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21/01/2026

Sicurezza, decreti, criminalità giovanile: quali idee dietro i provvedimenti del governo?

di Mariella Ficocelli Varracchio

La tragica questione della violenza nelle scuole, con riferimento ai fatti di La Spezia, ci impone di proseguire la riflessione sulle risposte già adottate e o in procinto di essere adottate dal governo e sul modello securitario, ritenuto unica e risolutiva risposta  al disagio giovanile.

L’episodio nell’ Istituto professionale spezino, scuola multietnica popolata da circa  500 studenti, si è compiuto alle 11,00 del 16 Gennaio 2026, al secondo piano, durante il cambio dell’ora: uno studente è stato aggredito da un coetaneo, colpito con un coltello da cucina e portato in fin vita all’ospedale, dove poi è morto. Dell’aggressore si dice già coinvolto precedentemente in episodi violenti e descritto dalla stampa come soggetto instabile, irascibile e litigioso.

A poco più di ventiquattro ore dall’episodio di La Spezia, le cronache riportano un avvenimento simile: a Sora, in provincia di Frosinone, in un liceo artistico, altra aggressione con lama davanti ad una scuola: la  vittima è uno studente ricoverato in ospedale con  una  prognosi di 10 giorni; sembra che non conoscesse  l’aggressore che lo ha colpito di striscio con un coltello.

L’opinione pubblica reagisce con allarme a questi fatti; l’attenzione è rivolta ai  dati statistici con un focus preoccupante  sull’andamento in Italia di aggressioni compiute da  giovani minorenni contro loro coetanei. In generale, le rilevazioni ci parlano di un aumento delle aggressioni perpetrate con coltelli. 

Questo spinge i nostri governanti ad accelerare l’iter di approvazione del nuovo pacchetto sicurezza.

Sul tavolo di palazzo Chigi è, infatti, è atterrato un pacchetto di 65 misure messe a punto dai tecnici del Viminale. Le bozze al momento prevedono una mossa in due tempi: decreto legge e disegno di legge. Entrambi dovrebbero essere discussi già nei prossimi Cdm. Il primo è strumento rapidocon ridotti margini di modifica. Il secondo, più utile all’esecutivo per usare la discussione parlamentare sulla questione "sicurezza nelle città". 
Il decreto dovrebbe concentrarsi sulla stretta a proposito del portare coltelli, con un’attenzione particolare ai minori, e l’introduzione dello scudo legale per gli agenti di polizia. Aumentano i reati per cui il questore può ammonire i ragazzi tra 12 e 14 anni: lesioni, rissa, violenza privata e minaccia se commessi con l’uso di armi; sanzione da 200 a 1000 euro per genitori tenuti a sorvegliare i figli; stessa sanzione nei casi di ammonimento del questore nei confronti di minorenni autori di atti persecutori e atti di bullismo.  Si tratta di un’estensione del c.d. "decreto Caivano", che, come abbiamo già rilevato in altri contributi [1] ha rappresentato una criticità per il sistema penale minorile prevedendo un aumento degli ingressi e della permanenza negli istituti minorili  senza che a questo aumento corrispondesse  realmente un aumento nella criminalità minorile. Con la conseguenza del sovraffollamento della popolazione minorile detenuta.
Parallelamente, la Lega, desiderosa di recuperare attenzione mediatica attraverso i suoi temi identitari, sta lavorando ad una ulteriore proposta legislativa sulle politiche migratorie. Nuovi ostacoli a cittadinanza e ricongiungimenti familiari, ma anche misure che prendono di mira i giovani stranieri per far leva sulle ansie alimentate da politica e stampa con la costruzione del nuovo nemico pubblico che toglierebbe il sonno agli abitanti delle città italiane: i cosiddetti «maranza». Una prima norma dovrebbe ridurre da 21 a 19 anni l’età in cui i minori stranieri non accompagnati possono restare, se il tribunale risponde affermativamente a una loro richiesta, nei centri di accoglienza. Più ragazzi finirebbero così per strada e più precocemente.
Un’altra dovrebbe autorizzare  i c.d. «ricongiungimenti familiari al contrario»: deportazioni di minorenni, finora vietate, dopo l’individuazione della famiglia nel paese di origine.

Disposizioni, queste,  da far accapponare la pelle, esattamente come le ultime sul censimento nelle scuole di studenti e studentesse palestinesi cui non fa  alcun riscontro  l’apertura di corsie umanitarie per accogliere i suddetti studenti [2]

Come possiamo rispondere a tutto questo noi che siamo parte del mondo della scuola? Insistere sempre e soltanto sulla repressione a colpi di pacchetti sicurezza non ci porta da nessuna parte  soprattutto quando parliamo di giovani. Non risolveremo in questo modo il problema. Quando  parliamo di giovani e di scuola dobbiamo riferirci alla necessità di  fare un grande sforzo e realizzare un enorme investimento sull’educazione, mentre sappiamo che  l’Italia è il fanalino di coda in Europa in  spesa per l’istruzione. 

Come ha già  detto Giovanni Floris in una recente intervista televisiva, «la scuola è o dovrebbe essere il luogo della sicurezza per antonomasia, il luogo in cui si insegna a stemperare il conflitto, in cui si impara il confronto delle idee». Se la violenza si sviluppa  nei luoghi dove si studia per non essere violenti , dove ti insegnano a non usare le mani per risolvere un problema ecco allora possiamo dire che qualcosa è andato storto.
E prendersela con questo o con quell’altro professore di filosofia non ha senso in una scuola che cade a pezzi e mostra il suo fallimento. E a nulla serve punire i ragazzi che protestano o bocciare gli studenti che rifiutano di sostenere l’orale all’esame di maturità se non siamo capaci di ascoltarli.

Si intraprendono politiche per l’inclusione a costo zero, non ci sono stanziamenti per interventi di sostegno alle scuole, équipe psico-pedagogiche per analizzare i casi più complessi che pure hanno diritto di cittadinanza nelle nostre scuole, ma sempre e soltanto la solitudine dell’insegnante all’interno della classe. 

La scuola è il cuore dello Stato e “non c’è niente che rappresenti lo stato come la scuola pubblica” (G. Floris, ibidem). Se la violenza avviene a scuola, se i giovani cittadini si uccidono a scuola il fallimento è totale.

Ma a nulla serve ripeterci quello che ci andiamo dicendo da sempre: investire nella scuola, nel personale scolastico, nell’edilizia scolastica, nella formazione ad ampio raggio. Dare fiducia a maestri e maestre per ricostruire la scuola e la società italiana.

 

Note

[1]  G.Bagni, G.Buondonno, "Guardare in controluce: governo, "giovani", società"; insegnare, 11/9/2023. 
A. Morniroli, A. Palmieri, "Poveri noi, poveri ragazzi e... povera Caivano"; insegnare, 30/5/2024. 

[2] su questo tema, ved. la nota di Valentina Chinnici e M. Gloria Calì. 
 

Scrive...

Mariella Ficocelli Varracchio docente di discipline giuridiche ed economiche, criminologa, già Presidente del Cidi Pescara

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