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c'era per noidopo scuola

03/01/2026

Libri e lettori oggi e domani tra fragilità e resilienza: ripensare la lettura in un tempo di trasformazioni

di Lorella Villa

Se c’è un’impressione che accompagna sempre più spesso il dibattito sulla lettura, è quella di trovarsi davanti a dati che sembrano dire tutto e, allo stesso tempo, spiegare sempre meno. È da questa sensazione che ha preso avvio l’incontro online del 16 dicembre scorso coordinato dall’editore Giuseppe Laterza dal titolo Libri e lettori oggi e domani tra fragilità e resilienza, un confronto che ha messo al centro non solo i numeri, ma soprattutto le categorie con cui continuiamo a osservare il fenomeno della lettura. Hanno risposto al pungolo di Giuseppe Laterza Chiara Faggiolani (autrice di “Libri insieme. Viaggio nelle nuove comunità della conoscenza” e presidente del Forum del libro), Gianni Peresson (responsabile dell’Ufficio Studi AIE) e Giovanni Solimine (presidente della Fondazione Bellonci-Premio Strega) e molti altri esperti che a vario titolo conoscono e lavorano nel mondo dell’editoria e della cultura. L’occasione del confronto: la recente pubblicazione del Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2025, a cura dell’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori.
Parlare oggi di libri e di lettura significa muoversi su un terreno complesso, attraversato da narrazioni spesso contrapposte: da un lato l’allarme per il calo dell’attenzione, per la concorrenza dei dispositivi digitali, per la frammentazione del tempo; dall’altro la constatazione che il libro, pur trasformandosi, continua a occupare uno spazio significativo nella vita culturale del Paese. È dentro questa tensione che si è collocato l’incontro: un dialogo che ha offerto spunti preziosi soprattutto per chi, nella scuola, lavora quotidianamente come mediatore di lettura.

Ad aprire la riflessione è stato Giuseppe Laterza, che ha invitato fin da subito a diffidare delle letture semplicistiche dello “stato di crisi” del libro. La parola crisi, ha sottolineato, rischia di diventare un’etichetta generica se non viene messa in relazione con ciò che è accaduto in altri settori della comunicazione. Il confronto con la stampa quotidiana è, in questo senso, illuminante: se negli anni Ottanta si vendevano milioni di copie di giornali al giorno, oggi quei numeri si sono ridotti a una frazione minima. Il libro, invece, pur senza crescite eclatanti, ha mostrato una capacità di resistenza ben maggiore. Questo non significa negare le difficoltà, ma riconoscere che siamo di fronte a un campo vivo, attraversato da trasformazioni profonde che richiedono analisi attente, non giudizi affrettati. 
È proprio in questa prospettiva che si colloca il contributo di Giovanni Peresson, responsabile dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori, chiamato a restituire una fotografia aggiornata del sistema editoriale. Una fotografia che sorprende innanzitutto per la sua complessità. Quando parliamo di libri, tendiamo infatti a pensare quasi esclusivamente alla narrativa per adulti, dimenticando che l’editoria comprende settori fondamentali come quello scolastico, universitario e professionale, oggi sempre più intrecciati con contenuti digitali e destinati a essere profondamente trasformati dall’intelligenza artificiale.

Nel suo complesso, l’editoria libraria rappresenta una parte consistente del sistema culturale italiano e, in termini di copie vendute, ha conosciuto negli ultimi quindici anni una crescita significativa: dalle poco più di novanta milioni del 2008 si è arrivati a superare stabilmente i cento milioni di copie annue. Negli ultimi anni questo dato si è stabilizzato, segnando una sorta di plateau che, in un contesto di contrazione generale dei consumi, appare tutt’altro che trascurabile. Per chi insegna, tuttavia, il dato più rilevante riguarda il settore bambini e ragazzi. Nonostante la denatalità, le vendite di libri destinati agli under 14 sono cresciute in modo consistente rispetto al periodo pre-pandemico. Questo significa che ai bambini e agli adolescenti continuano a essere regalati e proposti libri, spesso per iniziativa degli adulti. È un segnale importante, che chiama in causa direttamente la scuola: la presenza del libro nella vita dei più giovani non è scontata, ma è il risultato di scelte educative, di mediazioni, di contesti che rendono possibile l’incontro con la lettura. Accanto a questi segnali di vitalità, Peresson non ha nascosto le fragilità che caratterizzano i comportamenti di lettura. Il numero complessivo dei lettori resta significativo, ma è segnato da una forte discontinuità: molti leggono poco, in modo occasionale. Persistono differenze territoriali marcate e lo storico divario di genere che vede le donne leggere più degli uomini che si è approfondito ancora di più. Il tempo medio dedicato alla lettura, inoltre, è ridotto e spesso frammentato, schiacciato dalla pervasività della connessione digitale.
È proprio su questo terreno che si inserisce la riflessione di Giovanni Solimine, che invita a leggere i dati non solo in chiave quantitativa ma culturale. Alcuni segnali, apparentemente ambivalenti, possono essere interpretati anche come indizi di trasformazione positiva. Il fatto, ad esempio, che una larga parte degli acquisti si orienti verso libri di catalogo suggerisce che il libro continui a essere percepito come un oggetto capace di durare nel tempo, uno strumento a cui tornare per approfondire, comprendere, costruire senso. In un ecosistema dominato dall’immediatezza, questa caratteristica assume un valore educativo particolarmente rilevante.
Anche il tema del tempo dedicato alla lettura può essere riletto in modo meno lineare. La riduzione dei tempi non significa necessariamente un disinteresse, ma può indicare che la lettura si è integrata nella quotidianità frammentata, convivendo con altre attività. In questo scenario, forme come i podcast e gli audiolibri non vanno viste come concorrenti del libro, ma come possibili alleati. Molti lettori arrivano ai testi scritti proprio attraverso questi canali, che recuperano una dimensione di approfondimento e di qualità del discorso.
Un altro aspetto particolarmente significativo, soprattutto per chi lavora con adolescenti, riguarda il cambiamento dell’autopercezione dei lettori. Generi un tempo considerati “minori”, come il fumetto o la narrativa di genere, oggi sono pienamente riconosciuti come pratiche di lettura legittime. Questo allargamento del campo contribuisce a includere nuovi lettori, a rompere l’idea elitaria del libro e a costruire percorsi di avvicinamento alla lettura più aderenti alle esperienze reali dei giovani.

Fragilità e resilienza, dunque, non sono categorie opposte ma intrecciate. La lettura è fragile perché esposta a disuguaglianze, a discontinuità, alla competizione di altri linguaggi; ma è anche resiliente perché capace di adattarsi, di cambiare forma, di trovare nuove strade per entrare nella vita delle persone. Per la scuola, questo significa assumere un ruolo ancora più centrale: non limitarsi a trasmettere contenuti, ma costruire contesti, occasioni, comunità di lettori. In un tempo di trasformazioni rapide, promuovere la lettura non significa difendere il passato, ma accompagnare il presente, aiutando bambini e ragazzi a scoprire nel libro uno spazio di libertà, di profondità e di immaginazione. È qui che la resilienza del libro incontra la responsabilità educativa degli insegnanti.
Come è emerso con forza anche in altri contesti di riflessione, come il recente Passaparola del Forum del Libro, forse non siamo di fronte a una vera e propria crisi della lettura, ma piuttosto a una crisi degli strumenti interpretativi che utilizziamo per descriverla. Il Rapporto AIE lo afferma con chiarezza: la lettura non è scomparsa né semplicemente diminuita, ma si è trasformata. È diventata più ibrida, più distribuita, più relazionale. Continuare a misurarla quasi esclusivamente attraverso il numero di libri letti o la percentuale di lettori rischia di farci perdere di vista ciò che sta realmente accadendo.

Per molto tempo abbiamo immaginato il mondo della lettura come una piramide rovesciata: una vasta base di non lettori, poi i lettori deboli, medi, forti. Una rappresentazione che ha avuto una sua utilità, ma che oggi appare insufficiente. È come usare una mappa vecchia per orientarsi in una città che nel frattempo è cambiata: le strade sembrano le stesse, ma i quartieri si sono spostati. I numeri restituiscono una continuità apparente – percentuali simili a distanza di vent’anni – ma raccontano pochissimo delle trasformazioni profonde che hanno investito i comportamenti di lettura. In questa prospettiva, il Rapporto AIE offre una delle sue indicazioni più preziose quando sposta l’attenzione dal quanto si legge al come. Non è più sufficiente chiedersi chi legge e quanti libri legge, ma per quanto tempo, con quale frequenza, in quali momenti della giornata, attraverso quali canali. Soprattutto, diventa centrale il tema della postura dell’attenzione: la relazione tra tempo, attenzione e profondità della lettura. È qui che la lettura sta cambiando davvero. Il tempo dedicato alla lettura, infatti, non solo si è leggermente ridotto, ma soprattutto si è frammentato. La lettura vive sempre più spesso in micronicchie temporali, in spazi interstiziali: pochi minuti alla volta, ritagliati tra un’attività e l’altra. Il libro resiste, ma come detto si combina con altro, entra in un ecosistema narrativo più ampio.
Accanto a queste trasformazioni, emergono però segnali di forte vitalità che meritano attenzione. La diffusione dei gruppi di lettura, ad esempio, racconta una dimensione spesso sottovalutata: la lettura come pratica comunitaria. Le ricerche e le esperienze sul campo mostrano come leggere insieme diventi una forma di resistenza alla frammentazione dell’attenzione, un modo per ricostruire routine di lettura più distese e profonde. Non si tratta solo di leggere, ma di creare uno spazio prima e dopo la lettura, di condividere, discutere, riconoscersi. In questo senso, la lettura ha smesso da tempo di essere un’esperienza puramente individuale e solo culturale. È sempre più chiaramente anche un’esperienza relazionale, formativa, legata al benessere. Le indagini sul rapporto tra lettura e felicità, condotte negli ultimi anni, mostrano una correlazione costante: i lettori dichiarano livelli di benessere più alti rispetto ai non lettori, indipendentemente da reddito o status sociale. La lettura sembra agire come una pratica capace di rafforzare l’empatia, sia cognitiva – la capacità di mettersi nei panni degli altri – sia affettiva.
Un dato particolarmente interessante, anche dal punto di vista educativo, riguarda il ruolo degli adulti di riferimento. Le ricerche suggeriscono che è più facile che un giovane diventi lettore quando genitori e insegnanti sottolineano l’importanza della lettura, più che quando semplicemente danno l’esempio. È un elemento che chiama in causa direttamente la scuola: il valore simbolico attribuito al leggere, il modo in cui se ne parla, il tempo che gli si riconosce, contano almeno quanto le pratiche concrete.
Non mancano, tuttavia, segnali preoccupanti. La frammentazione dell’attenzione, accentuata dalla presenza costante dello smartphone, incide in modo significativo soprattutto sulle generazioni più giovani. Le interruzioni continue della lettura, anche di testi brevi indicano una fatica crescente nel sostenere una lettura profonda. Sul versante universitario, il ricorso sempre più diffuso a sintesi – oggi spesso generate dall’intelligenza artificiale – apre interrogativi nuovi. Se una parte consistente degli studenti utilizza strumenti automatici per “leggere” i testi al posto loro, siamo di fronte a una trasformazione radicale delle pratiche di studio e di lettura, che interpella direttamente scuola e università. Non si tratta solo di produzione editoriale, ma di un cambiamento che riguarda il modo stesso in cui si entra in relazione con i testi.
Tutto questo si inserisce in un clima culturale più ampio, segnato da una crescente insofferenza verso la complessità e, talvolta, verso il sapere stesso. La lettura rischia di essere percepita come una barriera, più che come una risorsa. Da qui l’esigenza, più volte richiamata nel corso dell’incontro, di un’autocritica condivisa: autori, editori, scuole, università, biblioteche sono chiamati a interrogarsi su come rendere la cultura accessibile senza impoverirla, su come parlare di cose complesse con linguaggi inclusivi. Per la scuola, la sfida è particolarmente delicata. I dati mostrano che i bambini leggono, grazie anche a progetti di lungo periodo come Nati per leggere. Ma esiste una fascia critica, tra la preadolescenza e l’età adulta, in cui molti lettori si perdono. È lì che si apre quello che è stato definito un vero e proprio “buco nero” della lettura, soprattutto tra i maschi. Accompagnare la lettura in questa fase, senza interrompere bruscamente il percorso, appare oggi una delle priorità educative. 
Eppure, se si chiede ai lettori perché leggono, la risposta è sorprendentemente semplice: perché piace. Per passione, per stare bene, per occupare il tempo in modo felice. È da questa motivazione primaria che forse occorre ripartire. Non tanto difendendo il libro come simbolo del passato, quanto riconoscendone la straordinaria capacità di adattamento. In un mondo attraversato da trasformazioni rapide e spesso destabilizzanti, il libro resta uno degli strumenti più potenti per allenare l’attenzione, l’empatia e il pensiero complesso. Non è poco. Ed è una responsabilità che la scuola non può delegare.

Scrive...

Lorella Villa insegna italiano e storia negli Istituti tecnici e professionali. È dal 2022 presidente del CIDI di Cagliari.

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