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11/02/2026

Par condicio e professori di sinistra. Quando la letteratura anticipa la realtà: la scuola “irregimentata” della nuova destra.

di Annamaria Palmieri

Nel suo piccolo e prezioso Registro di classe [1], lo scrittore e insegnante Sandro Onofri, scomparso prematuramente nel 1999, racconta l’incontro-scontro con due suoi studenti al margine della loro assemblea di classe. I due alunni (siamo in un istituto tecnico nella periferia di Roma) gli contestano, a nome della classe,  di fare “troppa politica” e che “si vede troppo  che è uno di sinistra”.  Di fronte alle pressanti richieste del docente perché si spieghino meglio, i due si difendono argomentando come segue (citazione testuale):

“E vabbe’, a professo’, tutti quei brani che ci ha fatto leggere sul razzismo, Malcom X, Martin Luther King, e Lascacas (che sarebbe Las Casas) e poi quell’altro lì, Primo Levi…eh! Allora, per fare le cose fatte bene, ci doveva fare leggere pure qualche razzista! E cioè? chiedo. E che ne so, per esempio ci dovrebbe far vedere Skinheads. Ma questo, mi informo , chi lo dice? Tu o loro? No, sempre loro. Allora mi tocca spiegare che essere antirazzisti non è né di destra né di sinistra. E’ semplicemente da persone intelligenti. Aggiungo che non sempre c’è l’obbligo di dare spazio a due punti di vista opposti. Se affrontiamo il fenomeno dello stupro, per esempio, non è che mi potete accusare di essere comunista perché non invito a scuola uno stupratore. Ve lo immaginate? Benvenuto a scuola, signore, se per favore, in onore alla par condicio, vuole concederci un po’ del suo tempo prezioso per spiegarci il suo punto di vista….Capiscono che non è aria, e se ne vanno”. 

La letteratura, non c’è che dire, intuisce ed anticipa la realtà. Mi è tornato prepotentemente alla memoria questo aneddoto quando ho letto e riletto la nota del Ministero dell’Istruzione e del merito n. 6545  del 12 dicembre  2025 che,  richiamando ai Dirigenti un precedente invito del 7 novembre 2025 (la nota n. 5836), la traduceva in “direttiva” nel modo che segue: “In tale nota, si rappresentava l’esigenza che la scelta di ospiti e relatori fosse volta a garantire il confronto tra posizioni diverse e pluraliste al fine di consentire agli studenti di acquisire una conoscenza approfondita dei temi trattati e sviluppare il pensiero critico. Si vuole qui ribadire il contenuto della suddetta nota, anche alla luce di alcune recenti iniziative scolastiche che non sono apparse in linea con l’indicazione fornita, da intendersi quale direttiva per i Dirigenti Scolastici.”
Ognuno di noi,  leggendola,  ha provato il desiderio  di riscontrare quella “direttiva” con argomenti simili a quelli usati dal professor Onofri, semmai ricorrendo ad altri esempi: per parlare di legalità e mafia, che so, con Roberto Saviano, avremmo dovuto mettere al tavolo un camorrista  per favorire  il contraddittorio?

Ma era solo l’inizio. Di lì a poco, Azione studentesca, storicamente legata alle aree giovanili di Fratelli d'Italia, avrebbe diramato un questionario in cui compariva la domanda: “Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni”? Il polverone che si è alzato –solo  grazie ai media, e non al Ministero, evidentemente meno sollecito ad intercettare un questionario a diffusione nazionale rispetto ad  una “temuta” conferenza su Gaza di Francesca Albanese – si è tradotto nel dibattito sull’eventuale rischio di  “schedatura” dei docenti sulla base delle loro idee politiche. Accusa respinta dai promotori di Azione studentesca con un argomento di per sé piuttosto debole, ma che a destra  è stato considerato inconfutabile per ridimensionare lo sdegno e la  denuncia che giungeva da tutte le opposizioni e dai sindacati: “Nessun nome e nessun cognome sono comparsi tra le risposte a una domanda sulla propaganda dei professori di sinistra negli istituti scolastici, all'interno di un più ampio questionario anonimo”, ha dichiarato il Presidente dell’associazione, Riccardo Ponzio, dopo l’ondata di polemiche [2]

Chiarisco perché la risposta è debole, anzi è quasi un lapsus: essa mette l’accento sull’identificazione del soggetto “docente di sinistra”, più che sul tema dell’eventuale pratica  del “fare propaganda” con gli studenti . Per comprendere la gravità di quanto sta accadendo, bisogna  allora cambiare il punto di vista: bisognerebbe in primis capire,  come ci insegnano le illuminanti pagine di Sandro Onofri , cosa,  nel percepito degli studenti e delle loro domande/risposte  nel questionario, sia di sinistra e cosa no e cosa si intenda per propaganda.  A cosa facevano riferimento gli estensori? Il tema del razzismo, ad esempio, o la prospettiva didattica interculturale, per non dire dell’opposizione  alle guerre e ai genocidi,  è una roba di sinistra, viste le parole d’ordine  adottate oggi  dalla destra che ci governa?

Ma ancora di più sarebbe da approfondire l’interpretazione del concetto stesso di propaganda, usato  strumentalmente come una clava nei confronti dei cosiddetti intellettuali di sinistra, di cui i docenti sarebbero un’estensione: quando la scuola fa propaganda e quando invece promuove,  in modo sano e imprescindibile da proprio ruolo, una  “coscienza” politica?  Perché  per me – mi autodenuncio -  è impensabile una scuola nella quale non vi sia la politica, che non sia politica.  Suscitare dubbi e stimolare pensiero critico è un’azione politica, perché il sapere ha per definizione una missione politica, nel senso più nobile,  come ben sapeva chi ha combattuto,  dal dopoguerra in poi, per renderlo accessibile a tutti. Scriveva Lorenzo Milani ai magistrati che avrebbero dovuto giudicarlo per la sua difesa dell’obiezione di coscienza: 


“A questo punto mi occorre spiegare il problema di fondo di ogni vera scuola. E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. La scuola è diversa dall'aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi.(…) Il ragazzo non è ancora penalmente imputabile e non esercita ancora diritti sovrani, deve solo prepararsi a esercitarli domani ed è perciò da un lato nostro inferiore perché deve obbedirci e noi rispondiamo di lui, dall'altro nostro superiore perché decreterà domani leggi migliori delle nostre. (…) In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.” [3]

Lorenzo Milani cattivo maestro, certo: è un argomento della nuova destra anche questo. Ma allora torniamo alla letteratura e mostriamola, parliamone davvero, della scuola che fa propaganda.  Perchè in Italia questa scuola della propaganda c’è stata, in un determinato momento storico, (proprio quello che i giovani di Azione studentesca in modo irriflessivo forse rimpiangono), anche se va detto che grazie al cielo non ha influito, come pure avrebbe voluto, sulle menti dei giovani che  addestrava. Durante il ventennio fascista, in Italia,  le mani sulla scuola  con la propaganda  il Ministero provò a metterle, eccome:

“Durante il nostro ultimo anno di liceo fu messa in pratica, sotto l'egida del Ministero della Cultura Popolare, quella bella trovata della radio fascista per le scuole che si esplicava in trasmissioni settimanali redatte in maniera così bambinesca e stupida da ben meritare l'appellativo di pagliacciata.
Per noi tutto ciò rappresentava naturalmente una pacchia in più, perché, capitando nella prima ora di lezione, la trasmissione dava modo ai ritardatari di prepararsi alla lezione seguente e ai ciuchi di copiare i compiti dai compagni più bravi e compiacenti. Che se poi ci capitava di prestare attenzione alle trasmissioni, non potevamo non concludere, col nostro cervello - il quale, checché ne pensassero i signori del Ministero, a diciott'anni era sufficientemente sviluppato -, che i programmi cosiddetti educativi altro non erano che un informe guazzabuglio di musica scelta a casaccio, scenette dal significato oscuro e propaganda fascista profusa a scialo col grossolano misurino usato dalle autorità di allora.  Eppure, anche nella mente di chi era stato destinato a formare le nostre, il sospetto verso il prossimo e la paura di non sembrare abbastanza «in linea » con le pazzesche direttive del supremo organo educativo fascista, avevano fatto breccia, e avevano privato i professori perfino di quel minimo di senso del ridicolo che poteva, per i sistemi di allora, ancora rappresentare un pericolo”.

Il racconto Terza Liceo 1939 di Marcella Olschki andrebbe fatto leggere intero, ai ragazzi di Azione studentesca:  e non solo a loro, anche a chi scrive le circolari del Ministero. E’ un racconto urticante, specie quando mette in scena la persecuzione di cui potevano diventare artefici quei professori ridotti a  ridicoli  “fantocci” di regime, di fronte a qualsiasi piccolo gesto di indipendenza da parte dei loro allievi.  Insegnanti di sinistra in quella scuola non ce n’erano, perché spesso licenziati, o  zittiti. Ma in quella scuola senza idee,  né veramente  cattolica,  né veramente fascista come la descriverà Luigi Meneghello nel suo Fiori italiani (1976), quel che dominava era un altro pericolo, come faceva notare nella prefazione alla Olschki  Piero Calamandrei:

“La differenza in peius era nei professori (…) Anche nel liceo di cinquant’anni fa c’erano professori più o meno valenti, più o meno amati, e c’erano quelli che non sapevano tenere la disciplina, bersaglio abituale delle nostre monellerie. Ma,  a ripensarli ora,  mi par di accorgermi che nessuno di loro, anche i più modesti, fosse capace di di darci lezioni che non fossero d’onestà: lezioni di viltà e ipocrisia mai. Non saranno stati, alcuni, grandi scienziati, ma erano uomini di coscienza: ci insegnavano il greco e il latino, ma ci insegnavano soprattutto, col loro esempio, ad essere persone perbene: e per questo, anche se le loro materie ci annoiavano sentivamo in loro un accento di sincerità morale che bastava ad imporci il rispetto: erano uomini che credevano in ciò che facevano e che ci davano il meglio di loro per aiutarci a trovare dentro di noi, il meglio di noi.  Ciò che il fascismo introdusse di nuovo nella scuola (e come nella scuola in tutti i campi della vita italiana) fu il conformismo, incredulo insieme e servile. Questa fu la vera pestilenza tipica del regime: questa falsa disciplina formale che,  cominciando dal saluto romano, andò a finire tragicamente nel passo d’oca; questa acquiescenza utilitaria, che in luogo degli onesti maestri, portò sulle cattedre dei ridicoli fantocci mascherati d’orbace, meccanici ripetitori di una retorica d’ufficio, che anch’essi, in fondo al cuore, forse sentivano disgustosa. Non dico che anche sotto il fascismo mancassero nelle scuole i veri maestri: furono questi, anzi, che riuscirono, anche se umiliati e perseguitati, a salvare, quasi si direbbe clandestinamente, la continuità della scuola (…)” [4]

Allora la domanda è: quale scuola si desidera ripristinare, con le odierne parole d’ordine sulla par condicio,  sul merito e sul rigore di un tempo che fu? Quella degli “uomini di coscienza” o del  conformismo servile? Temo di conoscere la risposta.

 

Note

[1] Sandro Onofri, Registro di classe, Einaudi, Torino, 2000; pp.16-17.
[2]cfr. L’Avvenire del 28/1/ 2026: Paolo Ferrario, "Il caso incredibile degli insegnanti di sinistra schedati". 
[3]Lorenzo Milani, Lettera ai giudici, (1965), ed. Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2017, p.55
[4] Piero Calamandrei, Prefazione a M.Olschki, Terza Liceo 1939, (1955), Sellerio, Palermo, 1993; p.14

Parole chiave: appartenenza, costituzione

Scrive...

Annamaria Palmieri Dirigente scolastica presso un istituto professionale di Torino, attualmente tutor organizzatore di Scienze della formazione primaria all'università di Salerno. Già Presidente del Cidi Napoli e successivamente per due legislature Assessora all'Istruzione del Comune di Napoli.