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29/03/2026

Habermas: ragione e linguaggio in difesa della democrazia

di Annalisa Marcantonio

Jürgen Habermas, venuto a mancare il 14 marzo 2026, è stato un intellettuale capace di segnare il proprio momento storico, esercitando un’influenza significativa su una generazione che ha operato sia nelle istituzioni culturali e sia nei media, in vari modi e con più ruoli. Quando scompaiono figure come queste che, nella loro lunga vita, hanno svolto la funzione di grandi maestri, si prova spesso un senso di spaesamento e spesso, riportando alla mente il loro pensiero, viene naturale considerarne la ricaduta nella realtà attuale. Habermas, nato a Düsseldorf il 18 giugno 1929, ha partecipato ad una delle esperienze culturali più significative del XX secolo, essendo uno dei membri più significativi della “Scuola di Francoforte” e avendo ricoperto per vari anni il ruolo di assistente di Theodor Adorno. L’indirizzo multidisciplinare della Scuola francofortese, con i suoi continui rimandi all’illuminismo e al marxismo, è stato mantenuto e approfondito in tutto il percorso culturale dell’Autore, la cui attività scientifica si è svolta in alcune delle più prestigiose istituzioni culturali tedesche. Lo dimostra la sua produzione, articolata in più fasi, indirizzata in vari campi, dalla filosofia all’epistemologia, alla sociologia e alla politica.
Il carattere dinamico e critico della sua ricerca ne fa uno dei testimoni più attendibili e acuti dei mutamenti culturali che, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, hanno riguardato le società modernizzate che si avviavano verso la globalizzazione.
In primo luogo, l’attenzione di Habermas si è concentrata sulla sfera pubblica,
dimensione della vita sociale in cui vengono discusse questioni di interesse collettivo. Habermas si domanda se sia possibile che, al suo interno, l’intesa comunicativa possa avvenire attraverso il metodo dell’argomentazione razionale. Se “Teoria e critica dell’opinione pubblica” (1962) è l’opera in cui egli mette a frutto il suo legame con la scuola di Francoforte e pone le basi per la sua originale prospettiva [1]“Teoria dell’agire comunicativo” (1981) rappresenta l’opera in cui l’Autore sviluppa l’aspetto forse più innovativo della sua ricerca, cioè la sua filosofia della comunicazione. Egli formula il concetto di comunità linguistica come luogo in cui la coscienza si va strutturando in una dimensione intersoggettiva. È da notare che il linguaggio non viene qui inteso solo nella dimensione semantica o sintattica, ma proprio nel suo rapporto con le forma della vita, in funzione della comunicazione interpersonale. Perché la comunicazione raggiunga la sua finalità riflessiva e relazionale devono essere osservate tuttavia alcune condizioni, senza le quali è impossibile partecipare all’argomentazione razionale condivisa. Nella teoria di Habermas si viene così a configurare quell’etica del discorso che rappresenta il modello contrattuale (in quanto situazione discorsiva ideale) per la costruzione una società giusta. Una prospettiva in cui traspaiono le basi filosofiche della Scuola di Francoforte, ma che aggiunge aspetti innovativi.

L’Autore, che nella sua lunga vita ha potuto attraversare tutto il Novecento fino ai nostri giorni, ha mantenuto sempre una fiducia incrollabile nella modernità, arrivando alla fine ad analizzare quella che viene definita “postmodernità”. Habermas coglie lucidamente la distanza tra le due prospettive storico-culturali, cercando di interpretarle criticamente. Mantenendo un costante rifiuto della metafisica tradizionale, nello stesso tempo non può fare a meno di rilevare, all’interno nei suoi scritti politici, il disincanto post-metafisico che sta attraversando le società secolarizzate. Per superare le conseguenze disumanizzanti di questa prospettiva, viene formulata l’affascinante teoria dell’universalismo sensibile alle differenze, che Habermas condivide con il grande sociologo Charles Taylor: la valorizzazione delle differenze socio-culturali, mantenendo inalterato il paradigma democratico e pluralista, deve sempre accompagnarsi a pratiche ispirate a criteri di tipo transculturale [2].

Coerente con questa convinzione, Habermas, nell’ultima fase della sua produzione filosofica, arrivò lucidamente ad individuare, nell’ambito della società definita post-secolare, nuove sfide da intraprendere riguardo al rapporto tra credenti e non credenti. Una posizione che potremmo definire di compromesso, ma che tende a rendere meno ardua e più costruttiva la convivenza tra culture. Arriverà così a sostenere ("Tra scienza e fede", 2005):

Nella società post-secolare si va affermando l’idea che la modernizzazione della coscienza pubblica coglie e modifica riflessivamente, come per un’inversione di fase, mentalità sia religiose, sia laiche .

Aderendo così alle linee guida del percorso culturale di Habermas, dobbiamo anche noi arrivare alla stessa conclusione.
Se davvero ci interessa continuare a percorrere il difficile e complesso cammino verso una società giusta e democratica, in cui sia ancora possibile un dialogo fondato sull’argomentazione razionale, è imprescindibile una maggiore comprensione delle ragioni dell’Altro. Habermas, come è stato sottolineato, si conferma così come l’ultimo grande difensore del progetto europeo.
Una buona ragione per continuare a mantenere vivo il suo pensiero.

Note

[1] In un recentissimo articolo Michele Prospero mette a fuoco come già in quella prima opera, J. Habermas avesse evidenziato i segnali della svolta neoliberista in economia. 

[2] J.Habermas, C.Taylor, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento. 1998.

 

Scrive...

Annalisa Marcantonio Ha insegnato Filosofia e Storia nei Licei; fa parte del direttivo del CIDI di Pescara e partecipa alle iniziative di formazione della Società Filosofica Italiana (SFI), sezione di Francavilla al Mare; redattrice di "insegnare".

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