavoro sarebbe, se solo ce lo facessero fare!

Scrive...

Paola Conti Insegnante di scuola dell'infanzia. Fa parte del gruppo di ricerca e sperimentazione del CIDI di Firenze con il quale svolge attività di formazione sui temi dell'educazione scientifica e della progettazione didattica.